per l'etica laica, sociale e autodeterminata

        

 

Giorgio Visintini

 

storie del novecento

una famiglia triestina racconta

 

I protagonisti di queste storie appartengono a tre generazioni di una famiglia triestina di antifascisti. Sullo sfondo delle vicende familiari i grandi eventi del Novecento, dalla prima guerra mondiale alla caduta del muro di Berlino, partendo da Trieste, attraverso  le carceri, il confino di Ponza, l’esilio e la clandestinità in Francia, il ritorno a Trieste nel 1945, fino all’epilogo a Milano .

 

Il primo protagonista è Odorico Visintini, calzolaio, autodidatta, consigliere comunale, fra i fondatori del Partito Comunista a Trieste, assassinato dalle squadre fasciste nel 1922. Altri protagonisti sono i figli Luigi e Ferrer, comunisti perseguitati politici, sostenitori dell’italianità di Trieste contro l’orientamento del partito comunista della Regione Giulia, favorevole a Trieste, settima repubblica jugoslava. Lidia Tlustos, moglie di Luigi, per sessant’anni al suo fianco, al confino, nell’esilio in Francia, in tutte le battaglie . Quindi i loro figli, Giulio e Giorgio, entrambi cresciuti in Francia.

 

Giorgio,  narrando oggi questa storia di famiglia,  pone degli interrogativi sugli insegnamenti da trarre e sugli errori da evitare, dopo il  fallimento del comunismo.  I governi attuali, siano essi guidati da riformisti o da conservatori,  appaiono incapaci di dare una risposta alle istanze delle nuove generazioni. Che fare ?  Forse ritornano di attualità in Italia, in Europa,  nei paesi arabi, nel mondo intero, le tre grandi parole  della rivoluzione francese: Liberté, Egalité, Fraternité.

 

Giorgio Visintini, 74 anni , è nato a Parigi, ha vissuto da ragazzo a Trieste, poi per oltre quarant’ anni a Milano.  Ha fondato la Abacus,sondaggi d’opinione e ricerche di marketing. E’ stato Presidente nazionale della TP, associazione dei pubblicitari italiani. Risiede a Sarteano, in provincia di Siena.


Premessa

 

Dalle pendici del monte Cetona, nel sud della Toscana, dove vivo da qualche anno, vedo succedersi una serie di eventi sconcertanti. La crisi economica colpisce milioni di famiglie, le banche dopo aver speculato chiedono il rientro dei crediti aggravando la situazione di migliaia di piccole e medie imprese, si erode il risparmio delle famiglie, cala la domanda estera di made in Italy, alcune centinaia di migliaia di lavoratori perdono il posto di lavoro, i giovani, laureati e non, aspettano di trovare un lavoro precario, l’economia ristagna.

Il terremoto dell’Abruzzo ha sbriciolato case costruite in dispregio delle regole e sotto le macerie sono morte centinaia di vittime, mentre chi si è arricchito su queste disgrazie finirà per restare ancora una volta impunito. Mafia, camorra e andrangheta continuano a dettar legge e a uccidere. Nelle graduatorie internazionali su istruzione, giustizia, innovazione e ricerca, sicurezza sul lavoro, indipendenza dei mezzi di comunicazione, l’Italia scende sempre più in basso. 

Mi prende la voglia di disinteressarmi e di stare a guardare da quassù. Poi penso ai tanti sacrifici fatti dai miei genitori e da tutti gli antifascisti, che, nonostante le drammatiche delusioni vissute, sono morti con la convinzione che figli e nipoti sarebbero vissuti in una società più equa.

Avevano in mente una società fatta di uomini onesti, di individui che non hanno nulla da nascondere, di imprenditori che non sanno dove sono le isole Cayman, di persone capaci di assumersi sempre la responsabilità del proprio operato, di cittadini che pagano le tasse e hanno a cuore il bene della città e del Paese in cui vivono, degli altri popoli  Soprattutto di persone pronte a fare un sacrificio per il bene collettivo.

Allora, per combattere la depressione, ho deciso di raccogliere i ricordi più lontani, frutto dei racconti dei miei genitori e di quanto io stesso ho visto e vissuto. Questa storia di famiglia parte dall’assassinio di mio nonno Odorico, operaio, autodidatta, uno dei primi comunisti a Trieste. Sullo sfondo della storia di famiglia ci sono gli eventi di quel periodo, raccontati senza alcuna pretesa di fare storia.

Mi sono avvalso di poche fonti, oltre ai miei ricordi personali e ai racconti dei protagonisti. Per una serie di capitoli che lo riguardano più direttamente ho utilizzato ampi stralci delle interviste rilasciate da mio zio Ferrer, raccolte nel volume Un antifascista racconta, ho consultato Wikipedia, gli scritti di Mario Pahor pubblicati nel volume Il confine orientale, e alcune riviste e giornali dell’epoca.Personaggi, fatti, luoghi e date sono tutti reali. Le opinioni sono mie e, in quanto tali, discutibili, ma sincere e sofferte.

Il comunismo ha fallito, dove sopravvive è una brutta copia del capitalismo. Ma i valori di cui erano portatori i comunisti di questa storia non possono scomparire, altrimenti cade ogni speranza di un futuro migliore, in cui ci sia più rispetto per l’ambiente, più attenzione per la cultura, più solidarietà per i popoli più poveri, più consapevolezza che la propria vita non può migliorare se non migliora la vita di tutti.

Milano, la città più cosmopolita d’Italia, ha appena eletto il suo nuovo sindaco, Giuliano Pisapia, un uomo gentile che incarna questi valori. Anche Trieste ha voltato pagina scegliendo un nuovo sindaco, come Napoli e tante altre città. Si parla di vento che cambia, auguriamoci che dai comuni, con nuovi amministratori, indipendenti, competenti e aperti al dialogo con i cittadini parta una nuova stagione per l’Italia.

Dedico questo volume alle persone che ho più care, a mia moglie Laura, a mia figlia Viviana, a mia nipote Greta, a mio fratello e alla sua famiglia, ai tantissimi amici che ho avuto la fortuna di incontrare nella vita, sperando di essere stato degno testimone dei valori che mi sono stati insegnati.

 

Sarteano, giugno 2011

 


Indice del volume                                                                          

Parte prima: Trieste all’inizio del secolo 

     1. L’ agguato 

      2. Chi era Odorico Visintini                   

      3.   Socialisti e anarchici   

      4.   Torino           

       5.   I figli di Odorico

6.   Lidia Tlustos

Parte seconda :gli anni ’20, il fascismo

7.   Trieste, dopo la marcia su Roma

8.   L’ideale comunista

9.   Ferrer in carcere

10. Ponza

11. Professionisti della politica

Parte terza: in Francia

12. Parigi negli anni 30

13. La guerra di Spagna

14. Montreuil, 216 rue de Paris

15. La fuga in Picardia

16. Blangy Tronville

17. Il maquis

18. Compiègne, il campo di concentramento

19. Ritorno a Parigi

20. Luigi e Ferrer in Italia attraverso le Alpi

21 Lidia, sola con i figli

22 La situazione a Trieste

Parte quarta: vittoria e sconfitta

23. Trieste, 40 giorni dell’occupazione

24. Fine della guerra

25. Nizza

26. Bordighera

27  Tutti a Trieste

28. Trieste settima Repubblica  Jugoslava

29. L’Ufficio di Informazione e Vidali

30. Luigi esce dal PCI

31. Ferrer lascia Trieste

Parte quinta: la vita ricomincia

32. 1948, l’anno buio

33. La riscoperta della chimica alimentare

34. Sale Marasino

35. Alimentary Products

Parte sesta:  le certezze si sgretolano

36. Giulio contesta

37. Giulio e Giorgio in Francia

38.Il Partito Comunista Francese

39. Luigi e Lidia a Mil

40. Budapest, Praga, Varsavia

41. Novate Milanese

42. L’Abacus e gli anni ’80

      43. La scomparsa di Lidia e Luigi

Parte settima: epilogo                 

44. L’eredità di una generazione

45. Le responsabilità dei dirigenti

46. Che fare ?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parte prima

Trieste  all’inizio del secolo

(cap 1-10)

 

  1. L’agguato

 

Sabato 22 aprile 1922 la seduta del Consiglio Comunale si conclude poco prima della mezzanotte. A Trieste, fino a quell’ ora, la serata è trascorsa come tante altre. I consiglieri si allontanano a piccoli gruppi dalla sede del Municipio, in piazza Unità d’Italia, continuando a discutere dei provvedimenti deliberati. Odorico Visintini, calzolaio, consigliere del Partito Comunista Italiano, esce dal portone tra gli ultimi, essendosi attardato per reclamare al segretario comunale la mancata verbalizzazione di una sua dichiarazione.

 

A casa lo aspettano due compagni, arrivati da Monfalcone. Il giorno prima c’è stato uno scontro fra un gruppo di operai del Cantiere e una squadra fascista. Devono discutere come far fronte alle provocazioni sempre più numerose.

 

Odorico accelera il passo, svolta in direzione di via Cavana (1), quando, da una via traversa, sopraggiunge una squadra fascista guidata da Francesco Giunta, reduce da un’altra aggressione. Lo vedono camminare da solo e lo aggrediscono selvaggiamente a

bastonate, lasciandolo a terra privo di sensi. Le urla dei fascisti provocano la fuga delle poche persone in strada a quell’ ora. Meno di mezz’ora dopo Odorico si rialza e si trascina lungo la via Cavana e poi da piazza Hortis verso via Gaspara Stampa dove abita, cadendo a terra stremato, all’inizio della salita. Nel frattempo sono arrivati due agenti della questura che lo rialzano e lo sorreggono fino a casa.

 

Mentre gli toglie i vestiti la moglie si accorge di una macchia di sangue al ventre: gli hanno sparato, quando era già a terra. Lo ricoverano all’ospedale la notte stessa, ma la gravità delle ferite e della conseguente emorragia viene diagnosticata solo la mattina successiva. Viene operato due volte nell’arco di poche settimane. Durante la degenza le visite sono consentite solo ai familiari più stretti.

 

Muore in ospedale il 14 giugno all’età di 51 anni lasciando la moglie Maria e tre figli, Luigi, Darwin e Ferrer. Al funerale, celebrato in segreto per motivi di sicurezza, partecipano soltanto la moglie e il figlio maggiore Luigi di 22 anni. La bara è trasportata su un furgone della Polizia

 

Per Maria Visintini e i suoi tre figli il destino è segnato, nulla sarà più come prima.

 

 

(1) via Cavana è il corso della città vecchia; va da piazza de l’Unità d’Italia fino a piazza Hortis, da dove sulla sinistra si sale verso via Gaspara Stampa

 

2. Chi era Odorico Visintini

 

Odorico Visintini nasce a Pirano (2) nel 1871. La madre è morta quando aveva pochi anni ed è cresciuto con il padre, operaio. Inizia a lavorare dopo la seconda elementare. Va a Trieste, apprendista calzolaio, in cambio di vitto e alloggio. Dorme nella guardiola del laboratorio. In pochi anni diventa esperto calzolaio. Frequenta il Circolo di Studi Sociali, fondato dal primo dirigente del socialismo triestino, Carlo Ucekar. Odorico si iscrive al Partito Socialista Austriaco. Assume negli anni successivi un incarico di responsabilità nella Cassa Mutua, partecipa alla fondazione delle Cooperative Operaie, che diventeranno la Coop di Trieste, e della colonia per bambini di Ancarano, fra Muggia e Capodistria

 

Nel 1896 sposa Maria Martinis, friulana di Medea (3), un piccolo paese della provincia di Gorizia, dove ha frequentato le scuole elementari. Maria è arrivata a Trieste insieme ad altre tre sorelle, Luigia, Fortuna, ed Elisa, tutte a servizio presso altrettante famiglie della borghesia triestina. Luigia sposa un ungherese di origine ebrea, Hafner, cognome italianizzato poi in Vasieri. Sua figlia Irma sarà moglie dell’ammiraglio Martini, capo della milizia fascista. Fortuna apre una trattoria che diventerà, anni dopo, il ristorante Fortuna, nella centrale via Carducci. Elisa è l’unica delle quattro sorelle a non ambientarsi a Trieste, pur essendo cuoca apprezzata in una famiglia benestante di origine greca. Si uccide nel 1919 gettandosi dalla finestra.

 

Odorico e Maria vanno ad abitare in via Gaspara Stampa, in due locali sul cortile e annessa guardiola, che diventa posto di lavoro e luogo di incontro. Nel cortile di casa si organizzano, negli anni precedenti la guerra, le feste dei giovani socialisti, con panini e birra spillata direttamente da una botte, secondo l’usanza austroungarica.

 

Maria, detta Marieta, viene da una famiglia cattolica osservante, non è politicamente attiva, ma sostiene l’impegno del marito. Cresce quattro  figli e gestisce una famiglia fatta di sette persone, con l’apprendista calzolaio che vive a casa loro, come è usanza in tutte le botteghe artigiane. Nel cortile c’è sempre un secchio enorme d’acqua calda, pieno di biancheria e indumenti di lavoro. Ogni giorno, finito il bucato, l’ acqua viene usata per lavare i pavimenti di casa.

 

I minestroni di pasta e patate, cucinati in un pentolone, sono il piatto principale. Marieta ne varia la composizione, ma sempre in quantità tale da soddisfare il fabbisogno della famiglia per almeno due giorni. Alla tradizione friulana appartiene la polenta con latte e formaggio, quando ci sono, oppure un’aringa affumicata al centro del tavolo, sulla quale ciascuno struscia la sua fetta di polenta. Alla domenica Marieta prepara il brodo con un pezzetto di carne e alcune ossa, da cui  ricava i nervetti.

 

Natale, Pasqua e il primo maggio c’è il pranzo succulento, in cui Marieta fa valere la sua arte di cuoca. Per Pasqua non manca mai la pinza, classica focaccia dolce triestina, con dieci uova per un chilo di farina, fatta lievitare tre volte. Viene mangiata a pranzo con il prosciutto cotto affumicato, affettato a mano, con la ioza o goccia, che ne denota la freschezza. A Natale invece si fanno lo strudel di mele e il presnitz, con pasta sfoglia e ripieno a base di uvetta, pinoli, noci e mandorle grattugiate, biscotti savoiardi  e cioccolato fondente, il tutto bagnato con succo d’arancia.

 

Maria è una donna minuta, ma tenace. Ha occhi chiari e profondi, uno sguardo dolce e bellissimi capelli biondi, lunghi fino alla cintura. Al mattino fa una piccola pausa, prima di affrontare la lunga e faticosa giornata, avvolge i capelli in una treccia,  che arrotola intorno alla testa.

 

Durante la guerra la famiglia si trasferisce a Marburg (4) dove Odorico è stato chiamato dall’Impero asburgico a lavorare per l’esercito. Ritornato a Trieste fa parte del Comitato Politico del Partito Socialista Italiano e aderisce agli ideali della Rivoluzione di Ottobre. Nel 1921 è tra i fondatori del Partito Comunista Italiano e, l’anno dopo , viene eletto nel Consiglio Comunale di Trieste. E’ uno dei sedici consiglieri comunisti di minoranza.

 

 (2) Pirano è una cittadina dell’Istria, sul mare, pochi chilometri a sud di Capodistria

(3) Medea è un paese situato al confine fra lae province di Udine e Gorizia

(4) Marburg, ora Maribor, una importante città della Slovenia, al confine con l’Austria

 

 

3. Socialisti ed anarchici

 

Dopo la fondazione del Partito Socialista nel 1892 fin dai primi anni del Novecento gli ideali del socialismo registrano un crescente seguito fra i lavoratori triestini. Sono numerosi anche gli anarchici, nemici dichiarati di qualsiasi forma di potere, sempre fonte di violenza e ingiustizia.

 

Nonostante i comuni ideali di solidarietà e uguaglianza, le divisioni fra socialisti e anarchici sono profonde. I socialisti organizzano i lavoratori nei sindacati, nelle cooperative e nel Partito Socialista, gli anarchici rifiutano ogni forma di organizzazione, che, per loro, è un limite intollerabile alla libertà dell’individuo. I socialisti parlano di lotta di classe, di riforma dello Stato o di rivoluzione proletaria, gli anarchici vogliono risvegliare le coscienze con atti dimostrativi individuali.

 

Socialisti ed anarchici sono uniti nel manifestare un anticlericalismo radicale rivolto non tanto contro la religione, quanto contro la gerarchia ecclesiastica,  solidale con l’Autorità, rappresentata da Sua Altezza Imperiale, il cattolicissimo Francesco Giuseppe. Le Sedi Riunite di via Maiolica, fra i due rioni di Barriera vecchia e San Giacomo (5), sono sia sede sindacale che circolo dopolavoro, abituale ritrovo di socialisti e anarchici. Qui Odorico incontra spesso l’anarchico Leone, un sarto che abita a San Giacomo. Insieme organizzano la battaglia dei nomi contro il parroco.

Quando una donna aspetta un bambino, il futuro padre si presenta al Circolo con una rosa di nomi, testimoni più o meno noti degli ideali di giustizia e libertà. Ne parlano insieme e studiano anche come convincere la moglie, quasi sempre cattolica devota, ad accettare il nome deciso da loro.

 

Il primo figlio di Odorico nasce nel 1897 . Per lui viene scelto il nome Lassalle, uno dei primi socialisti in Germania, fondatore nel 1863 dell’Associazione Nazionale degli Operai Tedeschi. Il parroco protesta, suggerisce la scelta di un santo, ma il bambino muore poco dopo essere nato, prima ancora del battesimo.

 

Nel 1898 nasce il secondo figlio cui spetta il nome di Giordano Bruno, filosofo e letterato napoletano, condannato al rogo dall’Inquisizione. Qui la battaglia si fa dura, il parroco la considera una provocazione e rifiuta il battesimo. Alla fine viene raggiunta una mediazione: grazie alla preghiera della mamma Maria, il bimbo viene registrato con un doppio nome, Giordano e Bruno.

 

Giordano Bruno è un ragazzo taciturno, studente brillante, pacifista convinto. Chiamato alle armi dall’Austria, è ricoverato più volte per inedia. Muore di meningite a meno di 20 anni, prima della fine della guerra.

 

Nel 1900 nasce il terzo figlio, chiamato Luigi, con gioia del parroco e dei parenti. Questa volta il nome lo ha scelto la mamma. Alla cerimonia del battesimo partecipano anche gli zii cattolici di Medea, fratelli di Maria. C’è aria di pace, ma è solo una tregua.

 

La battaglia riprende qualche anno dopo con la nascita del quarto figlio, per il quale il nome scelto è Darwin, il naturalista inglese, da qualche decennio al centro del dibattito fra scienza e religione. L’opposizione del parroco  è decisa,  dura alcuni mesi. Alla fine si arrende, Darwin viene battezzato.

 

Nel 1910 nasce l’ultimo figlio di Odorico. Pochi mesi prima, in Spagna, è stato fucilato l’anarchico Francisco Ferrer. L’emozione è stata tanta in Italia e, dopo il solito batti e ribatti, anche il parroco accetta il nome Ferrer.

 

Anche l’anarchico Leone, il sarto, si è sposato. Per la prima figlia il nome scelto è Perovskaja, una nichilista russa allieva di Bakunin, nota soltanto negli ambienti anarchici. Non figura tra gli eretici, per il parroco può essere battezzata. Nella vita di ogni giorno sarà chiamata Tosca. La seconda figlia è Ciarita, una scrittrice russa anarchica. Sotto il profilo onomatopeico sembra addirittura un nome italiano, per cui non sussistono dubbi sul battesimo.

 

L’anarchico Leone è deluso, sogna la guerriglia con il parroco, deve rilanciare al più presto. L’anno dopo nasce un maschio. La scelta è difficile, bisogna andare allo scontro. Il nome è Nerone, la guerra è totale. Non esiste alcuna possibilità di mediazione sul nome dell’imperatore giullare e cinico, persecutore dei cristiani, accusato dell’incendio di Roma.

 

Sei mesi dopo Leone si ammala gravemente e la moglie battezza il figlio Romano.

 

 

(5) San Giacomo è un rione operaio, di tradizione socialista e comunista, situato nella parte alta della città, cui si accede direttamente dal piazzale sottostante, detto della Barriera vecchia

 

 

4 Torino

 

Nella primavera del 1918 anche Luigi, dopo Giordano Bruno, viene arruolato dall’esercito austriaco e va di stanza nelle retrovie, vicino a Klagenfurt, in Carinzia. I triestini sono sudditi sospetti e l’Impero asburgico non si fida di mandarli al fronte. Luigi lavora per la mensa della scuola militare ufficiali. In quei mesi impara l’arte della cucina, che resterà una passione della sua vita e, soprattutto, l’uso delle armi, indispensabile per partecipare attivamente alla rivoluzione che verrà.

 

Alla fine della guerra Luigi ritorna a Trieste e si ritrova con la famiglia in via Gaspara Stampa.  L’anno dopo si diploma alla Scuola Reale, futuro Liceo Scientifico, insieme a una ventina di altri giovani, quasi tutti figli della buona borghesia di Trieste. Luigi vuol diventare ingegnere chimico, sogna di approfondire gli studi nel settore dell’alimentazione. La sede universitaria più vicina è Padova, ma, per ingegneria, bisogna andare più lontano. Il padre lo convince a scegliere Torino dove è più facile trovare un appoggio da qualche compagno socialista.

 

Torino è la roccaforte del socialismo in Italia. A Torino risiedono i dirigenti dell’ala rivoluzionaria, Gramsci, Tasca, Leonetti, Togliatti. E’ stato appena fondato l’Ordine Nuovo, Rassegna settimanale di cultura socialista. Antonio Gramsci scrive nell’editoriale Battute di preludio, il primo maggio 1919, 

 

……perché il mondo si salvi è necessario che la fede socialista diventi il soffio animatore dell’opera della ricostruzione; è necessario uno scatenamento di energie morali che torni a potenziare l’umanità, a ridarle il vigore e la giovinezza adeguate all’immane compito….…...alla propaganda parolaia, alla vuota audacia delle frasi a effetto dobbiamo sostituire la propaganda del programma socialista, delle proposte di soluzione ai grandi problemi della società

 

In queste frasi c’è tutta la forza e il dramma che alimenta la nuova fede. Tuttavia, retorica del linguaggio a parte, le stesse frasi ci richiamano all’attualità, a quasi un secolo di distanza. Insieme a un altro studente Luigi abita in una stanzetta, già adibita al personale di servizio di una famiglia della borghesia torinese, in via Po. Frequenta l’università, la redazione dell’Ordine Nuovo, conosce nuovi compagni, fa le prime esperienze politiche, partecipa a numerosi dibattiti e alle manifestazioni operaie.

Si iscrive al club della Juventus per giocare a calcio e per godere di tutti i servizi gratuiti riservati ai giocatori, come spogliatoi, docce, asciugamani, biancheria. Luigi sa di essere bello e di piacere alle ragazze. Sotto casa c’è una latteria e la figlia della padrona provvede a qualche provvista, ben ricambiata. Lo studio della chimica alimentare lo appassiona quanto la Torino operaia che cresce. A Trieste ritorna di rado, solo d’estate, causa i disagi e il costo del viaggio.

 

A Torino vede nascere il Partito Comunista Italiano dalla scissione di Livorno (6). Le Case del Popolo organizzano la difesa contro le prime squadre fasciste, che battono soprattutto la provincia. Il clima politico e sociale si surriscalda, l’imprenditoria è tollerante verso chi vuol soffocare la protesta operaia, complice l’inflazione post bellica che colpisce i salari; ma Torino sembra saldamente sotto il controllo delle organizzazioni operaie.  Nessuno prevede l’ormai prossima marcia su Roma.

Per Luigi il futuro è a Torino. Ma il 23 aprile 1922 un telegramma lo richiama con urgenza a casa. Il padre è gravemente ferito, ricoverato all’ospedale. La sua vita ha una svolta. Non tornerà più a Torino. A Trieste, con la mamma, ci sono i fratelli Darwin e Ferrer di 17 e 12 anni. Non è più tempo di università, a 22 anni gli spetta il ruolo di capofamiglia.

 

(6) Al Congresso del Partito Socialista di Livorno nel gennaio 1921, la sinistra guidata da Tasca, Gramsci e Terracini abbandona la sala e si riunisce fondando il 21 gennaio il Partito Comunista Italiano

 

 

5 . I figli di Odorico

 

Luigi e Ferrer sono i personaggi centrali di questa storia di famiglia, che inizia dagli anni ’20 a Trieste per trasferirsi altrove negli anni ’30, in carcere, a Ponza, in Francia, con un ritorno a Trieste nel 1945, prima felice e poi doloroso, a sua volta preludio di nuovi esodi.

 

Luigi e Ferrer sono fratelli, ma si rassomigliano poco, sia nel fisico che nel carattere. Li separano dieci anni di età.

 

Luigi è di statura media, fisico atletico, lineamenti perfetti, sguardo profondo, capelli scuri ondulati. Lo chiamano il bel tenebroso, alle ragazze fa pensare a un divo del cinema.  Frequenta l’università e ha la passione della motocicletta. Di poche parole, severo nel giudicare se stesso e gli altri, poco incline all’ironia, prende rapidamente le decisioni, anche le più difficili, sempre in modo irrevocabile. Per lui il fine giustifica i mezzi, anche quando l’azione intrapresa coinvolge persone care, siano esse convinte dal suo carisma oppure no.

 

Ferrer è alto, magro, pende leggermente da un lato, tanto è cresciuto in fretta. Gli occhi sono infossati, porta gli occhiali e ha i capelli scuri ondulati, come Luigi. A differenza di lui è estroverso, tollerante, pronto alla battuta ironica, predilige le decisioni ponderate, cerca di lasciare sempre aperta un’alternativa. Anche per Ferrer il fine ha sempre la priorità, ma, quando necessario, sa temporeggiare.  Ferrer termina la scuola primaria fatta di sette classi e va a bottega prima a Buje, in Istria, dove si ferma durante la settimana, e poi come tappezziere alla carrozzeria Tlustos di Barcola.

 

Fin da ragazzo è appassionato frequentatore dell’ippodromo di Montebello, dove, nel 1920, è arrivato dalla Russia il mitico driver Alessandro Finn, sfuggito alle guardie bolsceviche attraversando Romania, Ungheria e Austria su una carrozza trainata da sei cavalli.

 

Alla morte di Odorico Ferrer è un ragazzino, mentre Luigi diventa capofamiglia. Spetta a lui decidere se continuare la battaglia del padre o assecondare la madre che sogna di veder crescere i figli in famiglia. La decisione è netta. La battaglia va proseguita su tutti i fronti in cui era impegnato il padre: nel Partito Comunista e nel giornale il Lavoratore (7), nel Sindacato, nelle Cooperative, nella Cassa Mutua.

 

A distanza di qualche anno l’uno dall’altro i due fratelli si preparano a percorrere strade parallele. La madre Maria ha un brutto presentimento. Teme per i figli, ha paura di perderli, di non poter aiutarli, di restare sola.

 

Con l’entrata in vigore delle leggi speciali nel 1926 il Partito Comunista diventa illegale. Dopo numerosi arresti a Trieste Luigi viene condannato nel 1929 a tre anni di confino a Ponza. Ferrer aderisce alla Federazione Giovanile Comunista, ne diventa segretario provinciale e nell’agosto 1930 viene inviato a Milano

 

Seguiremo le vicende personali di Luigi e Ferrer, intrecciandole con gli avvenimenti nazionali e internazionali, che segnano in modo sempre più drammatico l’Europa degli anni trenta.

 

Darwin è il figlio prediletto di Maria. Ha i capelli biondi e gli occhi grigio chiari come i suoi, lo stesso sguardo dolce.  Da ragazzo è di salute molto cagionevole. Alla morte del padre va comunque a fare il fabbro, proseguendo i corsi della scuola serale per macchinisti marittimi. A Trieste, all’inizio degli anni ’20, vige ancora la legge austriaca che consente di frequentare le scuole alla sera, conseguendo il relativo titolo di studio.

 

Nel 1926 ottiene il diploma di ufficiale di macchina e si imbarca su una nave da trasporto merci, che fa scalo in molti porti d’Italia. Darwin non partecipa alla vita politica, ma, all’insaputa della madre, svolge comunque un ruolo importante. Porta in giro messaggi e documenti scritti del Partito, inseriti in scatole metalliche sigillate e le deposita nei diversi porti d’Italia.

 

(7) Il Lavoratore era il quotidiano del partito  socialista dal 1921, il primo quotidiano comunista in Italia

 

 

6.  Lidia Tlustos

 

A Trieste  Luigi ha un legame affettivo con Ersilia Tlustos, figlia di Ludovico Tlustos, un artigiano carrozziere di origine cecoslovacca.

 

Ludovico Tlustos è arrivato a Trieste a dodici anni venendo da Vienna, dove si è fermata la sorella maggiore Johanna; entrambi erano partiti l’anno prima dal paese, Vlasim, fra Brno e Praga, in Boemia (8). Dopo aver fatto il garzone in diverse botteghe artigiane apre la propria bottega di tappezziere in via Revoltella, dove cura la manutenzione delle carrozze. Nel 1901 sposa Anna Covacich, venuta a servizio a Trieste dal paese dei carbonai, Britoff, nell’attuale Slovenia, e trasferisce la carrozzeria a Barcola (9), vicino al lungomare. Lodovico parla un dialetto triestino approssimativo e intrattiene con i clienti un rapporto confidenziale. Alla baronessa Tripcovich che ha fatto rifare le imbottiture della carrozza, dice… baronessa, gò fato morbido cuscineto, per tuo tenero culeto

 

Al ritorno dalla guerra del 1915-18 trasforma la carrozzeria per cavalli in carrozzeria per automobili, oggi la più antica autofficina e carrozzeria di Trieste.

 

La figlia maggiore Ersilia nasce nel 1903. E’ una delle poche ragazze a frequentare il liceo. Si diploma a pieni voti all’età di diciotto anni. Frequenta la Camera del Lavoro e la sede del Lavoratore, il settimanale del Partito Comunista Italiano, dove conosce Luigi, che si trova a Trieste durante l’estate. Nasce subito una simpatia reciproca. Nel giro di pochi mesi la tragedia improvvisa. Ersilia muore nell’atrio della Camera del Lavoro, trafitta da un proiettile. C’è chi parla di un colpo sparato per errore pulendo l’arma, c’è chi affaccia l’ipotesi di omicidio. Il suicidio sembra impossibile. La verità non sarà mai accertata. La morte di Ersilia sembra allontanare Luigi da Trieste.

 

La seconda figlia Lidia frequenta la scuola fino a 14 anni, quando va a fare l’apprendista di sartoria da una mistra (10), insieme ad altre cinque ragazze, Anna, Ida, Dinorah, Norma e Fedora. Ha un anno meno di Ersilia e, appena può, segue la sorella che è il suo modello di riferimento. Soffre molto la sua tragica morte. Supera la crisi frequentando Luigi, ritornato a Trieste dopo l’agguato al padre. Fin da ragazza è esuberante, allegra, ama recitare e cantare, come nessun’ altra, sa far sorridere Luigi, il bel tenebroso, il suo Rodolfo Valentino. Lo conquista trasformando la simpatia per Ersilia in amore per Lidia.

 

A 18 anni vorrebbe cambiar vita e iscriversi a una scuola di teatro, per inseguire una vocazione scoperta organizzando spettacoli di varietà musicale con l’amica del cuore Anna. Ma il padre Lodovico si oppone fermamente…… quele che bala e canta mezze nude xè done poco de bon…

 

Anna ha la stessa età di Lidia. Il padre di Anna viene da Ragusa, oggi Dubrovnik, è un kutcher (11), con propria carrozza e cavallo. Per la manutenzione della carrozza è cliente della carrozzeria Tlustos che, prima di trasferirsi a Barcola, sta in via Revoltella, vicino a casa sua. Le famiglie si conoscono e le due ragazzine frequentano la stessa scuola, condividono la stessa passione per il varietà musicale e a 14 anni, terminate le scuole, lavorano entrambe dalla mistra Medea.

 

Pochi anni dopo fondano insieme la loro piccola sartoria vicino alla centrale piazza Goldoni. Lidia è la parte destra del cervello manageriale collettivo, organizzatrice del lavoro e amministratrice oculata. Anna ne rappresenta la parte sinistra, creativa, piena di fantasia, ma, allo stesso tempo, incapace di mantenere gli impegni presi.Allestiscono, a livello dilettantistico, alcuni spettacoli in cui ballano e cantano insieme ad altri ragazzi e ragazze che hanno reclutato, coltivando il progetto di una vera e propria compagnia.

 

Lavora con loro anche un’altra apprendista della mistra Medea, la bellissima Dinorah, di cui s’innamora perdutamente un noto chirurgo. Lavorano fino a dodici ore al giorno. Dinorah si ammala di tubercolosi e muore. Finchè vivrà, per altri 45 anni, il chirurgo andrà ogni settimana a deporre un mazzo di fiori sulla sua tomba.

 

Lidia si fidanza con Luigi. Lodovico non si oppone, ma non è contento. Luigi è un giovane serio, ha un buon lavoro, contabile alle Cooperative Operaie, ma ogni tanto scompare per alcuni giorni, mettendo in ansia Lidia. Ludovico teme che la trascini in avventure pericolose, tanto pesa il ricordo della tragedia accaduta alla figlia Ersilia,

In realtà, prima di ogni visita di Mussolini a Trieste, per misure di sicurezza, i carabinieri, si presentano in via Gaspara Stampa, prelevano Luigi e lo portano al Coroneo, la prigione di Trieste.

 

In casa Tlustos sono nati i gemelli Giulietta e Romeo e il piccolo Ottocaro, per il quale Lidia diventa  mamma più che sorella maggiore. Romeo termina presto la scuola, diventa tappezziere in carrozzeria . Qualche anno dopo conosce Anna e, poco più che ventenni, insieme fanno un viaggio a Parigi. Qui Anna entra in contatto con alcuni esponenti dell’antifascismo, vicini ai socialisti e ai liberali.

 

Ottocaro, l’ultimo dei cinque figli di Ludovico, rassomiglia alla primogenita Ersilia. E’ biondo, occhi azzurri e lineamenti marcati ma, allo stesso tempo, delicati, come la mamma, contrariamente al fratello Romeo e alle sorelle Lidia e Giulietta che hanno i tratti grossi e rotondi del padre, tipici dei contadini boemi.

 

Ottocaro cresce e diventa amico di Ferrer, l’ultimo dei fratelli Visintini, che, per interessamento di Lidia, è stato assunto come tappezziere nella Carrozzeria Tlustos. Hanno il loro quartier generale in via Gaspara Stampa, a casa di Ferrer, da dove sono protagonisti di molte scorrerie a San Giacomo. A entrambi capita di farsi concedere un prestito da siora Pina, una matrona della San Giacomo rossa, amica di Odorico e madre di Dinorah, rimasta vedova con qualche disponibilità di denaro. Siora Pina presta soldi alle famiglie del rione in difficoltà, a un tasso inferiore a quello delle banche, su semplice richiesta e senza alcuna garanzia, al di là della conoscenza personale. Il meccanismo è molto semplice: si restituisce dal mese successivo, in dodici rate mensili, con una tredicesima per gli interessi, compresa la possibilità di rinviare il pagamento di una o due rate mensili. Se i due amici non si presentano a fine mese per la rata, siora Pina passa a salutare Marieta e riscuotere, ma, quando la vedono scendere via Gaspara Stampa, Ferrer e Ottocaro scavalcano la finestra sul cortile e scappano, lasciando le due donne a cercarli in casa.

 

Anche Ottocaro lavora in carrozzeria. La maggior parte degli operai aderisce al sindacato. Lodovico li vede crescere con simpatia e si limita a brontolar quando ritornano accaldati dalla pausa pranzo, dopo il bagno in mare, perché..... se i  ciapa tropo sol i lavora de meno. Il germe dell’anarchia e del socialismo è penetrato nella carrozzeria Tlustos.

 

A 16 anni Ottocaro si iscrive alla Federazione Giovanile Comunista. E’ molto intelligente, irrequieto, insofferente della disciplina, comunista convinto, in parte anarchico.

 

(8) Boemia, regione centrale dell’attuale repubblica Ceca

(9) Barcola il rione lungomare dopo il Castello di Miramare, prima di Trieste.

(10) mistra, espressione dialettale usata per maestra di cucito

(11) kutcher, espressione dialettale dal tedesco, ossia vetturino

 

 

 

Parte seconda

gli anni ’20 , il fascismo

(capitoli 11-16)

 

7 Trieste, dopo la marcia su Roma

 

Luigi è impiegato alle Cooperative Operaie,  è diventato un dirigente locale del Partito Comunista e dell’organizzazione Soccorso Rosso, a favore dei perseguitati politici. Nel 1924 Luigi entra a far parte della redazione de Il Lavoratore .

 

A Trieste, città multietnica, convivono molte religioni. C’è la più grande basilica serbo ortodossa d’Italia e una delle maggiori sinagoghe. Sono attivi molti teatri, la vita culturale è intensa, grazie anche alla presenza di scrittori come Stuparich, di origine slovena, e Svevo, il cui vero cognome, Schmitz, denota l’origine austriaca. Agli entusiasmi accesi dall’arrivo delle truppe italiane, subentra un clima sempre più teso. Il fascismo locale, esaltato dalla spedizione dannunziana a Fiume, sogna Trieste capoluogo dell’Istria e della Venezia Giulia, regione a maggioranza italiana.

 

Nella seconda metà degli anni venti inizia il processo forzato di italianizzazione, che punta a trasferire verso i nuovi territori della Venezia Giulia e del Trentino Alto Adige i flussi migratori di lavoratori provenienti soprattutto da Puglia e Sicilia, con famiglia al seguito. A loro viene destinata una quota rilevante dei posti di lavoro nel settore pubblico, previa l’adesione al Partito Nazionale Fascista.

 

A Trieste le squadre fasciste sono fra le prime d’Italia a organizzarsi. Nel 1920 c’è l’incendio dell’Hotel Balcan, sede  delle minoranze slovene e croate, con morti e feriti. Da allora gli assalti alle sedi di circoli sloveni si moltiplicano, sia nelle periferie di Trieste che sull’altopiano carsico, dove la lingua slovena è la più diffusa, intercalata da espressioni del triestino patocco (12). Naturalmente anche le Case del Popolo e le Cooperative operaie sono bersaglio di continue provocazioni, come nel resto d’Italia.

 

La presenza operaia è fortissima a Trieste, ci sono i cantieri San Marco e San Rocco dove vengono varate navi importanti, c’è l’Arsenale per la loro manutenzione, la Fabbrica Macchine per la costruzione dei motori, oltre al porto con uno scalo merci fra i più importanti del Mediterraneo. Il Partito Comunista diventa in pochi anni la formazione antifascista più forte cui aderiscono la maggior parte degli operai. Il ceto medio triestino, composto da commercianti dell’import export, esercenti e artigiani, non tarda a mostrare qualche nostalgia per l’Austria, di fronte alla violenza del PNF, Partito Nazionale Fascista, associato all’acronimo Povero Nostro Franz (13).

 

Molti capi dello squadrismo fascista sono ex ufficiali, arrivati con l’esercito italiano, rimasti a Trieste dopo la fine della guerra, diventati prima irredentisti e successivamente fascisti. La spedizione di D’Annunzio, da Ronchi dei Legionari a Fiume, accelera questo processo di radicalizzazione della vita politica a Trieste

La roccaforte comunista è il rione popolare di San Giacomo, retroterra dei cantieri e delle vecchie case popolari, centro frequente degli scontri con i fascisti. Tutti i comunisti e socialisti triestini conoscono la mussolera di viale Sonnino: è una venditrice ambulante che tiene un banco di vendita di mussoli, un mitile molto amato dai triestini. Sta ai piedi della scalinata che porta in via Molino a Vento, la strada che, salendo, costeggia il rione di San Giacomo, la fortezza rossa. Dalla sua posizione strategica la mussolera, appena vede una formazione di camicie nere in assetto da battaglia,  attiva una serie di staffette, mettendo in preallarme il rione San Giacomo.

 

Nel 1926 le squadre fasciste alzano il tiro. Alcuni giovani, fra i quali Mario Bercè, amico di Luigi, vengono assaliti e portati con un camion sull’altopiano, dove sono uccisi e gettati nelle foibe. Oggi queste profonde cavità carsiche, le foibe, sono vissute come il teatro di esecuzione di centinaia di civili da parte dell’esercito jugoslavo nel maggio 1945. Nessuno ricorda che  sono state riaperte durante gli anni del fascismo, quanto mai spietato a Trieste.In quel periodo nasce e si rafforza la solidarietà fra comunisti italiani e popolazione slovena, che avrà risvolti drammatici nel 1945, durante i 40 giorni dell’occupazione jugoslava e provocherà profonde lacerazioni nel Partito Comunista a Trieste.

 

Nel 1930 Ferrer  parte per Milano, con l’incarico di riorganizzare la rete clandestina del Partito in alcuni comuni dell’hinterland. Qui verrà arrestato pochi mesi dopo. Luigi è confinato a Ponza dall’anno precedente.

 

La sartoria di Lidia e Anna incontra qualche difficoltà e Lidia decide di raggiungere Luigi al confino di Ponza, come volontaria. Anna va a Roma, vicino alla stazione Termini, dove abita la signora Aline che ha conosciuto a Parigi nel suo viaggio con Romeo. A Roma trova impiego in una boutique e  affina le sue doti di sarta creatrice di modelli originali. Al successo professionale ed economico Anna antepone sempre la voglia di vivere senza vincoli e di fare nuove esperienze. Negli anni ‘30 si reca più volte a Parigi.  Porta a dirigenti politici emigrati messaggi e documenti nascosti nelle cornici di quadri per i quali ha ottenuto l’autorizzazione alla vendita all’estero.

 

Darwin vince una somma importante al lotto e sposa Fausta, andando ad abitare in via Denza, nella parte più alta del centro città, in cima alla via Tigor. Questa via è nota per la sua pendenza e per le corde passate attraverso i paletti al bordo della strada, nelle serate invernali, quando incomincia a soffiare il borin, che preannuncia i refoli (14) della bora, a oltre cento chilometri all’ ora, nei due giorni successivi.

 

La madre Maria resta sola in via Gaspara Stampa. Subisce l’umiliazione della perquisizione domiciliare e personale. Deve fare più viaggi a Lucca, Civitavecchia e Napoli per incontrare i due figli per poche ore. Qualche volta prova invano a frenarne gli entusiasmi giovanili, ricordando loro la tragica fine del padre. Qualche anno dopo Maria va a vivere con Darwin, abbandonando la casa di via Gaspara Stampa, che la polizia continuava a sorvegliare, qualora Luigi o Ferrer venissero ad abbracciarla.

 

(12)Patocco. dal patok, torrente in sloveno; significa puro, originale

(13)Franz da Francesco Giuseppe l’ultimo imperatore d’Austria

(14) refoli ,le  folate tipiche della bora a oltre 100 chilometri orari,,  alternati a  momenti di silenzio

 

8 L’ideale comunista

 

Alla domanda che cosa significa per te essere comunista, il giovane operaio Ferrer risponde nel 1930: realizzare una speranza sociale, una riforma completa, totale della società

 

Fra i comunisti c’è la fiducia più assoluta, la certezza di essere sempre dalla parte giusta. A testimoniarlo c’è l’Unione Sovietica che, con i piani quinquennali,  sta realizzando nelle città l’industrializzazione a tappe forzate e, nelle campagne, il processo di collettivizzazione attraverso i kolkhoz o cooperative agricole e i sovkhoz, le aziende agricole di stato.

La Terza Internazionale nasce a Mosca nel marzo 1919, con il nome di Comintern. Suo scopo è sostenere il governo sovietico, favorire la formazione di partiti comunisti in tutto il mondo e diffondere la rivoluzione a livello internazionale.

Con il secondo congresso del luglio-agosto 1920,  cui prendono parte delegazioni provenienti da 37 nazioni, si gettano le basi del programma che ruota attorno al nocciolo della "rivoluzione mondiale", teorizzata da Trozkij, leader della Terza Internazionale.

Dopo la nascita in Europa dei partiti comunisti, tramite scissione dai partiti socialisti, con la definitiva condanna di Trozkij e della troika Kamenev, Zinoviev e Bucharin, viene accelerato il processo di stalinizzazione del Comintern. Vince la tesi staliniana del "socialismo in un solo paese". Obiettivo primario dei partiti comunisti non è più la rivoluzione mondiale, ma la difesa dell’Unione Sovietica. E’ la premessa per giustificare i processi e i gulag che seguiranno.

La risoluzione finale del Nono Plenum del Comitato Esecutivo, di cui fa parte Palmiro Togliatti, proclama:

il sistema capitalistico sta entrando nella fase di collasso. La linea di tutti i partiti comunisti deve diventare sempre più aggressiva mettendo in crisi  i rispettivi governi. Le alleanze vanno evitate, bisogna puntare alla rivoluzione proletaria. I partiti socialisti e socialdemocratici sono forze reazionarie, sono socialfascisti e i comunisti devono impegnarsi nel loro annientamento.

Quando un dirigente comunista si reca a Mosca, si usa dire che va alla Mecca e questa espressione dà l’idea, meglio di ogni altra, dell’integralismo della fede comunista, cui aderisce ogni iscritto al Partito. Al rientro dal viaggio a La Mecca il dirigente aggiorna i compagni sulla situazione in Unione Sovietica.

 

In carcere e al confino viene dato ampio spazio alla formazione dei compagni meno istruiti, che hanno frequentato solo la scuola elementare. Si studia l’italiano, l’economia politica, la geografia e, in particolare, il Manifesto comunista di Marx e Engels, il Capitale di Marx e le principali opere di Lenin, molte esistenti solo nella versione francese.

 

La società comunista, egualitaria, a ciascuno secondo i suoi bisogni, è preceduta da una fase di società socialista, a ciascuno secondo i suoi meriti, ma, prima ancora, c’è una fase preliminare di dittatura del proletariato, cui spetta l’annientamento della borghesia e il compito di gettare le basi del progresso sociale. Quella dittatura del proletariato che durerà 70 anni in Unione Sovietica e circa 40 negli altri paesi dell’Est europeo. Si lascerà alle spalle una società burocratizzata, ben lontana dal passaggio alla fase di società socialista, con la società civile sotto lo stretto controllo della polizia di Stato.

 

Futuri dirigenti del Partito Comunista, come Giuseppe Di Vittorio, entrano in carcere semianalfabeti e ne escono con una cultura da scuole superiori o da università. Non c’è spazio però per stimolare lo spirito critico. Il modello di riferimento, l’Unione Sovietica, va accettato in toto. La vita del comunista è segnata dall’appartenenza al Partito e ognuno deve dare il meglio di sé.

 

La stima per un dirigente può essere anche parziale, ma il dirigente rappresenta l’autorità del Partito e, in quanto tale, non può sbagliare. Una volta al mese ogni militante, in corso di formazione, scrive una breve biografia, in una sola copia, e la consegna al suo referente superiore. Mese per mese si accerta così  il suo percorso di maturazione politica.  Prima di ottenere l’iscrizione al Partito, tutti passano attraverso una fase di accostamento, durante i quali un militante già iscritto ha l’incarico di frequentare il candidato, di seguirlo, di riferire.

Lo stesso trattamento è riservato ai nuovi compagni che si presentano al Centro del Partito a Parigi o che arrivano al confino o in carcere, dove l’organizzazione del Partito è replicata in forma clandestina.

La grande crisi del 1929 è appena scoppiata e sembra confermare la tesi del collasso. Al quarto Congresso della Terza Internazionale, che si tiene a Parigi nel dicembre 1929, Luigi Longo propone un ordine del giorno che prevede il ritorno in Italia del Centro del Partito per accelerare il crollo del fascismo e passare alla dittatura del proletariato.

Bisogna attendere il VII Congresso del Comintern, nel 1935, perché le precedenti direttive siano capovolte dall’accettazione dei Fronti Popolari come forma di lotta da privilegiare in tutti i Paesi contro il Fascismo e il Nazismo. In Unione Sovietica inizia la stagione delle grandi persecuzioni. Non è chiaro in quale misura le nuove direttive del Comintern siano dettate dalla necessità di distogliere l’attenzione dei dirigenti dei partiti comunisti dei paesi europei da quanto sta per succedere in Unione Sovietica.

 

Con le purghe del biennio 1935-36 arrivano anche gli arresti di molti italiani. In Francia governa il Fronte Popolare che ha un atteggiamento di apertura verso l’Unione Sovietica. Il Centro del Partito Comunista Italiano a Parigi viene informato delle accuse rivolte ai compagni italiani arrestati, che sono, quasi sempre, di tradimento, meritevoli di esemplare condanna. Chi viene arrestato e processato diventa automaticamente un eretico, o, peggio ancora, un traditore. Di lui non vale più la pena di occuparsi.

Un velo di silenzio viene steso sulla netta opposizione , dal carcere, di Gramsci e Terracini a questa linea politica e a questa gestione del Partito. Le loro opinioni saranno conosciute solo anni dopo, attraverso la corrispondenza ritrovata.

Nei documenti allora disponibili non emergono posizioni critiche verso la gestione staliniana del potere politico in Unione Sovietica. Alcuni dirigenti, fra i quali Leonetti, Tresso, Ravazzoli e Ignazio Silone si oppongono e vengono espulsi dal Partito.

E’ il periodo in cui Togliatti trascorre lunghi anni a Mosca, con posizioni di rilievo nella segreteria della Terza Internazionale, mentre la segreteria del Partito è affidata a Ruggiero Grieco.  Stalin diventa il piccolo padre di tutti i comunisti.  Uno alla volta, fa scomparire i principali antagonisti, da Trozkij(15) a Bucharin, Zinoviev, Kamenev, Kirov e tanti altri. Quasi un terzo dei 450 dirigenti e funzionari del Comintern vengono arrestati e processati .

 

Anche nel dopoguerra, nelle diverse fasi della vita politica italiana fino agli anni ‘90, dalla Costituente in poi, la forma mentis dominante del militante comunista resterà quella di chi è convinto di aver sempre ragione, di stare dalla parte giusta. Il compito primario del comunista più che discutere e ricercare soluzioni di accordo, resta quello di convincere gli altri a condividere le sue posizioni.

 

Dopo il crollo della società sovietica e delle democrazie popolari, dopo le rivelazioni sui gulag e i processi sommari del regime staliniano, nessuno parla più di fine che giustifica i mezzi. Il fine si qualifica attraverso i mezzi utilizzati per raggiungerlo. Non c’è nessuna via al socialismo alternativa alla democrazia.

 

Ma l’ideale comunista continua ad accendere il cuore dei giovani nel primo decennio degli anni 2000. Anche per chi ha creduto, per tutta la vita,  nella possibilità di cambiare la società, è difficile abbandonare questo ideale Resta intatto il fascino dell’utopia, anche se le possibilità concrete di cambiare la società appaiono sempre più remote, in assenza di una cultura diffusa di solidarietà e giustizia sociale nella società civile

La società egualitaria dell’ideale comunista non si impone, bisogna imparare a costruirla, giorno dopo giorno, sui valori fondanti della società civile, che tornano ad essere quelli della Rivoluzione francese, liberté, egalité, fraternité.

 

 

(15) Lev Davidovic Trozkij, insieme a Vladimir Ulianov Ilic detto Lenin è il padre della rivoluzione bolscevica; trattò la pace di Brest Litovsk per il ritiro della Russia dalla prima guerra mondiale.

 

 

9 Ferrer in carcere

 

Ferrer viene arrestato a Milano il 21 gennaio 1931 in via Roma, da una pattuglia dell’OVRA(16) che lo sta aspettando. Hanno saputo dove trovarlo, dopo gli arresti fatti a Sesto San Giovanni. Chi doveva incontrare Ferrer ha parlato. In questura Ferrer dichiara: ‘Mi chiamo Ferrer Visintini, sono comunista. I miei documenti sono falsi’

 

Per due giorni subisce la camera di sicurezza, con interrogatori conditi da pugni e schiaffi, ma senza torture. Al terzo giorno lo trasferiscono al carcere di San Vittore in cella di isolamento. E’ accusato di riorganizzazione del Partito della Gioventù Comunista, di appartenenza allo stesso Partito, oltre che di documenti falsi. A Trieste la famiglia non sa nulla dell’arresto. Ferrer potrà scrivere solo tre settimane dopo.

Il vitto giornaliero del carcere consiste in mezzo chilo di pane al mattino e in una scodella di minestra di pasta, patate e verdura a mezzogiorno. Alla fine di aprile, una mattina, la porta della cella si apre, entra un tenente dei carabinieri con due agenti in alta uniforme e dice: ‘ Lei è Ferrer Visintini?’ In nome di Sua Maestà re Vittorio Emanuele III, per volontà di Dio e del Popolo, Lei è sottoposto a giudizio’. Dà quindi lettura dei tre articoli di denuncia  con l’indegnità di appartenere all’esercito italiano.

 

Avendo già passato la leva Ferrer Visintini viene radiato dall’esercito e dall’anagrafe . Nel dopoguerra, ritornato a Trieste, Ferrer, chiedendo il passaporto, scoprirà di non esistere. Sarà registrato ex novo come Ferrer Visentini, per un errore di trascrizione del cognome da parte dell'impiegato di turno, con una e al posto della seconda i.

 

La traduzione a Roma avviene in treno, in regime di detenzione, con le manette attaccate a uno dei due carabinieri che lo accompagnano. Nel carcere di Regina Coeli Ferrer conosce un ebreo di origine ungherese, Leo Walzen, nato a Fiume, alias Leo Valiani (17). Il processo si svolge il 9 settembre. Seguono la condanna e il trasferimento nel carcere di Lucca, dove  rimane fino alla primavera 1933.

 

Il carcere di Lucca è un ex monastero. I detenuti trascorrono la giornata insieme, in grandi stanzoni, con i politici separati dai detenuti comuni, e, alla sera, si ritirano nelle cellette per la notte. I compagni hanno una gestione comune degli extra, pacchi e denari che i familiari, benestanti o che abitano meno distanti, portano ai propri congiunti. Le condizioni di Ferrer migliorano sensibilmente. Durante la giornata vengono organizzati dei corsi di italiano, di economia politica, di lingue straniere, tenuti da compagni intellettuali come Valiani, Secchia, Scoccimarro. Prima di sera il tesoriere, che raccoglie le donazioni in denaro, distribuisce le candele a chi deve studiare la notte per preparare un intervento nel giorno successivo.

 

A Ferrer, operaio di 21 anni, Secchia chiede di preparare una conferenza sullo stato dell’organizzazione nella Gioventù Comunista. Ferrer passa la notte in angoscia, vorrebbe finire in cella di punizione, pur di evitare la conferenza. La mattina seguente parla davanti a coetanei e intellettuali che considera dei luminari. Preso dalla tensione nervosa ripete le stesse cose e viene aiutato a concludere. In 4 anni di carcere l’operaio Ferrer impara a parlare, a scrivere, acquisisce una solida cultura di base.

 

Da Lucca viene trasferito a Civitavecchia, dove rimane altri due anni. Il direttore del carcere dispone che i detenuti con meno di 25 anni, detti poppanti, siano isolati dagli altri detenuti politici,  fra i quali Terracini e Pajetta, che stanno in uno stanzone. Viene meno la possibilità di organizzare i corsi, per cui scatta subito la protesta.

 

Il regolamento del carcere prevede che il carcerato saluti il secondino passando davanti a lui . I ventidue  poppanti vanno a prendere la minestra in fila, con in testa il berretto del carcerato, la gavetta nella mano sinistra e il cucchiaio nella destra. Quando il primo arriva davanti al secondino che distribuisce la minestra, posa per terra la gavetta con dentro il cucchiaio, si toglie il berretto e saluta il secondino. Quindi raccoglie da terra la gavetta con il cucchiaio e la porge al secondino che la riempie e la restituisce al detenuto. Il detenuto ripone la gavetta a terra, rimette il berretto in testa, riprende la gavetta e se ne va. L’operazione completa, svolta lentamente, richiede più di un minuto contro i dieci secondi abituali, per cui la distribuzione della minestra ai poppanti dura quasi trenta minuti. La sceneggiata va avanti per un mese. I poppanti non sono punibili, applicano il regolamento, per cui il camerone dei poppanti viene sciolto. Tutti i detenuti politici ritornano insieme.

 

A Civitavecchia Ferrer conosce Terracini, fondatore, insieme a Gramsci , del Partito Comunista Italiano. Entrambi sono stati arrestati nel 1926 e sono molto severi rispetto alla Terza Internazionale. L’ autorevolezza e il prestigio di Terracini sono tali per cui nessun compagno ha il coraggio di criticarlo. Del resto la maggior parte dei compagni non sono nemmeno a conoscenza delle sue posizioni verso la Direzione del Centro del Partito a Parigi ed egli stesso non ne parla. Fra carcere, dieci anni, e confino, sette anni a Ponza e Ventotene, Terracini è il dirigente politico italiano detenuto più a lungo. Gramsci, arrestato insieme a lui, muore nell’aprile 1937, nel carcere di Turi (18) .Nel novembre 1935 Ferrer esce dal carcere di Civitavecchia. Appena arrivato a Trieste viene arrestato e inviato a Ponza.

 

Mentre Ferrer  viene arrestato a Milano e Luigi è confinato a Ponza, Ottocaro , a soli 18 anni, fa un viaggio in Francia con l’incarico di stabilire dei collegamenti con il Centro del Partito. Al ritorno lascia Trieste e va a Praga per ritrovare le radici della famiglia paterna a Vlasim.  Qui impara il russo e decide di proseguire per l’Unione Sovietica. Lavora a Mosca come revisore di traduzioni in italiano. Sollecitato più volte si rifiuta di prendere la cittadinanza sovietica. All’inizio del 1933 incontra le prime difficoltà con la polizia politica e deve lasciare Mosca. Viene assunto come operaio specializzato nella fabbrica di automobili "Molotov" a Gorkij (19). Qui conosce e sposa una ragazza russa impiegata nella stessa fabbrica, da cui ha una figlia, Ersilia. Alla vigilia del drammatico biennio 1935-36 delle purghe staliniane è già schedato come sovversivo, avendo manifestato più volte atteggiamenti di contestazione.

 

Arrestato il 4 gennaio 1935 dall'NKVD (20) a Gorkij, viene trasferito a Mosca alla Lubjanka (21) e poi a Butyrki (22), dove è interrogato  e processato insieme a parecchi altri italiani. E’condannato il 4 marzo 1935 da una trojka dell'NKVD per attività contro rivoluzionaria-trozkista a tre anni di lager in Siberia o all'espulsione dall’Unione Sovietica. Sceglie l'espulsione. Trattenuto in prigione, fa lo sciopero della fame e ottiene l’espulsione nell’agosto 1935, ma senza rivedere la moglie e la figlia.

 

(16) OVRA, Organizzazione per la Vigilanza e la Repressione dell’Antifascismo, è la polizia politica

(17) Valiani, prima dirigente comunista e poi del Partito d’azione, nominato senatore a vita da Pertini

(18) Turi, piccolo comune della Puglia vicino a Bari; Gramsci da lì viene  trasportato a Roma dove muore in ospedale il 7 aprile 1937

(19) Gorkij, città a sud di Mosca, dal 1991 ha ripreso il nome di Niznij Novgorod

(20) NKVD Commissariato del Popolo degli Affari Interni che nel 1934 assorbe le competenze della polizia politica, che diventerà poi  KGB

(21) Lubjanka la sede del NKVD, il palazzo più alto di Mosca perché..... da lì si vedeva  la Siberia.

(22) Butyrki la più grande prigione di Mosca, costruita dagli zar per i detenuti politici

 

10  Ponza

 

Luigi trascorre tre anni a Ponza, dal 1929 al 1932, e Ferrer ne trascorrerà due, dall’autunno 1935 all’estate 1937.  I confinati arrivano da Napoli, a gruppi di quattro, incatenati in fila e rinchiusi in una stanzetta con un recipiente al centro per eventuali urgenze provenienti dallo stomaco, dai reni o dall’intestino. A Ponza soggiornano circa 800 militi, 500 confinati, di cui oltre due terzi comunisti, su  poco più di 2.000 abitanti. Fra i socialisti spiccano il nome di Sandro Pertini .

 

L’organizzazione dei confinati autogestisce una serie di servizi in comune, la mensa, la biblioteca, lo spaccio interno, l’allevamento delle galline, l’officina per la riparazione di oggetti di prima necessità, il barbiere, il sarto, ecc. La scuola di formazione è riservata ai soli comunisti. Ogni confinato riceve una mazzetta di cinque  lire al giorno, circa tre euro attuali e un vestito all’anno. Tre lire servono a pagare pranzo e cena alla mensa e due lire per un caffè, qualche sigaretta, un giornale.

 

La biblioteca è fatta di libri ben esposti, per lo più romanzi, e da libri clandestini, opere di Marx e Lenin e qualche manuale di economia politica, sottobanco. A un confinato appena arrivato il direttore del confino sequestra il Lapidus, un manuale di economia pubblicato in Unione Sovietica, in forma di dispense, adatto per i corsi.

 

Il regolamento del confino prevede la possibilità di presentare al direttore reclami individuali.  Qualche giorno dopo si presentano i primi cinquanta confinati, tutti in fila, per essere ricevuti e presentare un reclamo, chi per una lampadina rotta, chi per una branda difettosa, ecc. Al terzo giorno il direttore infuriato convoca Giuseppe Pianezza, un confinato suo commilitone al fronte nella guerra del 1915-18, per capire che succede. Pianezza ottiene il Lapidus, con l’impegno di restituirlo entro cinque giorni. Venti compagni trascrivono in tre giorni, su altrettante copie, le centinaia di pagine del Lapidus, sotto dettatura di un compagno che traduce dal francese.

 

I confinati dormono in quattro per ognuna delle ventiquattro celle esistenti. Al piano superiore del vecchio carcere quattro cameroni  ospitano 200 confinati e altri 200 circa stanno in locali allestiti a fianco della caserma. C’è una stanza per gli ammalati gravi

 

Luigi è il responsabile della mensa. Viene deferito al carcere di Napoli, dove rimane tre mesi, con l’accusa di avere organizzato e diretto una sommossa dei confinati. Qui impara da un detenuto della malavita napoletana alcuni trucchi per falsificare i documenti, che utilizzerà più tardi all’ Ufficio Legale del Partito. Fra questi l’uso di una patata cruda, tagliata a metà, per trasferire un timbro da un documento all’altro.

 

Nella primavera del 1930 Lidia raggiunge Luigi al confino, come volontaria. A Ponza si sposano il 10 ottobre e vanno a convivere in una piccola grotta, attrezzata a monolocale, con una tenda all’ingresso. Testimoni del matrimonio sono Giorgio Iaksetich, triestino, e Giulio Rivabene, entrambi confinati. Il podestà di Ponza, cav.uff. avvocato Nicola Lombardi, che li unisce in matrimonio, ha più familiarità con il codice penale e proprio a questo fa riferimento nel leggere i 3 articoli del codice civile che regolano la vita coniugale, suscitando l’ilarità dei testimoni, della coppia e dei confinati presenti.

 

Nell’isola Lidia ha libertà di movimento, si fa conoscere e rimuove un po’ alla volta i pregiudizi che avevano accompagnato il suo arrivo al campo dei confinati. Diventa la sarta delle mogli dei funzionari residenti nell’isola, contribuendo, con i suoi guadagni, a migliorare i servizi gestiti dai confinati, dalla mensa alla biblioteca, alla farmacia.

Nel gennaio 1932, incinta di sei mesi, lascia Ponza per Trieste, in attesa del rilascio di Luigi. Si ferma a Lucca per vedere Ferrer, detenuto in quel carcere dal mese di ottobre. Il figlio Giulio nasce a Trieste. Due mesi dopo, Lidia parte per Vienna, dove vive la cugina Erna, professoressa di disegno. Luigi la raggiunge con documenti falsi. Appena arrivato da Ponza a Trieste, il Partito gli ha chiesto di lasciare l’Italia e di andare a Parigi, dove c’è il  Centro Estero.

 

Ferrer arriva a Ponza tre anni dopo, nello stesso periodo in cui è confinato Giorgio Amendola con Germaine, sposata a Parigi, prima di rientrare in Italia, seguendo le direttive della Terza Internazionale. L’organizzazione dei comunisti a Ponza è ormai consolidata. Un ispettore del Ministero dell’Interno riferisce nella relazione: Non è possibile che, in regime fascista, sia operativo un Soviet nell’isola di Ponza…  Seguono delle misure restrittive e una protesta che si conclude con l’arresto di molti confinati, condannati a sei mesi di carcere. Fra questi c’è Nicoletto, amico di Ferrer.

A Ponza Ferrer incontra Altiero Spinelli (23) che ha già lasciato il Partito Comunista, per dissidenza profonda con la politica dell’Unione Sovietica. L’organizzazione del Partito a Ponza decide che possono parlare con Spinelli soltanto tre compagni. Ferrer contravviene a questa direttiva intrattenendosi a lungo con Spinelli che sta elaborando la vision della futura Europa.

 

Nel 2004 sono stato a Ponza. Ho ritirato la copia del certificato di matrimonio di Lidia e Luigi, e ho incontrato Temistocle, che , da ragazzo, lavorava per la mensa dei confinati .  A distanza di settant’anni si ricordava di Luigi e di Lidia, la giovane sarta.

 

(23) Altiero Spinelli, espulso dal PCI nel 1937 per le critiche a Stalin;redige nel 1941 insieme a Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann il Manifesto per un’Europa libera e unita, noto come manifesto di Ventotene.

 

 

11 Professionisti della politica

 

Con la chiamata di Luigi al Centro del Partito a Parigi nel 1932, dopo i tre anni di confino a Ponza, e di Ferrer nel 1937, dopo i quattro anni di carcere a Lucca e Civitavecchia e i due anni di confino a Ponza, Luigi e Ferrer diventano professionisti a tempo pieno della politica, con stipendio e abitazione assegnati dal Partito. Da quel momento la loro vita appartiene al Partito. Ogni rifiuto ad eseguirne le direttive significa possibile rimozione dall’incarico, conseguente emarginazione, probabile successiva espulsione, sospensione dello stipendio  e della protezione. Chi dissente e si allontana dal Partito deve provvedere al mantenimento suo e della famiglia.

 

A Luigi viene affidata la direzione dell’ufficio legale con il compito di controllare profilo e provenienza dei compagni che si presentano al Centro del Partito e di rendere più sicuro l’espatrio dall’Italia dei dirigenti del Partito richiamati all’estero. 

Il tentativo di dare la spallata al fascismo nel 1929- 1930, seguendo le direttive della Terza Internazionale, è ormai abbandonato.

 

Essendo triestino, gli viene affidato l’incarico di incontrare a Gorizia Regent(24), un dirigente comunista yugoslavo, anche lui di origine triestina, per concordare l’assetto da dare in futuro all’Istria e alla zona di Trieste

 

Ottocaro viene radiato dal Partito Comunista Italiano, a seguito dell’arresto e della condanna in Unione Sovietica. Luigi viene convocato a Mosca. Di ritorno a Parigi, comunica alla moglie la diffida a cercare qualsiasi contatto con il fratello Ottocaro, cui Lidia ha fatto da seconda mamma negli anni dell’infanzia.  Ottocaro, appena espulso dall’Unione Sovietica, raggiunge la Polonia e poi Praga, da dove tenta inutilmente di fare espatriare la moglie e la figlia. Il 12 febbraio 1937 si presenta alla frontiera di Tarvisio e chiede di rientrare in Italia. Ottiene il permesso, subordinato però allo status di apolide. Resterà senza documenti e senza possibilità di allontanarsi da Trieste per ben 10 anni.

 

Luigi fa molti viaggi all’estero, in Olanda, Belgio, Svizzera, Austria, per costruire una rete di amici del Partito, avvocati, medici, professori, che forniscono i loro passaporti, denunciandone la perdita. Crea così a Parigi una banca di passaporti, che vengono utilizzati per far arrivare i compagni dall’Italia a Parigi. Se c’è bisogno di modificare qualche dato, Lidia si reca al consolato di quel paese e, con il pretesto di annotare qualche informazione turistica, ne approfitta per ricaricare la stilografica con lo speciale inchiostro del consolato che servirà a correggere il passaporto. In base al profilo del dirigente da far espatriare Luigi sceglie il passaporto più adatto, dispone le modifiche necessarie utilizzando lo stesso inchiostro del Consolato e ne sostituisce la foto, con il metodo della patata, appreso nel carcere di Napoli.

 

Nel 1937 recapita al fratello Ferrer, arrivato da Ponza a Trieste, il passaporto di uno scultore austriaco per l’espatrio. Ferrer arriva in treno a Genova e da lì in  pullman per San Remo. Da San Remo parte un altro pullman che, alla sera, porta i turisti al casinò di Montecarlo. Alla frontiera i controlli sui passeggeri sono minimi. Ferrer prende il treno per Nizza, dove rimane per alcuni giorni, ospite di una famiglia di italiani diventati da anni cittadini francesi e dunque insospettabili, finché arriva la comunicazione di prendere il treno per Parigi. Ad aspettarlo, dopo otto anni, c’è Luigi.

 

A Parigi il primo incarico di Ferrer è quello di redigere l’elenco dei 360 compagni confinati a Ponza, con il curriculum di ognuno.  A Ponza però Ferrer ha infranto la consegna del partito di non avere rapporti con Spinelli. Un mese dopo l’arrivo a Parigi è convocato da Bibolotti, Dozza e Montagnana, cognato di Togliatti, che gli trasmettono una nota di biasimo e un richiamo per quel comportamento.

 

Ferrer lavora alla sede di Stato Operaio, la rivista del Partito diretta da Emilio Sereni e da Ruggiero Grieco, nuovo segretario generale del Partito, da quando Togliatti risiede a Mosca con un incarico di rilievo nel Comintern. In quel periodo, al Centro del Partito a Parigi lavorano oltre cento compagni, tutti professionisti della politica.

 

(24) Regent, triestino, dirigente del partito comunista di lingua slovena

 

 

Parte terza

in Francia

( capitoli 12-22)

 

 

12 Parigi negli anni ‘30

 

Nel periodo fra le due guerre mondiali la Francia accoglie i perseguitati politici di tutti i Paesi europei, l’Italia, la Germania, la Polonia, l’Austria, la Spagna. A Parigi hanno la propria sede il Partito Comunista, il Partito Socialista, il movimento di Giustizia e Libertà e vi risiedono i leader più rappresentativi, che non sono in carcere o al confino, Grieco, Turati, i fratelli Rosselli e molti altri.

 

Nella banlieu (25) parigina vivono anche molti compagni emigrati negli anni ’20, prevalentemente da regioni del centro-nord, per trovare lavoro e sfuggireal fascismo. Quasi tutti sono bene inseriti, alcuni hanno la nazionalità francese, ma, pur non svolgendo attività politica, sono pronti ad aiutare il partito e i compagni che arrivano.

 

A Parigi, vive anche Perovskaja, figlia dell’anarchico Leone. Lavora come commessa in un negozio e ha sposato un parrucchiere spagnolo, diventando lei stessa parrucchiera. A Parigi vivono anche Ciarita e Romano. A Montreuil abita Gandolfi di Reggio Emilia, che gestisce un negozio di alimentari. La moglie Pina cucina per i compagni che sono in prigione, senza visite di familiari. Gerolini di Villejuif, un ingegnere scappato da Monfalcone, abita in una villetta appartata e offre spesso ospitalità a compagni che sono di passaggio per pochi giorni. E’ uno dei bed and breakfast(26) registrati presso un compagno che ha contatti diretti con la sede del Centro del Partito .

 

Ci sono poi altri compagni, anch’essi arrivati nei primi anni venti, che hanno mantenuto l’iscrizione al Partito e svolgono compiti delicati, affidati loro dal Centro del Partito, con cui sono in diretto collegamento. Antonio e Lea, entrambi artigiani, lavorano il cuoio e fabbricano borse e scarpe per alcune boutique di Parigi. Luigi ha disegnato con loro un modello di borsa da viaggio con il doppio fondo. Attraverso un’apertura, ricoperta dalla fodera interna della borsa, vengono inseriti documenti riservati di Partito, che Luigi porta clandestinamente in Italia. All’andata sono Antonio e Lea a cucire la fodera, dopo l’inserimento dei documenti. Al  ritorno la borsa resta in Italia, perché ogni ricucitura potrebbe risultare sospetta ai controlli di frontiera. Per ogni viaggio viene quindi fabbricata una nuova borsa.

 

Luigi e Lidia con il piccolo Giulio arrivano a Parigi nell’agosto del 1932 e vanno ad abitare in un appartamentino di rue Oberkampf, vicino a Place de la Republique (27). Lidia conosce solo poche parole di francese e, quindi, esce con il bambino solo per fare poche compere, riuscendo sempre a ridere dei malintesi linguistici: per esempio, chiedendo del mastique ( mastice) per saldare il vetro di una finestra, il droghiere le dà un prodotto contro le moustiques (zanzare).

Luigi rientra alla sera, quando non è in viaggio per più giorni. Qualche volta vanno a mangiare la choucroute (crauti) da Jenny, la brasserie di Boulevard Saint Martin, adiacente a piazza della Republique. Nel dopoguerra ogni ritorno a Parigi sarà festeggiato da Jenny.

 

Un mese dopo il loro arrivo a Parigi, nella tarda mattinata, si presenta un signore sconosciuto che chiede di Griso, nome di battaglia di Luigi. Dice di chiamarsi Ercoli, nome di battaglia di Palmiro Togliatti, che Lidia non conosce. Si trattiene a mangiare un piatto di pasta, gioca con il bambino, chiede notizie di Ponza e di Trieste, fino al rientro di Luigi. Nel 1940 quando Togliatti, arrivato da Mosca, sarà arrestato a Parigi, occupata dai tedeschi, Lidia girerà per le carceri di Parigi e dintorni con un pacco di biancheria chiedendo di suo cugino Ercoli. Lo troverà nel carcere di Fresnes (28) e gli consegnerà il pacco con i messaggi in codice.

 

Nel 1933 Il Centro Estero del Partito affitta una casa sul bordo della Marne a Joinville, nella banlieu sud est di Parigi, dove i dirigenti del Partito si ritrovano ogni domenica. Luigi e Lidia abitano lì insieme a Giuseppe Dozza, futuro sindaco di Bologna, sua moglie Tina e la figlia Luciana. Le riunioni sono allietate dalla cucina di casa: Tina fa la pasta, Giuseppe cuoce il ragù, Luigi prepara gli arrosti e Lidia lo strudel di mele.

 

Giulio viene colpito da poliomielite al braccio sinistro. Ricoverato all’ospedale  viene chiamato d’urgenza il medico del Partito Eugenio Reale, futuro ambasciatore in Polonia, che lo cura fino alla guarigione.

 

Nel novembre 1936 Luigi è in viaggio verso l’Italia con una delle borse fabbricate da Antonio e Lea e cinque passaporti nel doppio fondo. Viene fermato alla frontiera perché, da un controllo più approfondito al tatto, emerge un rigonfiamento. Anche il suo passaporto contraffatto, appartenente a un cuoco svizzero, viene passato al vaglio. La vera identità di Luigi viene scoperta. Lo trasferiscono al carcere di Grenoble. Passano due settimane e la polizia francese decide di rispedirlo al confine con l’Italia. Tramite un altro detenuto Luigi riesce ad avvisare Lidia, che allerta il Centro del Partito. Pochi giorni prima del rimpatrio in Italia, a Grenoble arriva Pierre Cot, il ministro dell’interno del governo di Fronte Popolare, che riaccompagna Luigi a Parigi.

 

Per qualche mese è meglio scomparire. Lidia, incinta, va con Giulio a Samedan, vicino a Saint Moritz, in Engadina, ospite di un compagno svizzero, artigiano del legno. Luigi lavora come cuoco  a Zurigo. A fine febbraio  Lidia e Luigi ritornano nella casa di Joinville . Lidia è ormai prossima al parto. Il secondo figlio, Giorgio, nasce nella clinica diretta dal figlio di Marcel Cachin, uno dei fondatori del Partito Comunista Francese. Per la nascita di Giorgio arriva a Parigi anche nonno Lodovico da Trieste. Esce ogni sera, entusiasta della vita notturna. Al quinto giorno riparte

 

Parigine me ga svodà tacuin ( le parigine mi hanno vuotato il portafoglio).

 

 Lidia non lo rivedrà più. A poco più di un anno Giorgio si ammala di polmonite multipla. La situazione si presenta molto grave dopo una settimana di degenza ospedaliera.  La penicillina non è ancora disponibile. Viene chiamato ancora Eugenio Reale. che raccomanda la continuata degenza a letto, in casa.

Per l’alimentazione prescrive il latte di mandorla ristretto. Lidia gira per molti negozi di alimentari gestiti da italiani finché lo trova da Gandolfi, il compagno reggiano emigrato dal 1924. Sta  a Montreuil, nella prima periferia di Parigi, prossima al ben noto quartier Porte des Lilas, cantato da Brassens e raccontato da Pennac attraverso le vicende della famiglia Malaussène. Nell’autunno del 1938, dopo la caduta del Fronte Popolare, gli immigrati politici italiani prendono maggiori cautele. La grande casa di Joinville viene abbandonata. Luigi e Lidia cambiano più volte comune di residenza.

 

Un paio di settimane prima dell’aggressione alla Polonia, viene firmato il patto Molotov-von Ribbentropp (29) fra Russia e Germania. Le lacerazioni sono profonde fra gli alleati dell’Unione Popolare Italiana, il fronte delle forze antifasciste, e anche all’interno del Partito Comunista. Leo Valiani esce dal Partito. La firma di quel patto è una doccia fredda, tutti si aspettavano un patto di alleanza fra Unione Sovietica, Francia e Inghilterra, dopo l’invio a Mosca di due generali per trattare un accordo.

 

Il Partito Comunista Francese e, di conseguenza, il Partito Comunista Italiano sono dichiarati illegali. Vengono chiuse tutte le sedi, compresa la casa editrice Les Italiens, dove lavorano molti compagni e vengono stampate tutte le pubblicazioni, Stato operaio, la Voce degli Italiani. Segue l’arresto di dirigenti del Partito, fra i quali Luigi Longo e Giuliano Pajetta. Grieco viene sostituito alla segreteria da Giuseppe Berti.

 

La linea politica che arriva da Mosca, adottata dalla Direzione del Partito, è quella della neutralità nella guerra appena scoppiata fra potenze imperialiste, la Germania da un lato e la Francia e l’Inghilterra dall’altro. A est Polonia, Lettonia, Lituania ed Estonia non esistono già più, i loro territori sono stati suddivisi fra Germania e Unione Sovietica, secondo l’accordo Molotov-von Ribbentropp. Ai compagni italiani viene richiesto di andare con le famiglie in Unione Sovietica. Luigi si trova già lontano da Parigi con la famiglia, vicino a Lyon, dove lavora come imbianchino. Ferrer e Nicoletto lavorano , anche loro clandestini, in una fabbrica della banlieu parigina.

 

Maurice Thorez e altri dirigenti del Partito Comunista Francese, d’accordo con la linea della neutralità, disertano la chiamata alle armi. Socialisti e giellisti italiani sono invece favorevoli a dare piena solidarietà alla Francia e molti si arruolano in una colonna italiana, per combattere a fianco delle truppe francesi. Ma, fino alla primavera del 1940, la situazione è di stallo: sul fronte francese è in atto la drole de guerre(30)

 

L’attacco tedesco con l’aggiramento della linea Maginot (31) scatta nel mese di aprile e si conclude in poche settimane con l’occupazione di Parigi e di metà della Francia.

 

(25) banlieu, l’hinterland di Parigi. Saint Denis sta a nord, Montreuil à est e Villejuif a sud

(26) bed and breakfast,, nel senso che veniva offerto l’alloggio e la prima colazione

(27) Place de la Republique, grande piazza nella zona est di Parigi

 (28) Fresnes, cittadina della Val di Marne a sud ovest  di Parigi, nota per il Centro Penitenziario

(29) Molotov-von Ribbentropp il trattato di non aggressione firmato fra Germania e URSS il 23 agosto del 1939; venivano definite anche le zone di influenza dei due Stati

(30) La drole de guerre fu chiamata così perché per 7 mesi, dal settembre 1939 all’aprile 1940, tedeschi e francesi si fronteggiarono senza combattere lungo la linea Maginot.

(31) Linea Maginot, linea di fortificazioni in cemento con postazioni di mitragliatrici costruita dal 1928 al 1935 a est per difendere il confine franco tedesco

 

13. La guerra di Spagna

 

In Spagna, dopo la vittoria del Fronte Popolare alle elezioni del febbraio 1936, c’è il pronunciamento di Francisco Franco, seguito, a distanza di pochi giorni, dall’intervento dell’aviazione tedesca e italiana, dal rifornimento di materiale bellico e dall’invio di oltre 150.000 uomini, italiani e tedeschi. Il governo repubblicano è isolato, data la politica di non intervento della Società delle Nazioni. Ai partiti socialisti e comunisti di tutto il mondo appare subito chiaro che, in Spagna, si gioca una partita chiave nella battaglia contro il fascismo. Da 52 Paesi arrivano in Spagna oltre 40.000 volontari, di cui quasi 4.000 italiani. L’Unione Sovietica fornisce armi e sostegno e la Terza Internazionale, diretta ora da Dimitrov (32) e Togliatti, si schiera con le brigate internazionali.

 

Togliatti arriva in Spagna. Stalin invia un telegramma a Largo Caballero, capo del governo repubblicano e segretario del Partito Socialista, suggerendo una linea moderata e aperta alle alleanze con altri partiti favorevoli alla repubblica. Ma è all’interno del fronte dell’estrema sinistra spagnola, fra comunisti ed anarchici, che ci sono le divisioni più gravi, quelle che portano a sanguinosi regolamenti di conti,  con fucilazioni in massa di anarchici del Partito Obrero de Unificacion Marxista.

 

Questi episodi minano profondamente l’unità e la resistenza del movimento democratico spagnolo, fedele al governo repubblicano, che tiene saldamente in mano le roccaforti delle grandi città, Madrid, Barcellona, Valencia. Nelle campagne, dove vive la maggioranza della popolazione e dove la Chiesa cattolica ha un’influenza determinante, c’è scetticismo. In alcune zone il governo di Fronte Popolare ha assegnato le terre incolte alle cooperative, ma i contadini non vanno a coltivarle, temono di subirne le conseguenze, dopo la vittoria di Franco, sempre più probabile.

 

Socialisti, radicali, comunisti e anarchici combattono fianco a fianco nelle brigate internazionali, fiduciosi di un esito finale positivo, di un intervento del governo di Fronte Popolare della Francia e di un appoggio incondizionato dell’Unione Sovietica.

 

A Parigi la direzione del Partito ha deciso di inviare alla scuola Leninista a Mosca alcuni giovani compagni arrivati da poco, fra cui Ferrer, Boretti di Milano, scappato dal confino dell’Elba e Nicoletto, che viene direttamente dal confino a Ponza. Ferrer, Boretti e Nicoletto riescono a convincere la Direzione del Partito a rinunciare al progetto della scuola Leninista, chiedendo di essere autorizzati a raggiungere le brigate garibaldine in Spagna. Partono per la Spagna nel settembre 1937.

 

Italo Nicoletto arriva in Spagna un mese prima di Ferrer e Boretti, passando i Pirenei a piedi. Dopo un sommario addestramento Ferrer e Boretti vengono inviati sull’Ebro (33) con la brigata internazionale attestata in trincea. Boretti ha fatto il militare in Italia, ha maggiore esperienza di armi, gli viene affidato un incarico da ufficiale. Ferrer è soldato semplice, ma con un incarico politico. Sono ingenui, come tutti i volontari, e vanno incontro al fuoco quasi fossero invulnerabili, salvo poi essere assaliti dalla paura….ma, in quel momento, non hanno dubbi, la ragione si impone:

 

.......sono venuto per combattere, non per scappare.......

I franchisti occupano la collina di fronte, Boretti comanda un gruppo di mitragliatrici e Ferrer è al suo fianco. Un tiratore scelto punta l’uomo vestito da ufficiale e con un solo colpo al cuore Boretti cade fulminato accanto a Ferrer. E’ uno choc terribile per lui.

 

Nell’autunno 1938 l’Unione Sovietica interrompe i rifornimenti alla Spagna e cade ogni residua speranza di poter resistere. In ottobre le brigate internazionali abbandonano il fronte e raggiungono Torrejon, da dove i volontari rientrano nei loro Paesi , ad eccezione di  italiani, tedeschi e spagnoli, che sono trasferiti nei campi di Argeles e Gurs, allestiti in territorio francese.

 

Ferrer è arrivato in Spagna con un permesso di soggiorno ufficiale e con un documento francese che gli consente di rientrare a Parigi dalla Spagna, senza passare attraverso i campi profughi.

 

Madrid soccombe il 1 aprile 1939.

 

Albert Camus (34), membro delle brigate internazionali insieme ad altri intellettuali, scrive nel 1947

Sono nove anni che gli uomini della mia generazione hanno il macigno della Spagna nel cuore. Hanno scoperto che è possibile avere ragione ed essere sconfitti. Ciò spiega perché hanno vissuto il dramma spagnolo alla stregua di una tragedia personale.

(32) Dimitrov, dirigente del Partito Comunista Bulgaro, noto per Aver difeso i comunisti dall’accusa di incendio del Reichstag nel 1933 e diventato segretario generale del Comintern

(33) Ebro, il maggior fiume della Spagna, bagna Saragozza e sfocia in mare fra Barcelona e Valencia

(34) Albert Camus, romanziere, drammaturgo, filosofo francese, esponente dell’esistenzialismo

 

 

14. Montreuil, 216 rue de Paris

 

Dalla fine del 1938, dopo la caduta del Fronte Popolare, gli immigrati politici italiani sono ricercati. La famiglia Visintini cambia cognome e residenza più volte. Non c’è più lo stipendio del partito e Luigi, clandestino, svolge diversi mestieri, cuoco, muratore, imbianchino.

 

Dopo sei spostamenti in località diverse, nel giugno  1940, la famiglia si stabilisce a Montreuil, alle porte di Parigi,. Questo indirizzo sarà  una sorta di faro, nelle tenebre della guerra. E’ una casa popolare di cinque piani. La famiglia occupa un appartamentino del quinto piano. A fianco abita madame Lebazet, un’impiegata che esce di casa ogni mattina con un cappellino nuovo. Lidia cuce qualche vestito per il negozio di confezioni sotto casa e, incuriosita, una mattina, apre la porta, la saluta e le chiede come fa a procurarsi tanti cappellini nuovi: la signora ride, si toglie il cappellino con la veletta e mostra la scatola di camembert, abilmente foderata, che ne compone la struttura. Ogni sera decide la variante del giorno dopo.

 

Al piano di sotto c’è la famiglia Bertrand, padre operaio, madre casalinga e giovane figlia aspirante sarta, dove si cucina ogni giorno o quasi il boeuf mode (35), molte carote e poco spezzatino di manzo. La figlia Gaby di 20 anni , lavora con Lidia per il negozio sotto casa, il cui titolare monsieur Leber è un ebreo.

 

Occupata Parigi, nella primavera del 1940, i tedeschi entrano in possesso di molti fascicoli personali e tutti i dirigenti del Centro del Partito sono ricercati. Berti parte per gli Stati Uniti e ritornerà alla fine della guerra  Luigi è nell’elenco dei ricercati. In quel periodo arriva un telegramma da Trieste, indirizzato a Lidia Tlustos, la sola ad avere cognome ed indirizzo dichiarati pubblicamente: Lodovico è morto.

 

La situazione diventa sempre più difficile. Ferrer è ritornato a Parigi dalla Spagna, ma non viene in rue de Paris, per non insospettire la polizia. Non ci sono più collegamenti con il Partito. Ognuno si arrangia come può. Per fortuna c’è il negozio di alimentari di Gandolfi, dal quale si riesce a rimediare qualche alimento.

 

La vigilia del Natale 1940 è l’ultima serata in cui la famiglia si ritrova unita. In via eccezionale, più tardi, arriva anche Ferrer. Lidia è riuscita a preparare uno strudel di mele, per il Natale. I bambini vanno a letto presto, Luigi e Lidia pure. Ferrer dorme su una branda in cucina. A mezzanotte deve arrivare père Noel.

 

Alle otto del mattino sono tutti in cucina per la colazione. Lidia apre l’armadietto per prendere lo strudel, ma ne trova solo la metà e rivolge subito un’occhiataccia a Ferrer, che si gira verso i bambini e dice: ‘ Un po’ prima di mezzanotte ho sentito dei rumori alla porta…insospettito, mi sono alzato e, senza far rumore, ho guardato dallo spioncino…era père Noel con i doni…allora ho aperto la porta e l’ho fatto entrare…aveva freddo e tanta fame….gli ho offerto mezzo strudel: ho fatto bene o male?

I due bambini in coro rispondono: ‘hai fatto benissimo’. E così Lidia deve tacere. Anche nei momenti più difficili con Ferrer c’è da divertirsi..

 

La famiglia è senza risorse, bisogna provvedere in qualche modo. Va di lusso quando si cena con un sacchetto di ciccioli e un filone di pane grigio da pucciare nei ciccioli spadellati. Luigi trova lavoro come bracciante nella raccolta delle barbabietole in Picardia, una regione a nord di Parigi. E’ arrivato qui ,insieme ad altri compagni, dopo aver rifiutato ancora una volta di mandare a Mosca la famiglia. Ha lasciato Lidia con il figlio maggiore a Montreuil e ha portato con sé il figlio più piccolo Giorgio, che affida a una coppia di anziani abitanti a Blangy Tronville, un piccolo centro agricolo a otto km da Amiens. Pierre et Jeanne Modot abitano in una casetta con l’orto, vicina alla piazza, sulla strada che va nelle campagne, verso Villers Bretonneux, il comune più importante della zona. Accettano di tenere a pensione Giorgio e , per lui, diventano subito i nonni, pepè e memè, che non ha mai conosciuto. Luigi trascorre con lui la domenica. Insieme vanno a trovare i nuovi compagni di lavoro, i Dubois a Longueau e gli Aimetti a Gentelle. Alla domenica sera Luigi consegna a Giorgio cinque  franchi, la paghetta della settimana, che mémé si premura di confiscare subito dopo la partenza di Luigi, perché… è meglio mettere i soldini nel salvadanaio.

 

Luigi sa che la situazione è diventata pericolosa anche per Lidia e Giulio, perciò decide di andare a Parigi . Li raggiunge in bicicletta, per evitare i controlli alle stazioni, e spiega che cosa fare in caso di pericolo. Giulio resterà a Parigi a casa di Perovskaja. Lidia prenderà il treno per Amiens e si metterà in contatto con un compagno francese. In attesa di trovare una sistemazione indipendente per la famiglia a Blangy Tronville, Luigi si mette d’accordo con Aimetti che può ospitarli nella sua casetta a Gentelle.

 

Nel frattempo è finita la drole de guerre e i tedeschi occupano Parigi. Passano ancora due mesi e la moglie di un compagno corre  da Lidia per avvisarla che sono venuti a cercare Luigi e, al  posto suo, hanno arrestato Ferrer. Luigi , arrivato il giorno prima da Amiens(36),  riparte immediatamente. Arrivano due persone a chiedere se Luigi Visintini abita lì. Lidia risponde che non lo vede da mesi. Prendono lei e il figlio Giulio di 9 anni e  portano entrambi in questura.

 

Lidia viene interrogata da due ufficiali tedeschi che  vogliono sapere dove si trova il marito. Non la sottopongono a tortura, si limitano a schiaffeggiarla, parlando tra loro in tedesco. Lidia capisce il tedesco, ma loro non lo sanno. Giulio viene invece interrogato da una poliziotta francese che ricorre alle frustate in schiena, ma Giulio non sa dove è andato il padre. Dopo alcune ore i tedeschi decidono di rilasciare Lidia e Giulio. Hanno deciso di farla seguire nella convinzione che li porterà da Luigi. Ma Lidia ha capito tutto, deve scappare subito

 

Lidia esce dalla questura con Giulio. Entrano nella metropolitana e, dopo aver cambiato due linee, escono dalla metro ed entrano in un ristorante. Mangiano in fretta, Giulio vorrebbe trattenersi per finire un piatto di frutta assortita. Bisogna far presto, escono dal retro del ristorante e saltano sul primo autobus che passa. Senza tornare a casa, Lidia accompagna Giulio da Perovskaja. Resterà da loro, con la figlia Sonia, per terminare l’anno scolastico a Montreuil. Quindi raggiunge la Gare du Nord e prende il treno per Amiens. Il poliziotto che li seguiva ha perso le sue tracce.

 

(35) boeuf mode, un piatto della cucina francese, uno stufato di spezzatino di manzo e carote

(36) Amiens, capoluogo della Picardie, regione a nord di Parigi

 

15. La fuga in Picardie

 

La regione Picardie sta a nord, fra Parigi e il Pas de Calais. Il capoluogo è Amiens con la sua magnifica cattedrale gotica. Da Amiens passa la Somme, il fiume che attraversa il Nord della Francia prima di gettarsi nell’Atlantico dopo Abbeville. E’ una zona agricola, di colture industriali, come la barbabietola da zucchero. In autunno sono molti i braccianti stagionali che vengono qui a raccogliere le barbabietole, un lavoro duro, da 10-12 ore al giorno. Si mangia una minestra densa di fagioli e si dorme in capanne sulla paglia. Ci si lava all’esterno con l’acqua corrente fredda.

 

Dal 1938 al 1944 la famiglia Visintini passa più volte da una località di residenza all’altra  e , spesso, con un nuovo cognome.  Ogni volta cambia l’ambiente, bisogna fare nuove conoscenze, ma sempre con la massima cautela. Per Giulio che frequenta la scuola è un trauma ancora maggiore, che Lidia fatica a spiegargli

 

A pochi chilometri da Amiens sulla Somme c’è Blangy Tronville, un paesino di poche centinaia di abitanti. Alle porte di Blangy, il campo di aviazione di Glisy, un paese semidistrutto dai bombardamenti; i tedeschi l’hanno occupato e stanno reclutando mano d’opera per restaurare i magazzini e le piste dell’aerodromo e farne una base militare. Oltre metà degli abitanti di Glisy sono sfollati a Blangy Tronville, che si ritrova con una popolazione quasi raddoppiata. Luigi, alias monsieur Martini, immigrato di origine italiana, secondo l’ultimo documento che possiede, si presenta insieme a Natale Viavini, un emigrato dal bresciano. Vengono assunti come muratori carpentieri.

 

C’è un proverbio francese che dice pour echapper au loup la meilleure devise est de se mettre dans la gueule du loup (per sfuggire al lupo il posto più sicuro sono le sue fauci)

 

In poche settimane a Blangy quasi tutti conoscono Georges, il bimbo che sta dai nonni Modot. Ogni lunedì mattina mémé prepara il jus (37). Fa sobbollire in un pentolone tante carote affettate e essiccate al sole, orzo tostato e cicoria, ottenendo, dopo un paio d’ore, un succo scuro, il jus, che versa in sette bottiglie, una per ogni giorno della settimana. Lei sta alla finestra e vede passare i paesani che vanno al lavoro dei campi. E’ tradizione fermarsi, soprattutto al ritorno, per due chiacchiere con mémé, la nonna, e una tazza di jus.

 

Prima della loro casetta c’è la fattoria di Albertine, una donna magrissima di 50 anni, che sembra già anziana, con sua mamma, quasi piegata in due. Hanno molti campi che fanno coltivare a grano, ma, per avarizia, portano a spasso la mucca, come un cane, con il guinzaglio, per farla pascolare ai bordi della strada. La mucca serve loro per il latte e il formaggio che consumano e per barattare il sovrappiù con qualche altro genere di prima necessità. Si dice che Albertine non spenda neppure un franco e che sia abilissima a sbucciare le patate. La buccia deve essere trasparente, perché nulla vada sciupato.

 

 

Lidia, sfuggita alla Gestapo, arriva a Amiens, incontra il compagno francese di cui ha l’indirizzo, e riabbraccia prima Luigi e poi Giorgio. Qualche settimana dopo ritorna a Parigi per un sopralluogo in rue de Montreuil e per riprendere Giulio. La famiglia riunita trascorre l’estate a Gentelle, un paesino di meno di mille abitanti, vicino a Blangy  Nel cortile di casa Lidia sottopone Giorgio a un energico trattamento contro i pidocchi con lozioni a base di petrolio.

 

Giorgio impara ad andare in bicicletta, così, alla domenica, tutti insieme possono mettersi in viaggio per andare a trovare i nonni Modot a Blangy , che dista solo cinque chilometri.

 

Alla fine dell’estate, prima della riapertura delle scuole, Luigi affitta una casetta rimasta libera a Blangy Tronville.

 

(37) jus, significa sugo, in questo caso una bevanda di colore scuro.

 

16. Blangy Tronville

 

La casetta di Blangy Tronville è la tipica costruzione dei contadini poveri e dei braccianti della Picardie. I locali, cucina, due stanze e la stalla, si affacciano tutti sulla strada principale del paese, dalla quale li separa l’orto di circa dieci metri per dieci. Entrando dalla strada, sul lato sinistro, c’è il cancello, da cui si procede costeggiando il muro della fattoria a fianco, e si arriva direttamente alla stalla. Si gira poi a destra  passando davanti alle finestre delle due stanze fino all’ingresso della cucina addossata al muro di un’altra casa. All’origine questa era la casetta del guardiano della fattoria. Sul retro della casa e della stalla c’è una striscia di terra, il campo minato, perché lì, uscendo dalla porta posteriore della stalla, si fanno ogni sera le buche e vengono versati i bisogni liquidi e solidi della giornata.

 

Alle porte di Blangy nel bosco, lungo la Somme, c’è il castello costruito nel XVIII secolo dai signori di Blangy Glisy. Qui si è insediato il comando tedesco.

 

Luigi lavora al campo di aviazione tedesco, Lidia tiene la casa, alleva galline, anatre e conigli, Giulio va a scuola e Giorgio, che ha quasi cinque anni, impara a leggere e scrivere con una compagna maestra, madame Santini, di origine italiana, che abita ad Amiens e viene a trovarli ogni settimana. Durante il primo anno la famiglia sta molto ritirata in casa. Giorgio impara a giocare alla belotte(38), una sorta di tresette con briscola, per fare il quarto nelle lunghe serate invernali.

 

Nel 1942 Giulio frequenta l’ultimo anno delle elementari. Nella scuola ci sono due aule e due maestri, nella prima aula fanno lezione le prime 3 classi, nella seconda aula la quarta e la quinta insieme. L’anno dopo Giulio va alle medie a Villers Bretonneux, in bicicletta. Il giorno dopo aver compiuto i sei anni di età, due mesi prima della fine dell’anno scolastico, Giorgio viene accolto in prima elementare.

 

Ogni domenica si unisce alla famiglia Natale Viavini. E’ un uomo di grande generosità, dotato di una forza straordinaria: taglia la legna, ripara la stalla, zappa l’orto, fa qualsiasi cosa pur di rendersi utile. Ogni mattina passa davanti casa, aspetta Luigi, per fare insieme i tre km dell’allée des tilleuls(39) che porta al campo di aviazione. Un giorno smette improvvisamente di passare al mattino, gira dall’altra parte del paese, raddoppiando quasi il percorso. Alla richiesta di Luigi risponde: sai ho prestato 100 franchi a Paul e se passo davanti a casa sua sembrerebbe che voglia reclamarli…

 

Il giovane maestro Yeulle che ha accolto Giorgio a scuola gli chiede qual’è il lavoro del babbo. In paese è cresciuta la curiosità di saperne di più di questa famiglia operaia di immigrati italiani, dopo che Luigi ha scritto il discorso letto dal sindaco al funerale della figlia primogenita di madame Kati, la proprietaria della grande fattoria che confina con la loro casetta. Giorgio risponde che il papà è operaio, ma legge molto e scrive bene.

 

Un po’ alla volta Luigi e Lidia allargano la cerchia delle conoscenze in paese. Di fronte, in una bella casa padronale, abitano Yvonne di 60 anni e Lucia di 75 anni.

Entrambe sono vedove, madri dei padroni delle due fattorie più importanti del paese, i Langlet e i Boulet. Nel retro della grande stalla dei Langlet alcuni paesani si ritrovano alla sera per ascoltare la radio sulle frequenze di radio Londra, da dove De Gaulle ha lanciato l’ appello ai francesi del giugno 1940. Anche Luigi viene invitato a questi raduni serali.  Lidia cuce qualche vestito per le signore e Luigi disegna la borsetta, poi rivestita con la stessa stoffa. Alla domenica mattina, Luigi, Lidia e i ragazzi si nascondono dietro le tendine della finestra di casa e guardano le signore che passano per andare a messa e fanno bella mostra del vestito e della borsetta nuova. Al sabato Giorgio va a salutare memè e pepè, i nonni, in fondo al paese. Alla domenica pomeriggio c’è sempre la gita in bicicletta a Gentelle o  Longueau.

 

Due o tre volte all’anno Luigi e Lidia partono in bicicletta al sabato verso sera e ritornano la domenica notte, affidando i due ragazzi alle cure di Yvonne e Lucia. Vanno a Montreuil, in rue de Paris, per fare un sopralluogo e vedere se qualcuno ha lasciato un messaggio sotto la porta. Altre volte è Lidia da sola che, sempre in bicicletta, percorre i 40 chilometri da Amiens a Compiègne, per incontrare Ferrer.

 

In previsione dei bombardamenti alleati sul campo di aviazione i Langlet decidono di costruire un rifugio nella casa di Yvonne e Lucia. Luigi assume la direzione dei lavori. In fondo al cortile, dove si erge una collinetta, partecipano allo scavo decine di uomini e donne che si danno il turno nelle ventiquattro ore. Luigi è diventato capo cantiere ed ha le chiavi del magazzino. Una sera Langlet va al campo d’aviazione con un carro trainato da due cavalli ed entra nel magazzino dove Luigi lo aspetta. Caricano rapidamente le tavole di legno necessarie a rivestire il  rifugio ed escono con una bolla falsa per una consegna da fare a Amiens.

 

Prima della fine del 1943 il rifugio è terminato e, di notte, quando suona l’allarme, vi trovano posto fino a cinquanta persone. Durante le notti trascorse nel rifugio si consolidano i rapporti di amicizia fra i paesani e la famiglia di immigrati italiani.

 

(38) belotte, gioco di carte molto diffuso in Francia, una sorta di tresette con la briscola

(39) allée des tilleuls, viale dei tigli, albero molto diffuso nel nord della Francia

 

 

17. Il Maquis (40)

 

Il maquis in Francia è fortemente connotato dal patriottismo. Si cantano le canzoni dei lavoratori (montez des mines, descendez des collines camarades….), la componente comunista è forte, ma i comandanti del maquis sono in maggioranza gollisti. Dopo l’arrivo degli emissari di De Gaulle, fin dall’inizio del 1943, sono poche le brigate con un preciso orientamento politico, come si vanno formando invece in Italia le Brigate Garibaldi, Matteotti, Fiamme verdi, Giustizia e Libertà, Brigate del Popolo. Fin dal 18 giugno 1940, con l’appello di Londra, il generale De Gaulle si rivolge a tutti i francesi:

 

La Francia ha perso una battaglia ma non la guerra; i francesi devono continuare a combattere a fianco dell’Inghilterra contro l’invasore.

 

L’ occupazione tedesca si ferma ai confini della Loire. Nella Francia del Centro Sud viene favorita la costituzione di un governo compiacente, a capo del quale è chiamato il Maresciallo Petain (41). In un primo momento la destra conservatrice è fedele al Maresciallo Petain, uomo rispettato, di indiscusso valore militare. Ma risulta presto evidente che si tratta di un governo solo in apparenza indipendente. La collaborazione con la Germania nazista diventa sempre più stretta e subalterna.

L’appello di Londra fa conoscere, in Francia e nel mondo, il generale De Gaulle che si identifica con l’opposizione al governo di Vichy (42). Grazie alla distribuzione diffusa sul territorio di radio trasmittenti e riceventi, nel corso degli anni 1941-42, i partigiani sono in grado di coordinare le proprie attività e gli emissari del generale De Gaulle diventano un po’ alla volta i leader dei principali movimenti.

 

L’inviato di De Gaulle, Jean Moulin, costituisce Mouvements de la Resistance. Tutta la resistenza è compatta e schierata con De Gaulle. Quando il generale costituisce il governo provvisorio di Algeri (43), la maggioranza è composta da militari di carriera, stretti collaboratori di De Gaulle, ma  ne fanno parte anche due comunisti. Durante lo sbarco in Normandia e nelle azioni militari successive due armate francesi affiancano gli alleati, l’una formata dall’esercito regolare, integrato nelle truppe americane, e l’altra dalle brigate del maquis FFI (Forces Françaises de l’Interieur).

 

A Blangy Tronville, nell’autunno del 1943, il gruppo di ascoltatori di radio Londra aderisce al CNR. Ne fa parte anche Luigi. Vengono organizzati i turni di guardia all’entrata del paese, per tenere sotto controllo i movimenti del comando tedesco, di stanza al castello. Si scopre così che Mademoiselle Degon, che abita nella fattoria vicina, a notte fonda, va ad intrattenere gli ufficiali al castello. Nell’agosto 1944 c’è l’ultimo bombardamento e i tedeschi abbandonano il castello e il campo di aviazione. Il maquis sfila per le strade di Blangy in mezzo alla popolazione festante. Sul primo carro c’è anche Luigi. Sul secondo carro c’è mademoiselle Degon, rapata a zero.

 

La famiglia Visintini conserva un ricordo struggente di quella domenica di settembre, quando l’automobile dei Langlet li accompagna alla stazione di Amiens. C’è tanta gente che saluta, ai lati della strada. Si ritorna a Parigi. Natale Viavini ha deciso di restare in Francia. La sorella si è sposata a Brescia ed è andata ad abitare nella casa dei genitori, entrambi deceduti. Se ritornasse in Italia creerebbe un problema alla sorella.

 

(40) Maquis, macchia/cespugli, termine usato per definire in Francia la Resistenza al nazismo

(41) Marechal Petain, generale distintosi nella guerra del 1914 e nominato poi Maresciallo di Francia, accetta di costituire un governo della Francia di Centro sSud non occupata dai tedeschi.

(42) Vichy, cittadina termale del centro della Francia, sede del governo di Petain

(43) Governo di Algeri, è il governo di unità nazionale costituito ad Algeri da De Gaulle nella primavera 1944.

 

 

18. Compiègne, il campo di concentramento

 

A Compiègne(44) la Germania ha firmato la resa alla Francia ed è finita la prima guerra mondiale nel novembre 1918. Qui i tedeschi hanno deciso di costruire il campo di raccolta dei prigionieri fatti in Francia, prima di smistarli nei campi di concentramento costruiti in Germania e Polonia.

 

E’ una vecchia caserma che può ospitare fino a 3.000 deportati: 1.500 nel campo dei politici, francesi e di altre nazionalità, 500 inglesi e americani, i meglio sistemati, portati lì con la Croce Rossa e 1.000 ebrei, cui viene riservato un trattamento spietato. Gli ebrei sono quelli in transito veloce per i campi della Germania, mentre i politici vengono mandati in Germania solo in occasione di azioni punitive.

C’è una spedizione ogni settimana. Da Compiègne passeranno, in tre anni, più di 100.000 deportati. Gli ebrei, per la visita medica, vengono messi in fila nel cortile, nudi, sia d’estate che d’inverno. A mezzogiorno i deportati ricevono un litro di minestra e 200 grammi di pane. Agli ebrei la minestra viene versata in un piatto che il deportato deve reggere in mano, così una parte cade a terra e i secondini godono nel vedere il deportato che si china a raccogliere il pezzo di patata o qualche fagiolo.

 

I primi 250 deportati, tutti politici, vengono scaricati dai camion nella primavera 1941. Ferrer è tra questi. Viene immatricolato con il numero 231. Rimarrà fino all’agosto 1944. Questi 250 deportati vengono assegnati ai primi due blocchi. La maggior parte si conoscono e, mentre si abbracciano, Ferrer, forte dell’esperienza fatta in carcere e al confino, già organizza il soggiorno. A Ponza è stato responsabile dell’infermeria.

 

In infermeria c’è aun medico chirurgo, Galouen, 65 anni, esponente radicale, già Presidente del Fronte Popolare in Normandia. Nel campo è deportata anche la figlia di Galouen, Madeleine, violinista. Madeleine e Ferrer hanno qualche occasione di incontro, nasce una forte simpatia . Le loro condizioni migliorano. Sono fra i privilegiati che possono ricevere visite e anche pacchi da casa.

 

Il 15 agosto del 1941 c’è un attentato a Parigi. Uno dei primi gruppi del maquis ammazza un colonnello tedesco. La reazione della Gestapo che comanda il campo è immediata: se non viene arrestato l’assassino, dodici  politici saranno fucilati. Scaduto il termine tutti i deportati politici vengono radunati in cortile e comincia il conteggio. Galouen è alla destra di Ferrer e segue attentamente le operazioni di conteggio, mentre Ferrer racconterà di essere immerso in tutt’altri pensieri. Improvvisamente Galouen si sfila e passa alla sinistra di Ferrer, il prescelto diventa lui. Mentre viene portato via dice a Ferrer: io ho già vissuto abbastanza, abbraccia Madeleine.

 

Quasi ogni mese vengono fucilati uno o due politici per rappresaglia. Non li mettono più in cortile per la conta. Viene comunicato il numero del deportato, è una roulette russa.

 

La caccia agli ebrei è ossessiva. Una notte, per vedere se c’è qualche ebreo mimetizzato fra i politici, li fanno mettere tutti in fila con il pene fuori, in modo da controllare se qualcuno è circonciso. Chi non possiede un documento che giustifica l’operazione per ragioni cliniche, viene immediatamente trasferito nel campo degli ebrei, da dove parte ogni settimana un treno per Auschwitz.

 

Verso la fine del 1942 c’è un’ azione di guerriglia partigiana fra Amiens e Compiègne. Vengono estratti cinque  numeri per la fucilazione e i deportati sono schierati per assistere all’esecuzione. Mentre il plotone si prepara a sparare, i deportati si passano la voce, levano il berretto, scattano sull’attenti e cantano la marsigliese.

 

Nel campo dei politici il Partito Comunista Francese è riuscito a costruire una certa organizzazione, anche se ogni due o tre mesi c’è un ricambio di deportati politici. Arrivano i nuovi e ne partono altrettanti in vagoni piombati verso la Germania o la Polonia. Il viaggio può durare dai quattro ai sei giorni, alcuni arrivano morti a destinazione.

Finalmente nell’agosto 1944 si scatena  l’offensiva alleata su Parigi. Al comando del campo arriva l’ordine di sgomberare Compiègne e di trasferire tutti in Germania. Vengono caricati per primi gli ebrei. L’ultimo treno, con alcune centinaia di deportati politici, fra cui Ferrer, viene bloccato poco dopo la partenza. Va data la precedenza a un treno merci al seguito dell’esercito tedesco in ritirata. Arrivano i partigiani, liberano i deportati rinchiusi nel treno, e li nascondono nei paesi vicini, nelle scuole e presso le famiglie, in attesa dell’arrivo delle truppe alleate.

 

Anche Ferrer  rientra a Parigi.

 

(44) Compiègne, cittadina a nord di Parigi  a 40 chilometri prima di Amiens

 

 

19. Ritorno a Parigi

 

Ferrer arriva per primo a Parigi. A Montreuil in rue de Paris 216, trova monsieur Leber, che non ha più notizie della famiglia Visintini da quasi un anno, da quando, nel dicembre 1943, Luigi e Lidia hanno fatto l’ultimo viaggio in bicicletta.

 

La nipote del generale De Gaulle costituisce l’Associazione dei deportati politici, di cui fa parte anche Ferrer. L’associazione requisisce tre alberghi per accogliere i deportati e un grande ristorante, già occupato dai tedeschi, con la cantina colma di bottiglie di champagne.

Un ex deportato di Compiègne diventa direttore del ristorante e allestisce sontuosi pranzi in cui non mancano mai ostriche e champagne. La conduzione dell’Associazione è un po’ allegra, alcuni ne approfittano. Ferrer è il responsabile dei deportati stranieri. Gli viene proposto di fare il controllore, ma, nel frattempo, il Partito Comunista Italiano costituisce a Parigi la ADSL (Associazione Democratica dei Lavoratori Stranieri), di cui diventa un dirigente.

 

Qualche settimana più tardi Luigi e la famiglia ritornano in rue de Paris, accolti da monsieur Leber e dalle altre famiglie del palazzo. Anche Luigi entra a far parte della ADSL, come respondabile del magazzino.

 

All’associazione c’è un via vai di gente che va a ritirare pacchi di cibo, di vestiario e di coperte per l’inverno in arrivo. Luigi e Ferrer ricevono entrambi un buon stipendio e sono molto rispettati. Ma il loro pensiero è costantemente rivolto all’Italia. Lidia riprende il lavoro di sarta per il negozio sottocasa. Monsieur Leber, dopo aver perso la figlia deportata ad Auschwitz, è rimasto vedovo ed ha assunto Madame Jeanine, per assisterlo nella gestione del negozio.

 

 

La vita riprende un corso quasi normale, anche se le comunicazioni con l’Italia non sono ancora riattivate. Giulio e Giorgio frequentano la scuola. Giulio viene iscritto per la prima volta con il cognome di famiglia Visintini. I cognomi Rossi e Martini (45) gli stanno più simpatici e chiede a Luigi di cambiare il nuovo cognome Visintini. Giorgio ha fatto la seconda elementare a Blangy. Essendo stato classificato fra i due primi della classe, all’età di 7 anni, viene iscritto in quarta elementare alla scuola Lavoisier. Sindaco di Montreuil è Jacques Duclos, vice segretario nazionale del Partito Comunista. Pina, la moglie di Gandolfi, prepara pranzi succulenti, a base di centinaia di ravioli fatti a mano.  Prosciutto di Parma e formaggio grana ricompaiono sulla tavola in questi giorni di festa. E anche gli strudel di mele di Lidia.

 

La Francia, completamente liberata, ha un nuovo governo presieduto da De Gaulle, anche se la guerra non è ancora finita. Il fronte occidentale è ormai in Germania, mentre l’armata rossa si avvicina sempre più a Berlino.  Dall’Italia arrivano le notizie dell’avanzata delle truppe alleate dal Sud al Nord, della liberazione di Roma, del ruolo del movimento partigiano nella guerra di liberazione. Anche a Trieste e nel vicino Friuli le formazioni partigiane sono numerose e ben organizzate.

 

Ed è appunto all’Italia, a Trieste, che corre sempre il pensiero di Ferrer e di Luigi. All’inizio di febbraio arriva un compagno, mandato dalla direzione del Partito Comunista Italiano, che chiede loro di rientrare in Italia, passando attraverso le Alpi, in Savoia. Nel giro di pochi giorni si decide tutto. Luigi e Ferrer partono. Lidia resta a Parigi con i figli, in attesa di ricevere notizie da Luigi .

 

(45) Rossi e Martini, due cognomi falsi utilizzati da Luigi negli anni precedenti

 

 

20. Ferrer e Luigi in Italia attraverso le Alpi

 

Parte per primo Ferrer, destinazione Chambery, nell’Alta Savoia, dove c’è la base più vicina di raccolta dei fuoriusciti politici italiani, per organizzarne il ritorno in Italia. A Chambery Ferrer trova il colonnello Fabien, un comandante comunista dei Francs Tireurs (46), che aveva già conosciuto pochi mesi prima a Parigi. Fabian fornisce le armi e, in pochi giorni, viene organizzata una colonna di 30 italiani, fra cui ci sono Luigi e Ravagnan di Venezia. Sono pronti a partire già alla fine di marzo passando attraverso il piccolo San Bernardo, per scendere a La Thuile in Val d’Aosta.

Arriva invece il contrordine di andare a Sud e di passare attraverso il Colle della Maddalena (47).  Le frontiere sono ancora presidiate dalla milizia della Repubblica di Salò, bisogna passare il confine clandestinamente.

 

Due settimane dopo la colonna viene accolta a Larche da un gruppo di contrabbandieri francesi, pagati per guidarli attraverso un sentiero di montagna non presidiato. E’ il 20 aprile, l’insurrezione sta per essere proclamata nelle principali città del Nord Italia.

La traversata da Larche avviene a marce forzate. Arrivano a Demonte dove vengono fermati da una brigata di Giellisti (48). I componenti della colonna dicono di essere garibaldini, hanno armi consegnate loro dai francesi, ma non conoscono nessuna parola d’ordine, per cui vengono rinchiusi in un campo insieme ai primi fascisti arrestati. Un comandante li fa trasferire all’ospedale di Borgo San Dalmazzo.

Da Torino arriva la telefonata del CLN, che ha già preso accordi con il maquis francese della Savoia, con l’ordine di far passare la colonna, attesa a Torino. Due giorni dopo i trenta vengono caricati su un pullman, portati a Torino e  consegnati al comando della brigata. Li mettono a dormire in una scuola. Il comandante della piazza di Torino è Italo Nicoletto, che ha combattuto in Spagna con Ferrer. Il capo del CLN è Giorgio Amendola.

Dopo la guerra di Spagna Nicoletto ha organizzato la resistenza degli antifascisti italiani nella Francia di Vichy ed è rientrato in Italia nel 1944, prendendo il comando della brigata garibaldina di Torino.  Luigi e Ferrer stanno in quella scuola, aspettano di essere chiamati. Dopo qualche giorno vengono accompagnati a Milano, alla Filarmonica della Scala, dove è insediato il Centro del Partito. Incontrano Scoccimarro e Togliatti, entrambi di passaggio a Milano, che dicono loro:

 

Voi dovete partire subito con la macchina di Scoccimarro, (l’auto sequestrata alla Petacci), e passare dalle federazioni di Brescia, Verona, Padova fino a Udine, per organizzare le riunioni di Partito nei giorni in cui arriverà Scoccimarro. Poi raggiungete Trieste dove c’è una situazione critica.

 

Il primo maggio partono da Milano con una staffetta partigiana in possesso della documentazione necessaria a garantire il passaggio ai posti di blocco. Né Ferrer, né Luigi hanno la patente .

 

A Gorizia incontrano Zocchi, triestino, comandante partigiano della divisione che ha il controllo del territorio goriziano. La settimana successiva arrivano a Trieste, dove, da pochi giorni si è insediato il V Corpo d’armata yugoslavo, che governerà la città per 40 giorni, mentre le truppe alleate si sono acquartierate a Monfalcone, senza proseguire per Trieste.

 

(46) Francs Tireurs, franchi tiratori, gruppo di partigiani della sinistra fondato da JP Levy a Lione nel dicembre 1941, pubblicano il giornale clandestino Le Franc Tireur

(47) Colle della Maddalena, il passo alpino più a sud fra Italia e Francia, da dove si scende lungo la valle Stura verso Bemonte, Borgo San Dalmazzo e , quindi, Cuneo.

(48) Giellisti, i partigiani delle formazioni di Giustizia e Libertà

 

 

 

21. Lidia, sola con i figli

 

Luigi è partito per l’Italia alla fine di febbraio. Fino ad aprile, quando stanno per attraversare le Alpi, arriva qualche comunicazione, poi, per tre lunghi mesi, Lidia è sola con i figli, a Montreuil, senza notizie dirette di Luigi. Dalla radio si sa che la guerra di liberazione è finita il 25 aprile, che Mussolini in fuga verso la Svizzera è stato arrestato e fucilato, che c’è un governo di unità nazionale. Da alcuni compagni del partito, rimasti a Parigi, Lidia apprende che Luigi e Ferrer sono arrivati a Trieste, ma nulla sa di Ottocaro e del resto della sua famiglia.

 

In quei mesi le sono vicini monsieur Leber e Jeanine, dai quali Lidia e i ragazzi vanno spesso a pranzo nella sala dietro al negozio. Non fanno mancare il lavoro a Lidia che li ripaga andando a vedere le vetrine dei grandi sarti in faubourg Saint Honoré (48) Qui,di nascosto, Lidia estrae un quadernetto e traccia lo schizzo di qualche modello esposto, per riprodurlo nel laboratorio di rue de Paris a Montreuil. 

 

Alla domenica si vanno a trovare gli amici, i Gandolfi in fondo a rue de Paris, Tosca a Sevran, Romano al quartier des Lilas. Tutti si premurano di organizzare pasti succulenti, inventando occasioni di festa, per allietare il fine settimana di Lidia.

Lidia cerca di lasciarsi andare, di dare spazio alla sua innata allegria, così a lungo repressa, alla vocazione di artista, recitando le poesie di Pascoli e Carducci e ballando la mazurka sui tavoli.  Ma alla sera, quando i figli, stanchi della giornata, dormono profondamente al suo fianco, si abbandona a un pianto liberatorio. Nessuno deve vederla piangere, perché il pianto è solo sconforto, pessimismo, non le appartengono.

 

Giulio ha compiuto tredici anni ed è perfettamente in grado di capire lo stato d’animo della mamma; anche lui è convinto che il padre tornerà presto, ma l’incertezza di un futuro a Trieste, dove non conosce nessuno, lo preoccupa. Giorgio è un bambino di otto anni, eccitato dalle novità degli ultimi mesi. Si sente importante, perché il maestro, monsieur Joubert, gli ha chiesto di passare al mattino da casa sua, per accompagnare all’asilo, vicino a scuola, i due figli di tre e cinque anni.

Al pomeriggio, dopo scuola, va al negozio di alimentari di Gandolfi dove lo aspetta la figlia Tiziana di 17 anni. Spesso viene anche Giulio. Tutti insieme attraversano il Boulevard Davout che separa Montreuil da Parigi e vanno al cinema Family, in rue de la Nation, dove proiettano i primi film western americani. Quando finisce il film corrono tutti nelle toilette, perché la sala viene svuotata per la proiezione successiva. Appena si spengono le luci rientrano furtivamente. Altre volte vanno a piedi fino a place de la Nation (50) dove, nella stazione della metropolitana, hanno appena inaugurato una delle prime scale mobili, sulla quale vanno su e giù.

 

Il 14 luglio (51) la festa è gigantesca per le strade di Parigi e di Montreuil. Alla sera si ritrovano tutti dai Gandolfi, che abitano sopra il negozio, all’angolo fra la rue de Paris di Montreuil e il Boulevard Davout di Parigi. A fianco del Boulevard Davout c’è un vasto terrapieno largo almeno 50 metri e lungo oltre 200 metri, sul quale è stato allestito un parco di divertimenti. Giorgio non ricorda di aver mai visto nulla di simile. Gandolfi, alto più di un metro e novanta, lo regge sulle spalle con le gambe attorno al collo. Da quell’altezza, domina tutto e grida andiamo di qua, andiamo di là. C’è un’allegria che contagia. Si balla e si canta con tutti fino all’alba.

 

Lunedì 16 luglio, mentre pranzano con monsieur Leber e madame Jeanine, arriva il postino che consegna a Madame Visintini un telegramma. Lidia lo apre con mano tremante e scoppia in lacrime:

 

 Arrivo mercoledì- partiamo sabato- prepara  bagagli - Luigi - Nizza.

 

(49) rue du faubourg Saint Honoré è la strada della moda a Parigi, con le boutique dei grandi sarti, nella zona fra Place de la Concorde e i Champs Elysés

(50) Nation, grande piazza nella zona est di Parigi fra Place de a Republique e la Porte de Montreuil

(51) Il 14 luglio, anniversario della presa della Bastiglia nel 1789 è la maggior festa nazionale dell’anno; si incomincia a ballare nelle strade la sera del 13 luglio fino alla notte del 14 luglio

 

 

22 La situazione  a Trieste

 

A Trieste è entrato il V Corpo d’armata jugoslavo, comandato da  Boris Kraiger, assistito da Regent che Luigi ha conosciuto dieci anni prima. Di fatto esistono due Partiti Comunisti, di ispirazione italiana e slovena, cui aderiscono sia comunisti italiani che sloveni.

Che cosa è successo durante gli anni della guerra a Maria, Darwin, la famiglia Tlustos e Anna ? Maria ha visto nascere il primo nipote Giulio, figlio di Luigi, ma lo ha cullato solo per un mese, nell’aprile del 1932. Lo rivedrà già grande nel 1945, insieme a Giorgio, nato in Francia nel 1937.  Vive con Darwin e aiuta a crescere i due nipoti, Diana nata nel 1938 e Dario nel 1940. Durante la guerra, Darwin, per sottrarsi all’arruolamento nella marina militare si trasferisce con la famiglia e la mamma Maria a Laurana, poco distante da Fiume. Ritorna a Trieste nell’aprile 1945.

 

Dal 1929 Romeo ha un ruolo di rilievo sempre maggiore nella carrozzeria Tlustos , fino ad assumerne la guida alla morte di Lodovico nel 1940. Romeo si è sposato nel 1944 con Nerina Gombacci ed ha un figlio, Giorgio. Ottocaro, sempre apolide, è impiegato nella carrozzeria.

 

Anna vive a Roma. Prima e dopo lo sbarco degli alleati ad Anzio e fino alla liberazione svolge alcuni incarichi per il Comando alleato. Alla fine della guerra il Comandante delle operazioni nel Mediterraneo, generale Mc Karney, le rilascia un diploma di benemerenza “To Anna Tepsich, as a token of gratitude and in appreciation of the help given to the soldiers and sailors of the United States, which enabled them to escape from or evade capture by the enemy.” ( A Anna Tepsich , in ringraziamento per l’aiuto dato ai soldati e ai marinai degli Stati Uniti, che ha permesso loro di sfuggire alla cattura da parte del nemico).


 

Parte quarta

 vittoria e sconfitta

(capitoli 23- 31)

 

 

23 Trieste, i 40 giorni dell’occupazione jugoslava

 

Appena arrivato a Trieste Luigi chiede di incontrare Regent. Regent si mostra preoccupato delle tensioni esistenti fra comunisti filo italiani e filo sloveni. Ecco le prime parole che dice a Luigi, quando lo incontra: Caro Gigi tu non puoi neanche immaginare le cose che accadono qui.

 

Il fascismo con la sua politica di repressione contro comunisti e sloveni ha contribuito a rinsaldare l’alleanza fra comunisti italiani e popolazione slovena, avvicinando così la maggioranza del fronte antifascista, costituito appunto da comunisti e sloveni, a una prospettiva per Trieste più prossima alla Yugoslavia socialista che all’Italia postfascista. Sono contrari i dirigenti del Partito Socialista, del Partito d’Azione e della Democrazia Cristiana e solo una minoranza di comunisti.

 

Fin dai primi giorni dopo la liberazione la situazione è molto tesa, sia per la gestione dei processi sommari ai fascisti e ai sospetti di simpatie fasciste, sia  per i rapporti con l’Italia e con la Yugoslavia. Giorgio Iaksetich, vice comandante della piazza di Trieste, ha fatto parte dei giovani comunisti insieme a Luigi ed è stato con lui al confino a Ponza, testimone alle nozze con Lidia. Ora Luigi lo ritrova ufficiale dell’esercito di liberazione yugoslavo, schierato dalla parte degli sloveni.

 

Dopo alcuni incontri Kraigher e Iaksetich propongono a Luigi la Presidenza dell’Unione Antifascista Italo-Slovena (UAIS. Scopo dell’UAIS è creare un clima di collaborazione fra la maggioranza di lingua italiana e la minoranza slovena e  agevolare la sistemazione futura del territorio. Ma non si dice se Trieste debba dipendere dall’Italia o dalla Yugoslavia. Ferrer viene associato alla direzione del Lavoratore, il quotidiano comunista che ha ripreso le pubblicazioni.

 

Il Comando jugoslavo delega parte delle funzioni di governo al CEAIS (52) che, sotto la presidenza di Umberto Zoratti, un medico italiano, si costituisce in Consiglio della Liberazione, dove ci sono comunisti italiani e sloveni. Il Consiglio della Liberazione ignora completamente il CLN triestino, in cui sono invece rappresentati tutti gli altri partiti italiani, DC, Psiup, PdA, PLI.

 

C’è molta confusione. In quei giorni giungono a Trieste i circa 10.000 partigiani italiani della Divisione Natisone e delle brigate Triestina e Fontanot. I comunisti organizzano molte assemblee nelle fabbriche e nei circoli rionali del territorio. Luigi segue alcuni incontri e riunioni nelle Case del Popolo dei comuni del Carso, parlando ai compagni italiani e sloveni. Nei suoi interventi sottolinea l’importanza di una stretta collaborazione fra le due popolazioni, ma non manca di ribadire che la Regione Giulia deve avere uno statuto di regione indipendente. 

Trieste deve fare riferimento all’Italia, per ragioni storiche e culturali .  Alle riunioni è sempre presente qualche dirigente sloveno e, spesso, la maggior parte dei partecipanti è di lingua slovena. Accade che, a conclusione dell’incontro, Luigi riceva dal fondo della sala il saluto: Foibe, foibe .

 

La situazione diventa sempre più tesa, da un lato fra il CLN italiano e l’organo di governo locale, Il Consiglio della Liberazione, e, all’interno di quest’ultimo, fra comunisti che guardano all’Italia e comunisti che guardano alla Yugoslavia. Alla fine di maggio viene convocata l’assemblea della UAIS nella Casa del Lavoratore Portuale. Kraigher sostiene che l’Unità dell’UAIS deve essere mantenuta nella prospettiva di collocare la Regione Giulia a fianco delle altre Repubbliche federate della nascente Yugoslavia.  Luigi prende la parola per dire che questa prospettiva può andar bene a Lubiana, a Belgrado e a Zagabria, ma non a Trieste. Giacomo Pellegrini, membro della Direzione del Partito Comunista Italiano, presente alla riunione, prende le difese di Luigi, attaccato duramente da Kraigher.

 

Il 9 giugno 1945 i rappresentanti jugoslavi e angloamericani concludono l’accordo di Belgrado, in base al quale la regione Giulia viene divisa nelle due zone di occupazione, zona A, e zona B. La zona A comprende la città di Trieste e pochi altri comuni confinanti, mentre la zona B comprende i comuni dell’Istria fino a Umago. La linea di confine si chiama linea Morgan, dal nome del generale inglese che l’ha proposta. La zona A viene affidata all’amministrazione del Comando militare angloamericano, e la zona B all’amministrazione delle truppe jugoslave. Il 12 giugno le truppe jugoslave lasciano Trieste.

 

A Trieste, nei 40 giorni dell’occupazione, i comandi militari jugoslavi e le autorità civili da essi riconosciute hanno condotto una politica fondata sul presupposto dell’annessione di Trieste alla Yugoslavia, creando un fossato fra la popolazione di larga maggioranza italiana e la popolazione slovena, fra i comunisti italiani e sloveni da un lato e gli altri partiti rappresentati nel CLN triestino.

 

In tutta la Regione sono state arrestate migliaia di persone. I deportati da Trieste, da Gorizia e dall’Istria sono quasi 3.000. Sono stati uccisi centinaia di triestini e molti esponenti del movimento di liberazione italiano. Chi si opponeva alle rivendicazioni territoriali jugoslave diventava reazionario, se non addirittura fascista.

 

(52) CEAIS, Comitato Esecutivo Antifascista Italo Sloveno, è l’equivalente del CLN in Italia

 

 

24. Fine della guerra

 

In Italia la guerra è finita con l’insurrezione del 25 aprile, nel resto d’Europa due settimane dopo con la resa della Germania e la presa di Berlino, mentre in Estremo Oriente la guerra finirà soltanto in agosto con Hiroshima.

 

A metà luglio Luigi decide di far rientrare la famiglia in Italia. Bisogna trovare una casa, dato che la famiglia non ha mai vissuto a Trieste. Fra piazza Oberdan (53) e via Fabio Severo c’è via XXIV Maggio, con la cella di Guglielmo Oberdan

C’è un palazzo moderno, un condominio costruito negli anni ’30, abitato da molte famiglie di ebrei fino al 1938, anno di promulgazione delle leggi razziali. La maggior parte degli appartamenti sono stati requisiti per alloggiare ufficiali tedeschi. All’ultimo piano ci sono due appartamenti di proprietà dell’ingegnere Macerata, un ebreo fuoriuscito in Svizzera. Uno dei due appartamenti è libero e Macerata, appena ritornato, è lieto di affittarlo a Luigi, a buone condizioni, essendogli stata data subito la possibilità di rientrare nell’altro appartamento, dove abitava in precedenza. I fratelli di Lidia, Romeo e Ottocaro, titolari della carrozzeria Tlustos di Barcola, provvedono ad acquistare i mobili dell’appartamento e ad arredarlo come si fa per una coppia di giovani sposi.

 

Romeo e Luigi decidono quindi di partire con un’auto Balilla della Fiat, chiamata Carolina, per raggiungere il confine con la Francia, dopo Ventimiglia. Arrivano a Bordighera la domenica 15 luglio. Romeo prende alloggio in albergo, di fronte alla stazione ferroviaria. Lunedì Luigi passa il confine con una pattuglia partigiana e arriva a Nizza. Da Nizza spedisce a Lidia il telegramma che annuncia il suo arrivo. Romeo promette di aspettarlo a Bordighera fino a fine mese.

 

Martedì 17 luglio è una giornata di continui via vai dall’appartamento di rue de Paris 216 a Montreuil. Lidia deve prendere decisioni difficili sulle cose da portar via e quelle da regalare. Mobili e masserizie devono essere tutte vendute, ma non c’è tempo per fare annunci e avviare trattative. Monsieur Leber se ne occupa personalmente. Fa una stima del valore e ne anticipa la metà in contanti a Lidia, il resto sarà accantonato e spedito a vendita ultimata.

 

Mercoledì 18 luglio è il giorno della grande attesa per l’arrivo di Luigi alla gare de Lyon (54) con il treno della sera da Nizza. Luigi è’ partito da Parigi sei mesi prima e da allora Lidia non ha più avuto notizie dirette fino al telegramma del lunedì. Quando il treno entra in stazione Lidia, Giulio e Giorgio gli corrono incontro. Poco dopo l’abbraccio segna la ritrovata unità della famiglia.

 

Le giornate di giovedì e venerdì trascorrono in preparativi, consegnare per la spedizione a Trieste i due bauli contenenti biancheria e vestiario e poche altre cose che Lidia non ha voluto abbandonare e salutare gli amici più stretti, i Gandolfi, Perovskaia e la sua famiglia, Ciarita, Romano e altri. Giulio e Giorgio salutano i compagni di scuola che non ritroveranno piùil prossimo anno. Venerdì sera la cena organizzata da Monsieur Leber per salutare questi straordinari e indimenticabili amici italiani . Partecipano anche altri condomini. Sabato pomeriggio la partenza per Nizza.

 

(53) Guglielmo Oberdan, patriota condannato a morte dall’Austria nel 1915

(54) gare de Lyon, la stazione ferroviaria da cui partono i treni per l’Italia.

 

 

25. Nizza

 

Il viaggio in treno è lungo, dal pomeriggio fino alla mattina seguente. Luigi e Lidia voltano le spalle a Parigi, la città che li ha accolti tredici anni prima. Sulla banchina ci sono Monsieur Leber e Madame Jeanine che salutano.

 

Incomincia una nuova vita., che Giorgio è ora in grado di raccontare in prima persona.

 

Dopo la partenza del treno vogliamo sapere da papà come sarà il viaggio, chi troveremo ad aspettarci, chi conosceremo a Trieste. Papà ci spiega che staremo per un paio di giorni in una pensione a Nizza, poi saremo accompagnati in Italia, a Bordighera, dove ci aspetta lo zio Romeo che ci porterà a Trieste con Carolina, l’automobile.

 

A Trieste troveremo le due nonne, Maria la nonna paterna e Anna la nonna materna, gli altri zii materni Ottocaro e Giulia, la zia Nerina moglie di Romeo e lo zio Arturo, marito di Giulia, ed i cugini Silvia e Giorgio . Troveremo anche lo zio paterno Darwin, sua moglie Fausta ed i cugini Dario e Diana. Vogliamo sapere tutto di queste nonne, zii e cugini che non abbiamo mai visto. Mamma conosce solo Maria, la mamma di papà, i fratelli e la sorella, ma non mariti, mogli e figli. Anche lei vuole sapere molte cose dopo tredici  anni di assenza e di notizie molto scarse. E’ già notte quando ci addormentiamo.

 

Alla domenica mattina Nizza ci accoglie con un sole caldo e splendente; raggiungiamo subito le nostre due stanzette della pensione Le meublé du Soleil e mangiamo, forse per la prima volta, un piatto di alici fritte, che ricordo di aver gustato moltissimo.  Mamma mi dice che a Trieste si mangia molto pesce, di tantissime qualità e questo mi rende subito simpatica la  nuova città. A noi ragazzi pare di essere in vacanza.  Dopo il  pranzo papà e mamma ci portano sul lungomare nella direzione di Cap Ferrat, dove molti bagnanti  hanno invaso la libera spiaggia. Mamma e papà si siedono su una panchina come due sposini, mentre noi, in un attimo, ci togliamo maglietta e pantaloncini e corriamo a tuffarci nell’acqua, in mutande. Non ho mai visto il mare prima di allora. Ancora oggi ricordo quella prima bevuta di acqua salata. Mi chiedo come facciano i pesci che in quell’acqua ci vivono. Né Giulio né io sappiamo nuotare e chiediamo a mamma e papà di insegnarci subito. Non abbiamo costumi da bagno e , ci spiega papà, i grandi non possono mettersi in mutande sulla spiaggia pubblica. Fra due giorni partiamo e, appena arrivati, compreremo per tutti i costumi da bagno. Mamma racconta che a Barcola, sul lungomare di Trieste, davanti alla carrozzeria degli zii e della nonna, c’è la spiaggia dove impareremo a nuotare.

 

Dopo qualche ora ci rivestiamo e mamma e papà ci conducono lungo la Promenade des Anglais (55), dove si erge maestoso l’Hotel Negresco. Ai lati della porta centrale stanno impettiti due uomini in livrea. Chiedo a papà chi sono e che cosa fanno. Mi spiega che devono aprire la porta quando un ospite dell’albergo si avvicina per entrare o  uscire. Ce n’è poi un terzo, che non avevo visto, cui spetta il compito di aprire la portiera delle auto che si fermano per far scendere o salire gli occupanti . Per il resto della mia vita, quando penserò a un ambiente di lusso, mi verrà sempre in mente l’Hotel Negresco.

 

Il giorno dopo papà si allontana al mattino. Vuol sapere quando è previsto il trasferimento in Italia. Con la mamma andiamo a vedere la città vecchia, la più caratteristica fra quelle dei porti europei del Mediterraneo. Vie strettissime, dal cui fondo si intravede uno spicchio di cielo, tanto le case sono alte e ravvicinate fra loro. Alcune case sono collegate da una sorta di ponte che attraversa la strada. E’ pieno giorno ma la città vecchia vive in una perenne penombra che la rende misteriosa.

A fine mattinata rientriamo alla nostra pensioncina Mamma s’è segnata su un foglietto il nome e l’indirizzo per essere sicura di ritrovarla. Papà non è rientrato. Mangiamo ancora pesce fritto e, altra novità, la padrona ci porta una fetta di cocomero rosso e fresco, la pastèque, che noi ragazzi non abbiamo mai mangiato. Mamma incomincia a preoccuparsi perché papà non si vede. Quando arriva, verso sera, si appartano. Deve essere successo qualcosa perché sembrano entrambi preoccupati. Al comando partigiano gli hanno detto che, per passare il confine, bisogna aspettare almeno una settimana. L’incarico di accompagnare una decina di famiglie è stato affidato alla Croce Rossa, che prevede di farlo all’inizio di agosto.

 

Mamma e papà ci dicono che ci fermeremo una settimana in più a Nizza e, quindi, il giorno dopo, compreremo i costumi da bagno. Per noi ragazzi è una notizia meravigliosa che va festeggiata. Mamma e papà ci accontentano, ma questo soggiorno prolungato alleggerisce il gruzzoletto anticipato da Monsieur Leber.

 

Conservo un ricordo speciale di quella settimana, della nostra prima vacanza. Alla mattina, dopo la colazione, ci prepariamo tutti per la spiaggia.  Facciamo il bagno fino a pomeriggio inoltrato. Abbiamo con noi un saucisson, du jambon, la baguette, des tomates e les frites (56)

 

Ogni giorno all’inizio del pomeriggio va a sentire se ci sono novità per il viaggio. Verso sera ritorniamo alla pensione passando sempre davanti all’Hotel Negresco, perché devo controllare se i due uomini in livrea stanno ai lati dell’ingresso. Trascorriamo così dieci giornate straordinarie per noi ragazzi, con qualche preoccupazione per mamma e papà, che fanno di tutto per nasconderla e renderci contenti. La partenza è confermata per il mercoledì 1 agosto, all’ alba.

 

(55) Promenade des Anglais, passeggiata degli inglesi, il lungomare più famoso di Nizza

(56) salame,prosciutto, filoncino di pane,pomodoro, patate fritte

 

 

26. Bordighera

 

E’ l’alba quando ci ritroviamo, insieme ad altre 20 persone, in una piazzetta non lontana dalla nostra pensione. Ed ecco arriva un vecchio camion con le insegne della Croce Rossa, il cassone scoperto e due panche ai lati. Su queste prendono posto le donne e i bambini, mentre gli uomini  siedono sul cassone.

 

Alle 6 precise si parte. Circa un’ora dopo arriviamo a Mentone, e, subito dopo, al confine con l’Italia. Il nostro passaggio è già stato segnalato e i controlli si svolgono rapidamente. Ripartiamo, quasi senza accorgerci siamo in Italia. Sono seduto accanto a mamma, quando vedo una lacrima che le scende sulla guancia. Su una vecchia casa, ai lati della strada,  leggo un’insegna con la scritta Barbiere. E’ la prima parola scritta in italiano che vediamo, per lei sono trascorsi tredici  anni.

Papà è preoccupato , non è riuscito a mettersi in contatto con l’albergo di Bordighera per avvisare lo zio Romeo che saremmo arrivati soltanto il mercoledì 1 agosto.

Teme che sia ripartito. A Bordighera il camion ci lascia tutti ai giardini della stazione. Salutiamo i compagni di viaggio e, insieme alla mamma, ci sediamo con le nostre due valigie. Papà corre verso l’albergo. Passa meno di un’ora, ma alla mamma sembra un’eternità. Ed ecco che arrivano papà e lo zio Romeo che abbraccia dopo tredici anni sua sorella e, per la prima volta, i due nipoti. E’ una gioia indescrivibile, lo stress accumulato in due settimane si scioglie. I grandi decidono che bisogna festeggiare con un buon pranzo. Faccio conoscenza con pesci più grandi delle alici, cotti alla griglia e gusto una pastasciutta con il pomodoro, molto diversa da quella che si mangiava in Francia, in tempo di guerra. Insomma l’Italia mi pare proprio un bel Paese.

 

Lo zio Romeo, un buontempone, ci dice che aveva deciso di partire il giorno prima. Aveva già caricato la valigia in macchina, ma Carolina si rifiutava di far rombare il motore; quasi dicesse a Trieste si va quando arrivano i francesi

 

Parlando seriamente confida a mio padre che sarebbe ripartito il giorno dopo. Le sue riserve finanziarie sono pressoché esaurite, le nostre si sono assottigliate durante la vacanza a Nizza, per cui si decide di partire subito, in modo da arrivare a Trieste entro la sera del giorno successivo. Carolina è pronta per la partenza. Davanti stanno Romeo e papà, mentre noi ragazzi e la mamma siamo seduti dietro.

 

Quando la strada sale Carolina sbuffa un po’ ma si riprende subito in discesa e Romeo, autista esperto, sa sfruttare al meglio l’altezza delle ruote. In meno di sei ore arriviamo a Serravalle Scrivia, dove sostiamo per la notte in una locanda che ci offre un buon minestrone e due stanze, in una dormono papà e Romeo, nell’altra noi ragazzi e la mamma.

 

All’alba si riparte, bisogna attraversare il Po su uno zatterone prima di Mantova ed è probabile che ci sia da aspettare un po’ prima di traghettare (57).

 

A Colorno , davanti a noi, sulla riva del Po ci sono cinque auto e alcune biciclette. La zattera impiega circa un’ora per ogni passaggio da una riva all’altra. Al nostro arrivo sta attraccando, ma noi ci imbarchiamo al secondo viaggio. Oggi non c’è tempo per fermarsi a pranzo e bisogna anche risparmiare. Si prosegue attraverso la bassa padana, da Mantova  fino a Monselice dove arriviamo verso mezzogiorno. La mamma compera alcuni panini e un po’ di frutta.

 

Lo zio Romeo continua a raccontare storie avventurose per incuriosirci e il tempo vola. Fa molto caldo e chiediamo se faremo in tempo a tuffarci in mare, arrivando a Trieste. In quel momento il mare mi appare più attraente delle nonne, degli zii e dei cugini. Poi arriva il richiamo insieme severo e affettuoso della mamma. Mangiamo i panini in auto e attraversiamo Mestre. Ora zio Romeo si diverte a fare il verso dei cugini che ci aspettano sul lungomare di Barcola, quasi potessimo sentirli da lontano. Alle 18 affrontiamo la discesa del castello di Miramare e l’emozione è grande per la mamma nel rivedere il golfo di Trieste. Qualche minuto più tardi entriamo nella via Boveto. Il portone della carrozzeria è aperto, gli operai sono andati via, nonne, cugini e zii sono schierati sulla balconata che corre lungo i due appartamenti della nonna e della zia Giulia, sovrastanti la carrozzeria.

 

L’emozione è grandissima, si ride, si piange, ci si abbraccia. Non ci si presenta nemmeno. Nel salone di nonna Anna è imbandita una tavola con affettati, formaggi, arrosti, frutta e verdura. Tutti vogliono parlare con tutti. Mio cugino Giorgio, figlio di Romeo, ha poco più di un anno, muove i primi passi, è nato il 7 aprile 1944, lo stesso giorno in cui sono nato io sette anni prima, quando non si sapeva ancora se e quando saremmo ritornati. In mio onore gli hanno dato il nome Giorgio. Mi sento importante. Mia cugina Silvia ha pochi mesi più di me, è bellissima. C’è subito simpatia fra noi due, ci rivedremo il giorno dopo e poi quello dopo ancora. Sarà la mia grande amica dell’infanzia e dell’adolescenza.

 

Nonna Anna si è alzata dalla poltrona, vicino alla finestra, per abbracciarci. Ha le caviglie e i polpacci fasciati per le piaghe delle varici aperte. Ci accoglie nel suo grembo enorme, piange e ride insieme. E’ arrivata anche nonna Marieta. Abita a Barcola, sul lungomare all’ingresso di Trieste, con Ferrer, che accudisce come aveva fatto fino alla sua partenza per Milano, nel 1930.  Non si stanca di guardare questi due nipoti mai visti. Ha passato la settantina ed è segnata nel corpo dalle fatiche e dai dolori. Cammina con la mano appoggiata al fianco, quasi a reggere la schiena ormai curva.  Insieme a nonna Marieta c’è Ferrer, che per me è quasi un secondo padre. E’ il solo che conosco, ora la nostra famiglia si allarga, devo sforzarmi di non confondere gli zii fra loro. C’è Giulia, la sorella della mamma e  Ottocaro, silenzioso, in un angolo. Sta qui con noi, ma forse la sua mente va alla figlia e alla moglie in Russia, delle quali non ha più avuto notizie. Chissà se vivono dove le ha lasciate 10 anni prima. C’è Nerina la giovane moglie di Romeo e sua sorella Giuseppina. Manca Arturo il papà di Silvia che non è ancora rientrato dal campo militare in cui si trova in Sardegna.

 

E’ tarda sera quando risaliamo su Carolina e lo zio Romeo ci accompagna nella nostra nuova casa in via XXIV Maggio. Domani incomincia un’altra storia.

 

(57) Nell’agosto 1945 i ponti sul Po da Piacenza fino a Mantova erano distrutti, e si passava il fiume con traghetti di fortuna

 

 

27. Tutti a Trieste

 

L’appartamento di via XXIV Maggio è bellissimo, molto più grande delle case precedenti, a Blangy Tronville e a Montreuil.

Si entra in un ampio corridoio profondo otto metri e largo circa tre metri, che è già un salone. Sulla destra c’è una prima porta a vetri opachi, che si apre su una sala da pranzo, più avanti c’è una seconda porta, uguale alla prima, da cui si entra nel salotto. Sala da pranzo e salotto sono collegati fra loro da una porta scorrevole, per cui, riuniti insieme, diventano un salone delle feste straordinario, con ampie finestre e un balcone sulla via Fabio Severo. Sulla sinistra c’è una porta che conduce alla zona servizi, composta da una grande cucina, un piccolo bagno, uno stanzino con la caldaia a carbone, uno sgabuzzino per gli attrezzi e una stanzetta con finestra sul cavedio che, nelle famiglie benestanti, è la stanza della cameriera. In fondo al corridoio, di fronte all’ingresso, c’è un’altra porta a vetri opachi che introduce nella zona letto, formata da una sala da bagno, a sinistra e a destra le due stanze da letto.

 

Alla mattina del giorno dopo usciamo con la mamma per fare un po’ di spesa. A pranzo vengono zio Romeo, zia Nerina e il piccolo Giorgio, per vedere come siamo installati  se abbiamo bisogno di qualche cosa. Da piazza Dalmazia, dove inizia via Fabio Severo, si arriva subito in via Roma e da qui al Ponterosso, il canale che dal lungomare porta alla Chiesa di Sant’Antonio Nuovo. Oltre il Ponterosso c’è il mercato all’aperto di frutta e verdura. Mi diverte molto sentir gridare: pomi, peri, radiceto de primo taio, zuchete, vegnì qua a sparagnar donete ……riesco a capire il dialetto perché mamma e papà lo parlano sempre fra loro e, da quando siamo arrivati a Nizza, anche con noi. Fra poco più di un mese inizia la scuola, dobbiamo imparare l’italiano. Ritornando a casa la mamma ci mostra, in piazza Oberdan, la fermata del tram che porta a Barcola.

 

Mentre la mamma prepara il pranzo, Giulio ed io ci piazziamo alle due estremità del corridoio per una gara ai rigori, con una palla di stoffa Mamma ci rimprovera, in casa non amano il baccano, dobbiamo inventare giochi diversi. Papà arriva con i pasticcini. La radio annuncia che anche il Giappone sta per arrendersi. La guerra sembra proprio finita. Invece no, devono ancora essere lanciate le due bombe atomiche, un terribile avvertimento al mondo che una terza guerra mondiale sarà completamente diversa.

 

Arrivano gli zii , ci mettiamo a tavola. All’improvviso uno squillo. Io mi precipito all’ingresso per aprire la porta, ma non c’è nessuno. Si sente invece un secondo squillo e poi un terzo. Fra la sorpresa generale lo zio Romeo si alza, solleva una cornetta che sta su un apparecchio nascosto in un armadietto e risponde. E’ il telefono, dall’altra parte si sente la voce della nonna Anna. Appena finisce il pranzo mi alzo da tavola dicendo‘vado a fare un giretto’. Zio Romeo e zia Nerina sono molto preoccupati che un bambino di 8 anni esca da solo in una città che non conosce. Non sanno che fino a due mesi prima avevo la responsabilità di accompagnare all’asilo i figli del maestro Joubert a Montreuil. Li tranquillizzo, ho voglia di conoscere un po’ Trieste, sarò di ritorno in tempo per andare tutti da nonna Anna, dove c’è la mia nuova amica Silvia.

 

Di quella prima passeggiata a Trieste in via Carducci e poi in viale XX Settembre, il cosiddetto Acquedotto, ricordo le insegne di alcuni negozi e locali pubblici, la panetteria Milaut, la stazione del tram di Opicina, il cinema Odeon, il ristorante Fortuna, aperto tanti anni prima dalla sorella di nonna Marieta, il buffet Masè e poi le gelaterie Pipolo e Zampolli. Purtroppo non ho neanche un soldo in tasca e, poi, chissà se a Trieste conoscono i franchi, che usavo fino a due giorni prima.  La portinaia della nostra nuova casa esce dalla guardiola, appena mi vede rientrare,  e vuole accompagnarmi con l’ascensore. Riesco a mala pena a convincerla che so fare da solo, anche se il cartello segna un divieto per i minori di dieci anni. Al mattino ho visto la mamma che ha pigiato il tasto cinque. Alle 16 sono a casa, con sollievo degli zii.

 

Carolina  ci porta tutti a Barcola, mamma, Giulio ed io con gli zii. Nonna Anna chiama noi nipoti, Giulio, Giorgio e Silviaper dirci che, ogni domenica mattina ci darà la paghetta. Giulio, più grande, riceverà 100 lire, una mazzetta di cinquanta  biglietti da due  lire, mentre Silvia ed io riceveremo 50 lire, una mazzetta di cinquanta  biglietti da una lira. Sono le AMLire, la nuova moneta del Comando militare alleato. Intravvedo già le insegne di Pipolo e Zampolli.

 

La sera precedente, quando siamo arrivati, c’era confusione. Oggi c’è più tranquillità. Giulio scende con lo zio Romeo a vedere la carrozzeria, Silvia invece mi prende per mano e mi porta nel camerone, una grande stanza che separa l’appartamento di nonna Anna dall’appartamento della zia Giulia, con un ingresso diretto dalla balconata. Dietro al camerone c’è un bagno e una stanza buia. Questo, mi spiega Silvia, è il mio regno e qui potremo giocare insieme.

 

La carrozzeria Tlustos mi piace molto: si prende la paghetta senza lavorare, si gioca, c’è Silvia. Abbiamo appena incominciato a giocare, quando arriva la mamma per dirci che si va a prendere il tram. Papà ci aspetta a casa, andiamo a cena dagli altri zii, Darwin, Fausta, ci saranno anche nonna Marieta , lo zio Ferrer e i due cuginetti, Diana e Dario.

 

Per andare a casa loro si sale verso il colle di San Giusto e, dopo aver percorso alcune vie alberate, si arriva in via Francesco Denza. Lo zio Darwin è un uomo massiccio, un vero lupo di mare, mi solleva da terra proiettandomi in alto con una risata fragorosa. La zia Fausta rassomiglia a una maestra di rue Lavoisier, a Montreuil. Diana ha press’a poco la mia età, mentre Dario ha cinque anni. La mamma incontra Fausta per la prima volta, hanno tante cose da dirsi. I tre fratelli, Luigi, Darwin e Ferrer siedono sul divano con la loro mamma. Sembra impossibile che una donna così minuta abbia messo al mondo questi tre colossi.

 

Verso mezzanotte scendiamo da via Tigor, verso la città vecchia e il lungomare, passando davanti a via Gaspara Stampa, la casa di Odorico e Marieta, dove sono nati Luigi, Darwin e Ferrer. Siamo tutti molto stanchi quando arriviamo a casa.

 

 

28. Trieste settima Repubblica Yugoslava

 

I soldati angloamericani entrano a Trieste, accolti trionfalmente. Qualche giorno dopo migliaia di operai escono dalle fabbriche e si dirigono verso il Centro della Città, lungo Corso Italia, con bandiere alleate, sovietiche, jugoslave, tricolori italiani con la stella rossa, cartelloni inneggianti a Tito, a Stalin, alla fratellanza italo- slava.

 

Incominciano a presentarsi al pubblico gli altri partiti. La DC lo fa con lo striscione ‘La Democrazia Cristiana difende l’italianità di Trieste’. Altrettanto fanno il Partito d’Azione, il Psiup, il PLI. Il CLN continua a sussistere come loro Comitato di Coordinamento. Il Presidente don Marzari fonda i sindacati giuliani in contrapposizione ai sindacati unici di ispirazione comunista. Viene fondato il Partito Comunista della Regione Giulia, indipendente, che dovrebbe evitare di prendere posizione sulla questione dei confini. Il segretario è Boris Kraigher, un comunista sloveno.

 

Il Governo Militare Alleato decide di nominare Consulte di zona e comunali con i rispettivi Presidenti. Presidente di zona viene proposto il socialista Puecher, poi sostituito dal democristiano Palutan, e come Presidente del Comune di Trieste un comunista, con un congruo numero di seggi ai comunisti nella Consulta.

Il Partito Comunista della Regione Giulia respinge la proposta che consentirebbe di partecipare al potere, di estendere la propria influenza nella vita pubblica e di riallacciare un rapporto con gli altri partiti.

I comunisti decidono invece di boicottare le nuove istituzioni, sostenendo ancora il Consiglio della Liberazione, organismo ormai del tutto virtuale. Presidente del Comune di Trieste viene nominato Ercole Miani del Partito d’Azione.

 

In settembre il Partito Comunista della Regione Giulia si pronuncia ufficialmente per Trieste settima repubblica di Jugoslavia. C’è un tentativo di dialogo fra comunisti e azionisti con l’intervista del Lavoratore a Ercole Miani dal titolo ‘Colmare il fosso’. C’è anche uno sciopero unitario indetto dai sindacati unici insieme ai sindacati giuliani contro i licenziamenti in corso nelle industrie e per l’istituzione dei consigli di gestione. Ma sono episodi sporadici in mezzo a manifestazioni e contro manifestazioni a favore dell’ Italia o della Yugoslavia, sempre più frequenti e sempre più faziose.

 

Il Partito Comunista Italiano nel V Congresso di Roma ribadisce la sua posizione sul problema giuliano e il dissenso con il Partito Comunista locale e jugoslavo. Togliatti afferma nella sua relazione:

 

‘ Noi abbiamo sempre affermato l’italianità di Trieste, ma la questione deve essere risolta in accordo con il popolo jugoslavo…’

 

Una posizione chiara nell’affermazione di principio, ma lontana dalla realtà in quel momento. Di fatto il Partito Comunista Italiano decide di non intervenire per contrastare l’orientamento del Partito Comunista della Regione Giulia che, sulla carta, è autonomo nelle sue decisioni. Luigi rafforza le sue critiche e viene espulso dal Partito della Regione Giulia, appena costituito. Gli articoli di Ferrer su il Lavoratore sono controllati prima di essere pubblicati.

 

La nostra vita familiare prosegue senza scossoni nei primi due anni. Mia madre ha ripreso a fare la sarta in casa e si è fatta alcune clienti. Giulio frequenta la terza media.

Nell’ottobre 1945 sono iscritto in quarta elementare, sicché all’età di 8 anni il mio curriculum scolastico risulta alquanto strano: ho frequentato la seconda e la quarta elementare in Francia e qui, al terzo anno di scuola, sto ripetendo la quarta elementare.

 

Il mio compagno di banco si chiama Giordano. Sua cugina Elda è maestra. Tre mesi prima della fine della scuola, il maestro chiede chi intende preparare l’esame di ammissione alla scuola media, saltando la quinta. Giordano si alza in piedi ed io, che gli sono amico, resto sorpreso e un po’ amareggiato, ma mi alzo anch’io. Di ritorno a casa comunico la mia decisione. Mamma è contraria, ma papà sostiene che se io me la sento, posso anche provare. Vado a lezione, insieme a Giordano, da sua cugina.

 

All’esame di ammissione il problema maggiore per me è il tema scritto di italiano, Il pranzo della domenica, dato che non conosco ancora bene la grammatica.  In fondo al tema scrivo...

 

PS. Sono nato in Francia e sono arrivato in Italia per la prima volta nove mesi fa’.

 

Sono promosso e vengo iscritto alla prima media, all’età di 9 anni. Un mese dopo il preside chiama i miei genitori, è sfuggito a tutti che è vietata l’iscrizione alle medie prima dei 10 anni compiuti. In via eccezionale la mia iscrizione viene confermata.

 

Alla domenica pomeriggio si va sempre a Barcola da nonna Anna, ritrovo di amici e parenti. D’estate andiamo al bagno, con il pranzo al sacco, ragazzi e adulti. Qualche volta si va in campagna, dopo Muggia, dove abita Ubaldini, un giovane compagno che lavora con Luigi. Qualche altra volta lo zio Romeo ci porta tutti a Montebello, l’ippodromo delle corse al trotto.

 

 

29. L’Ufficio di Informazione e Vidali

 

Luigi mantiene l’adesione al Partito Comunista Italiano. Giacomo Pellegrini e la Direzione nazionale del PCI stanno pensando a un nuovo incarico per lui a Trieste.

 

C’è una minoranza di comunisti italiani, fra cui Luigi, che, in aperto contrasto con l’orientamento filoyugoslavo, si ritrovano fuori dal Partito. Nel maggio 1946 Il Partito Comunista Italiano esprime nuovamente la sua preoccupazione per la tensione esistente nella regione e decide di aprire a Trieste un proprio Ufficio Informazione, luogo di incontro per questi compagni e punto di osservazione della situazione triestina. In città tornano ad esistere due organizzazioni comuniste. La direzione dell’Ufficio Informazione viene affidata a Giordano Pratolongo.

 

L’Ufficio Informazione pubblica una rivista settimanale, l’Informatore del Popolo. Il primo numero esce con l’ editoriale Democrazia e Italianità :

 

Questo giornale e l’Ufficio del PCI seguiranno una linea che tenda alla necessaria unità di italiani e sloveni, pur restando su una posizione di difesa dell’italianità di Trieste

 

Nella redazione del Lavoratore la situazione è tesa. Il 1 maggio 1946, Ferrer si rifiuta di scrivere l’editoriale ‘Il Primo maggio dell’Unione Antifascista Italo-Slava un richiamo all’unità dei lavoratori triestini nel nome di Trieste, settima repubblica di Yugoslavia. Due giorni dopo Ferrer passa ad occuparsi della terza pagina.

 

La Conferenza di pace di Parigi invia una commissione interalleata di esperti per definire i confini del Territorio Libero di Trieste, indipendente da Italia e Yugoslavia, che comprenda le zone A e B.  A capo del territorio libero è previsto un Governatore con ampi poteri, nominato d’intesa fra Governo Militare Alleato e governo jugoslavo.

.

Togliatti si reca a Belgrado e ottiene da Tito il consenso affinché la trattativa sulla questione di Trieste e della Venezia Giulia sia risolta da incontri diretti fra Italia e Yugoslavia. Ma la Conferenza di Pace conferma la creazione del Territorio Libero di Trieste. Non viene però raggiunto nessun accordo sulla nomina del Governatore, per cui, all’interno del Territorio Libero di Trieste permangono le due zone, A e B, affidate alle due amministrazioni, angloamericana e jugoslava.

 

Nella primavera 1946 è rientrato a Trieste Vittorio Vidali che, negli anni ’20, è stato insieme a Luigi un dirigente della gioventù comunista. Ha acquisito grande popolarità a livello internazionale durante la guerra di Spagna .

In Spagna Vidali , alias il comandante Carlos (58), ha condotto azioni militari di rilievo con il V Reggimento. Negli anni successivi ha soggiornato a lungo nel Messico, dove, secondo alcune fonti non è stato estraneo alla caccia data a Leone Trozky, il grande antagonista di Stalin. Trozky viene ucciso da Mercader, ma la dinamica dell’attentato e l’identità degli organizzatori non sono mai state chiarite.

 

Vidali ha molte credenziali, sia da parte della Direzione del PCI, che vede in lui l’uomo capace di tenere unite le due anime del comunismo locale, sia da parte della Jugoslavia e dell’Unione Sovietica. Al suo arrivo evita di prendere posizione sulla questione di Trieste, settima repubblica jugoslava, e conquista la fiducia di entrambe le componenti del Partito, italiana e slovena,  contrastando però duramente la minoranza dei comunisti italiani che si oppongono alla Settima Repubblica. Vidali si incontra con Luigi che è stato espulso dal Partito Comunista della Regione Giulia, ma Luigi non ammette compromessi sul tema, per lui centrale, dell’italianità di Trieste. Il disaccordo resta pertanto totale.

 

Nell’estate 1947 lo zio Darwin, di ritorno da un viaggio lunghissimo, ci porta a Postumia (59) e affitta un appartamento di due stanze da letto e cucina. Andiamo a trascorrervi alcune settimane in sei, mamma Giulio ed io, la zia Fausta, Diana e Dario. Durante la giornata siamo sempre fuori in campagna. Di notte, occupiamo in tre l’unico letto e combattiamo contro le zanzare. Al sabato sera quando arriva papà dormiamo contrapposti, noi dai piedi verso il centro e mamma e papà dalla testata del letto. La vacanza è bella, ma scomoda.

 

A scuola è andata bene. Io ho finito la prima media e Giulio ha frequentato il primo anno del liceo scientifico.

 

(58) Vittorio Vidali, il comandante Carlos, espulso dall’Italia nel 1922 è stato prima in Unione Sovietica e poi in Messico. Nel 1936 in Spagna comanda il famoso V Reggimento delle Brigate internazionali

(59) Postumia,  località della Slovenia nota per le grotte, a circa 50 chilometri da Trieste

 

 

30. Luigi esce dal PCI

 

A fine 1947 la Direzione Nazionale del PCI decide di chiudere l’Ufficio Informazione di Trieste. Viene quindi escluso il mantenimento di un’organizzazione del Partito Comunista Italiano a Trieste. Tutti i comunisti aderiscono al Partito Comunista del Territorio Libero di Trieste che sostituisce il Partito Comunista della Regione Giulia.

 

Per Luigi la situazione diventa critica. Nel Partito Comunista della Regione Giulia ha acquisito una posizione di rilievo Vidali che gode della fiducia dei dirigenti sloveni, come Babic, o triestini, ma di lingua slovena, come Regent. Da quel partito Luigi è stato espulso, le sue opinioni non sono mutate, non ci sono le condizioni per un dialogo.

 

Al Lavoratore Ferrer non scrive più, percepisce soltanto lo stipendio. Per entrambi i fratelli non è possibile continuare così.

 

Ferrer e Luigi vanno a Roma per un colloquio con Togliatti e Grieco, con cui hanno lavorato quando erano in Francia. Grieco consiglia a Ferrer di andare nel Veneto e di seguire le indicazioni di Pellegrini. Togliatti propone a Luigi di trasferirsi a Roma con la famiglia e di lavorare alla Direzione Nazionale del Partito . Mentre Ferrer accetta e lascia Trieste due mesi dopo, Luigi decide di restare a Trieste. Continua a sperare che il Partito, dopo il distacco dalla Yugoslavia, modifichi le sue posizioni. Ma lo scontro con Vidali è troppo violento, non c’è spazio per una coesistenza all’interno della stessa organizzazione.

 

Il secondo semestre del 1947 resta un periodo oscuro e drammatico anche sul piano dei rapporti personali fra compagni. Mario Ubaldini, giovane collaboratore dell’Ufficio Informazione, si suicida. Alcuni altri compagni lasciano improvvisamente Trieste. Si parla di ricatti conseguenti a collaborazioni intrattenute con i servizi segreti.

 

Dal giugno 1947 papà porta sempre con sé una pistola, senza averne parlato con nessuno. Se ne accorge la mamma una mattina presto, mentre lui è in bagno, quando trova la pistola nel comò vicino al letto. Scoppia un piccolo dramma in famiglia, che lascia la mamma in uno stato di costante ansia. Con noi ragazzi papà non è cambiato. La domenica mattina io lo accompagno alla pescheria grande, mi insegna a riconoscere i pesci e a valutarne la freschezza : l’occhio deve essere brillante, le branchie senza segni di sanguinamento, il tronco deve essere rigido. Noi si compera quasi sempre pesce azzurro, perché costa meno.

 

Alla sera, a casa, i discorsi di papà sono proiettati sul futuro, sulla società socialista che arriverà nel giro di cinque, massimo dieci anni, quando staremo meglio tutti.

 

La vostra vita, ci ripete , sarà molto migliore della nostra, perché tutti avranno le stesse possibilità di studiare, di costruirsi la vita a misura delle proprie capacità e delle proprie aspirazioni.

 

Mamma ascolta e sorride. Crede nel suo Luigi. L’ottimismo ha sempre vinto in famiglia, anche nei momenti più difficili.

 

Nei primi sei mesi del 1948 la situazione politica subisce una rapida evoluzione, sia a livello locale che nazionale e internazionale. A Trieste il Partito Comunista del Territorio Libero di Trieste, PCTLT, è sempre più isolato dagli altri partiti triestini.  In Italia la Democrazia Cristiana stravince le elezioni contro il Fronte Popolare, mentre nel blocco sovietico il Cominform condanna Tito. Questa condanna permette a Vidali di raccogliere attorno a sé la maggioranza del partito che, fra Tito e Stalin, sceglie quest’ultimo. Il direttivo del PCTLT vota una risoluzione di condanna di Tito con sei voti a favore e quattro contro. L’internazionalismo professato dall’Unione Sovietica vince sul nazionalismo yugoslavo e la grande maggioranza degli iscritti sta con Vidali.

 

Questa presa di posizione serve anche a collocare il Partito Comunista del TLT in una posizione di autonomia a fianco del Partito Comunista Italiano. Fino al 1957, quando confluisce nel Partito Comunista Italiano, il Partito Comunista del TLT resta un Partito Comunista indipendente che partecipa ai congressi internazionali con una sua delegazione. Vidali è presente anche al XX Congresso del PCUS , nel 1956, quando Krusciov denuncia i drammi dello stalinismo.

 

La svolta dell’estate 1948 mette fine a qualsiasi possibilità di rientro nel Partito di Luigi, che abbandona definitivamente l’attività politica ed esce dal Partito Comunista Italiano, rappresentato a Trieste solo dal Partito Comunista del Territorio Libero.

 

Ferrer lascia Trieste . Marieta viene a stare con noi. Qui vive per qualche anno serena, andando a trascorrere i mesi estivi a casa del fratello a Medea, il paese natale, che aveva lasciato sessant’anni prima. Papà l’accompagna alla corriera, ma non va mai a Medea insieme a lei, per non incontrare lo zio, che è stato per lunghi anni podestà di Medea durante il fascismo.

 

Darwin si imbarca sulle navi carovana, dei cargo che fanno rotte lunghe, dal Nord Europa all’Africa centrale, dal Mediterraneo all’Asia o all’America del Sud. Queste navi trasportano le merci più diverse e fanno molti scali, senza rientrare, per oltre 6 mesi, al porto di partenza, Genova, Napoli, Bari o Venezia. Trieste ha perso il suo primato di porto dell’Europa centrale, fin dal ritorno all’Italia nel 1919 e, più ancora, dopo la guerra, con la formazione del Territorio Libero di Trieste e la successiva chiusura della frontiera con la Yugoslavia.

 

Darwin è capo macchinista, secondo ufficiale di bordo dopo il capitano della nave. Pur non essendo altissimo di statura, è robusto come una quercia e cammina ondeggiando quasi fosse sempre sulla tolda della nave.  Quando arriva a Trieste per una settimana, una o due volte all’anno, si fà gran festa in via Denza, con riunioni di tutta la famiglia. Al mattino con i figli va a prendere i nipoti, Giulio e Giorgio, che ha conosciuto da poco e  porta tutti in un buffet, verso le dieci del mattino, a fare la tradizionale colazione dei vecchi triestini, a base di trippa al pomodoro oppure di porcina (61) calda, che sobbolle continuamente in un pentolone dove vengono immersi, a richiesta, gli gnocchi di pane per accompagnare la carne.

 

A Roma Anna è rimasta senza casa. Aline si è trasferita a Parigi in un elegante appartamento di Boulevard Malesherbes (60), dove convive con un noto avvocato,. Anna arriva a Trieste. E’una donna molto bella, elegante, piena di fascino, i suoi occhi brillano e trasmettono curiosità e impertinenza. Per alcune settimane è ospite a casa nostra, ma la convivenza con papà è difficile; sono due caratteri antagonisti, tanto papà è austero, tanto Anna è pungente. Oltretutto è un momento molto critico per la nostra famiglia. Anna va a Milano, conosce Rosita, moglie di Missoni, e si ferma per qualche mese.  Riparte quindi per Parigi dove Aline le offre di restare nella parte della casa di Boulevard Malesherbes riservata alla servitù, una stanzetta con bagno annesso,

 

Io vado in terza media, mentre per mio fratello le cose si complicano. Dopo la partenza di Ferrer, Giulio abita con nonna Marieta a Barcola, perché non resti sola.

 

Lascia il liceo scientifico, nonostante gli ottimi risultati, e si iscrive alla scuola superiore nautica per ufficiali di bordo. L’università, nelle condizioni attuali, è un percorso troppo lungo, non praticabile.  Mamma ha il compito difficile di far quadrare il bilancio familiare con entrate che si riducono, anche contando gli extra del suo lavoro da sarta, svolto per la maggior parte nelle ore della tarda serata.

 

(60) Boulevard Malesherbes, da place de la Madeleine in direzione nord

(61)porcina, termine usato per definire parti diverse del maiale bollite in pentoloni e mantenute in costante lenta ebollizione per consentire in qualsiasi momento la cottura di diversi tipi di gnocchi.

 

31. Ferrer lascia Trieste

 

Giacomo Pellegrini, che dirige il Partito Comunista Italiano nelle Tre Venezie, da Trento fino a Udine e una parte di Gorizia, chiede a Ferrer di andare a fare la campagna elettorale per il Fronte Popolare nel Trentino. Ferrer rimane a Trento fino all’inizio del 1949, quando viene chiamato a costituire e dirigere la Federazione di Pordenone. Dedica grandi energie a organizzare incontri e a sviluppare il dibattito con i giovani, iscritti e non iscritti al Partito. E’ in quel periodo che Pasolini si avvicina al Partito e diventa comunista.

 

Ogni due o tre mesi Ferrer viene a trovare sua mamma a Trieste e vi si ferma per un paio di giorni. I rapporti con papà sono un po’ tesi, per cui evita di venire a casa nostra. Papà gli rimprovera di essersi allontanato da Trieste, mentre, per Ferrer, restare  a Trieste equivale a sbattere la testa contro un muro. Io lo incontro dalla nonna Marieta e Ferrer mi racconta della sua vita a Pordenone. Per me Ferrer è come un secondo padre, è l’unico zio che ho conosciuto fin dai primi anni di vita. Ferrer mi tratta da adulto, abbiamo stabilito un patto di mutua consultazione sulle questioni più importanti che ci coinvolgono.

 

La Federazione di Pordenone è ormai bene avviata e Ferrer viene mandato a dirigere la Federazione di Treviso. Qui conosce Ninetta Zandigiacomi, professoressa di lettere, iscritta al Partito, separata con una bambina di un anno. Ninetta vive con la madre e due  fratelli, Toni si occupa dell’azienda di famiglie , mentre Berto frequenta l’ultimo anno di liceo. I Zandigiacomi sono una famiglia di imprenditori del settore edile, molto nota a Treviso. Nasce una forte simpatia fra Ninetta e Ferrer. Una domenica, all’ippodromo di Montebello, Ferrer mi parla di Ninetta e della possibilità di convivere insieme a lei.  Chiede la mia opinione in proposito, anzi, data l’importanza della decisione da prendere, stabiliamo che andrò qualche giorno a Treviso, in occasione della prossima Pasqua. Ho appena compiuto 15 anni quando prendo il treno, da solo, per la prima volta, per andare a Treviso.

 

Conosco una famiglia straordinaria. Berto ha tre anni più di me, ma si comporta come se fossimo coetanei. Mamma Pina mi tratta come un quarto figlio. Prima di ripartire per Trieste raccomando a Ferrer di sposare Ninetta, così posso tornare presto a Treviso.

Tre anni dopo, nel 1954, Ferrer va a dirigere la Federazione di Vicenza. Ninetta ha lasciato l’insegnamento e si è impegnata nel sindacato, alla Filtea, nel settore tessili della CGIL. Insieme abitano in via Fra’ Paolo Sarpi, lungo il Bacchiglione (62). Anche nonna Marieta, ottantenne,si trasferisce da loro a Vicenza. Ne approfitto per andare a Vicenza un paio di giorni. Tra pochi mesi lascerò anch’io Trieste per frequentare l’Università a Parigi, dove vive e lavora mio fratello Giulio.

 

Sono due giornate bellissime. Conosco Vicenza con Ninetta, una guida straordinaria. E poi alla sera le lunghe chiacchierate nell’osteria della piazzetta a fianco della Federazione, con i compagni, fino a notte inoltrata. Alle elezioni politiche del 1958 Ferrer rifiuta il posto di capolista a Vicenza, con l’elezione alla Camera garantita , e candida invece un giovane insegnante. Nel 1960 muore nonna Marieta. Rivedo Ferrer al suo funerale a Trieste.

 

Nel 1964 il Partito chiama Ferrer a lavorare a Botteghe Oscure, insieme a Natta, all’ organizzazione, e anche Ninetta passa alla CGIL di Roma. Poco dopo il trasferimento a Roma si rompe, dopo 12 anni, l’unione con Ninetta. I loro rapporti restano fraterni, ma questa separazione pesa molto su Ferrer.

 

Non ho mai capito le ragioni del loro distacco. E’ uno dei pochi argomenti di cui non ha mai parlato. Nel 1968 lo incontro a Roma, nel quartiere di Monteverde , dove vive. I fermenti del mondo giovanile lo attraggono, ma a Roma si sente lontano da quanto sta avvenendo nelle università e nelle fabbriche. Mi confida che vuol ritornare a Vicenza, ormai sua città di adozione, dopo una vita da nomade.

 

Nel gennaio 1969 a Bologna siamo entrambi delegati al Congresso Nazionale del PCI, in cui viene dibattuta in seduta notturna la questione del Manifesto.

Un gruppo di compagni, Caprara, Pintor, Rossanda e Magri, dopo essersi dissociati su molti punti dal PCI, hanno fondato la rivista il Manifesto, prendendo le difese della Primavera di Praga. La requisitoria di Giuliano Pajetta è durissima. Questi compagni vanno radiati dal Partito. La proposta è adottata a stragrande maggioranza con quattro voti contrari e pochi astenuti. Ferrer ed io ci siamo astenuti Con quel voto sono consapevole di essermi precluso le possibilità di carriera politica.

 

Ferrer ritorna a Vicenza nel 1971, da pensionato, ma per lui questa qualifica si traduce solo nel fatto di percepire una pensione al posto dello stipendio. Per quasi trent’ anni, fino alla scomparsa nel 2001, sarà presente nella Federazione del PCI e nel dibattito politico a Vicenza, sempre vicino ai giovani.

 

Negli ultimi anni subisce alcuni interventi chirurgici che lo debilitano nel fisico, ma non nello spirito. Dopo il secondo ricovero all’ospedale, nel gennaio 2000, mi trattengo qualche giorno con lui a Vicenza.

 

Parlo con alcuni amici vicentini e insisto con Ferrer affinché dia ospitalità nel suo appartamento di via Busato a un insegnante in trasferta o a uno studente universitario, per non essere solo di notte, in caso di necessità emergenti.

 

Nell’aprile del 2000, prossimo a compiere 90 anni, Ferrer sposa Isabella Colpo, di 58 anni, che lavora al sindacato e spiazza tutti ancora una volta.

Un anno dopo muore a Vicenza .Uno dei suoi giovani, l’artista Silvio Lacasella (63) di Vicenza lo ricorda così:

 

Ferrer, il più giovane dei miei pochi grandi amici. Mio padre non voleva che mi dedicassi all’arte… a poco più di 20 anni ci fu la dolorosissima rottura e allora incontrai Ferrer. Entrò subito nella mia vita. In attesa di trovarmi una sistemazione mi accolse sul divano di casa sua, che non aveva mai voluto cambiare, proprio per non avere ospiti. Passavamo le serate a discutere. A ogni domanda anche le più banali e imbarazzanti aveva una risposta, non pronta, ma sempre argomentata.

Fino all’ultimo ha mantenuto dentro di sé, gelosamente inalterata, la capacità di essere un po’ fanciullo, come quando mi telefonò un anno fa per dirmi: Sono tornato da Duino, vicino a Trieste, se sei in piedi siediti perché ho una novità.......................

Mi sono sposato, sei la seconda persona a saperlo. Ed io che non metterò mai la testa a posto dissi: il secondo dopo la sposa o prima? In realtà quella notizia mi aveva toccato molto. Conoscevo troppo bene Ferrer per non cogliere il lato umano e poetico di quel gesto. Ci stava salutando.

 

(62) Bacchiglione, fiume che nasce dal monte Pasubio,bagna Vicenza e sfocia accanto al Brenta nell’Adriatico

(63) Silvio Lacasella, noto pittore e incisore, nasce a Trento, è allievo di Tono Zancanaro, ha all’attivo molte mostre a livello internazionale

 

 

 

 

 

            Parte quinta

la vita ricomincia

      (capitoli 32-35)

 

 

32. 1948, l’anno buio

 

Dal primo gennaio 1948 Luigi rimane senza lavoro e senza stipendio. Enrico Bercè, un amico di gioventù, titolare della ditta Maffioli, commercia all’ingrosso caffè e altri prodotti alimentari. Dall’America arrivano nuovi prodotti, le minestre pronte Royco, i dadi per brodo, le patatine fritte chips, le noccioline confezionate, i semi di zucca, ecc.

 

Le patatine chips e i semi di zucca tostati sono facili da produrre e confezionare. Luigi e Lidia non si perdono d’animo e allestiscono rapidamente un vero e proprio laboratorio in casa. Il salone, composto da sala da pranzo e salotto, viene riunito con al centro il grande tavolo. Ogni sera Luigi porta a casa un sacco da venti chilogrammi di patate e un blocco da tre chilogrammi di grasso di cavallo.

 

Insieme a Giulio, al mattino presto, prima di andare a scuola, affettiamo le patate che mamma Lidia ha pelato la sera prima. Mentre siamo a scuola, mamma frigge in un’enorme padella le patatine e, man mano, le mette ad asciugare sui tavoli coperti da giornali e da grandi fogli di carta da pacco marrone, che assorbe il grasso utilizzato per friggere. Al pomeriggio noi imbustiamo le chips in sacchetti di cellophane. Ne confezioniamo ogni giorno alcuni cartoni che, alla sera, dopo cena, quando nessuno ci vede, trasportiamo nel furgone della ditta Maffioli parcheggiato sotto casa.

 

La signora Presca, che abita al quarto piano, nell’appartamento sotto al nostro, chiede alla mamma che cosa cucina, dato che l’odore del grasso di cavallo si spande nel cavedio, e la mamma, imbarazzata, spiega che amiamo molto il fritto e, quindi, per questioni di salute, adopera un grasso speciale, molto utilizzato in Francia, in alternativa al burro. Dopo i primi due mesi smettiamo con le patatine chips. Con gran gioia di noi ragazzi papà ha trovato un’osteria sul Carso che si occupa dell’intero ciclo produttivo.

 

Ci concentriamo sui semi di zucca e sulle noccioline. Al posto del sacco di patate, alla sera, papà porta a casa due sacchi, uno di noccioline e l’altro di semi di zucca, che imbusteremo il giorno dopo in sacchetti da 25 grammi. Da allora fino ai trent’anni ho sempre odiato le patatine fritte, soprattutto quelle sottili, le chips appunto. Ho ripreso a mangiarle solo dopo che mia figlia Viviana, all’età di due anni, ha cominciato a chiederle con insistenza, come la maggior parte dei bambini.

 

Enrico Bercè possiede un’auto giardinetta familiare a sette posti. Durante la primavera e l’estate, una volta al mese, siamo suoi ospiti. Alla domenica mattina andiamo a pranzo sul Carso, con sua moglie e i due figli, Mario ed Eva.

Quel pranzo fuori casa rappresenta un appuntamento fisso con un altro mondo, il mondo di un benessere che ci è sconosciuto. Ma, ciò nonostante, l’allegria non manca.

Nelle altre domeniche la nostra meta è un prato vicino alla strada, fra Villa Opicina e Prosecco. L’appuntamento è alle nove del mattino in piazza Oberdan, al capolinea del tram di Opicina (64). Ci siamo noi quattro, Giordano e suo fratello Diego, mia cugina Silvia e alcuni amici di famiglia. Abbiamo il pranzo al sacco e su quel prato ci sfidiamo a calcetto. Dopo il pranzo si gioca a carte. Qualche volta arrivano, nel pomeriggio, ci raggiungono anche gli zii Romeo e Ottocaro. Al ritorno,verso sera, sosta all’osteria Malalan dove consumiamo il resto del pasto ordinando solo le bevande.

 

In autunno e inverno alla domenica si pranza a casa, nel pomeriggio si va a Barcola da nonna Anna. Gli adulti giocano a carte, mentre noi ragazzi, quasi tutti della stessa età, tranne Giulio che è più grande, andiamo a preparare la rappresentazione teatrale nel camerone. Durante la settimana Silvia, Nevio, l’altro cugino, Dinorah, la nipote di siora Pina ed io studiamo i testi e Giulio provvede all’acquisto dei biscotti da offrire agli spettatori. Qualche volta vengono anche Giordano e suo fratello Diego. Alle cinque del pomeriggio gli adulti pagano il biglietto, mangiano un biscotto e guardano lo spettacolo. Poi riprendono la partita a carte e noi contiamo l’incasso.

 

Nei giorni feriali, verso sera, quando non si sta nel salone per confezionare le chips, i semi di zucca o le noccioline, stiamo tutti in cucina. La mamma stira e noi facciamo i compiti. Si risparmia sia sulla luce che sul riscaldamento. Si accende la caldaia alla domenica mattina fino all’ora del pranzo. In cucina basta lo spargher, la cucina utilizzata per fare da mangiare e riscaldare l’acqua in una vaschetta di metallo. La mamma prepara i pasti in un pentolone. Al lunedì un ragù con un chilogrammo di carne mista da spezzatino, montone, manzo e maiale che viene utilizzato per i primi tre giorni della settimana, con pastasciutta, gnocchi, patate bollite. Al giovedì si passa al minestrone di pasta, fagioli e patate oppure al brodo, con un pezzo carne e alcune ossa, con cui la mamma fa poi i nervetti. Alla domenica pranzo con pesce azzurro.

 

Giulio ed io  giochiamo al giro d’Italia. Una striscia di cartone è la strada di montagna che si inerpica sui libri, e gira tutto intorno. Spesso vengono anche i miei amici Giordano e Diego. Ognuno di noi ha alcuni tappi a corona di bibite per rappresentare altrettanti ciclisti, che vengono spinti schioccando le dita. All’arrivo si registrano i distacchi e si decide il tracciato della tappa successiva.

 

Al piano di sotto i signori Presca ricevono spesso ospiti e la signora chiede alla mamma qualche ricetta della cucina francese. Di fronte ci stanno i signori Sannini che hanno un negozio di abbigliamento. Al terzo piano i fratelli Eppinger, entrambi single, titolari della nota fabbrica dolciaria e i signori Mustaki, di origine greca. Al secondo piano c’è l’avvocato Baviera con studio e abitazione, al primo piano un ufficio di import export. Noi siamo i poveri del palazzo, ma abbiamo vissuto a Parigi, la meta sognata da tutti. Una sera tardi mi capita di alzarmi, in cucina la mamma parla con il papà delle difficoltà incontrate, delle spese che aumentano, della necessità di chiedere un prestito a siora Pina per i libri di scuola miei e di Giulio.

 

(64) Tram di Opicina, una tranvia a cremagliera che da piazza Oberdan sale a Opicina

33. La riscoperta della chimica alimentare

 

L’anno 1948 sta per finire. Papà ha ripreso a studiare la chimica alimentare procurandosi alcuni manuali. Fra i nuovi prodotti che arrivano dall’America ci sono i dadi per brodo, dei cubetti fatti di sale, estratto di carne e legumi in polvere. Ce ne sono di diversi tipi, di manzo, di pollo, di sole verdure. Con un cubetto di meno di due centimetri di lato si prepara in cinque minuti un litro di brodo.

 

Papà ne analizza con cura il contenuto e poi prepara dei campioni. Ricordo il mese di novembre di quell’anno, come il mese dei dadi per brodo. Ogni sera papà arriva a casa con qualche nuovo dado preparato in giornata. Ci riuniamo in cucina per gli assaggi. Qualche sera arrivano anche Giulio e nonna Marieta da Barcola.

 

Dapprima si assaggia il brodo e si commenta il sapore, poi si mischiano i due o tre litri di brodo in un’unica pentola e mamma prepara la panada. E’ un piatto della cucina povera triestina, a base di pane secco, circa 200 grammi per litro di brodo, tagliato a pezzettini, che si fà bollire a fuoco lento. Si aggiunge il pepe, un bicchierino d’olio e, se c’è, un tuorlo d’uovo battuto per ogni litro di brodo. Io sono ghiotto dell’albume dell’uovo fatto friggere a parte in padella.

 

Dopo i primi 10 giorni il sapore del brodo è migliorato, ma papà non è ancora soddisfatto, c’è qualcosa che gli sfugge. Il dado americano Royco ha un sapore intenso, che non riesce a riprodurre, nonostante utilizzi estratto di carne di prima qualità e estratti di verdure scelte. Un suo compagno di studi, docente di chimica all’Università di Trieste, gli parla del glutammato, il sale di sodio dell'acido glutammico, uno dei venti  amminoacidi naturali, che rafforza i sapori.

A Trieste nessun commerciante lo tratta. In quel periodo lo zio Darwin si trova nel Texas, a Houston, per un carico di petrolio. Papà gli manda un telegramma perché chieda informazioni prima di ripartire. Tre giorni dopo Darwin telegrafa nome e indirizzo di una piccola azienda a Verona, di import export di prodotti alimentari speciali, soprattutto dagli Stati Uniti. Fra i prodotti importati c’è anche il glutammato, il cui prezzo è allora di 5.000 lire al kg, pari al salario di una settimana di un operaio.

 

Papà parte per Verona e ritorna alla sera tardi con un sacchetto di un chilogrammo di glutammato. E’ sera, lo aspettiamo per cenare insieme. C’è il ragù di carne mista con gli gnocchi di patate. Siamo seduti a tavola e la mamma mette in un piatto una porzione di ragù. Papà apre il sacchetto e ci mostra una polvere bianca, cristallina come la neve. Ne prende un cucchiaino e lo mescola nel ragù. Poi, uno alla volta, assaggiamo. Forse è la suggestione, ma il ragù assume un sapore nuovo, deciso, tant’è che vorremmo aggiungere la polverina magica anche nel piatto di ragù con gli gnocchi, ma papà ci ricorda che si tratta di una polvere preziosa, da centellinare, circa mezzo grammo per ogni dado da un litro di brodo.

 

E’ l’ultima settimana di novembre. Gli assaggi di brodo alla sera continuano, ma, con l’aggiunta di glutammato, abbiamo ormai raggiunto e forse superato il traguardo del brodo saporito, all’americana, soprattutto nella versione brodo di manzo. A Barcola, da nonna Anna, con la famiglia tutta riunita si procede a un test allargato.

La mamma ed io, ma anche Giulio e nonna Marieta, siamo influenzati da un mese di assaggi continui, dunque non siamo più affidabili. Ora c’è un pubblico nuovo che assaggia il brodo di manzo per la prima volta.  E’ un successo, quasi tutti lo giudicano molto gustoso. Lo zio Romeo, sempre buontempone, dice a nonna Anna di mettere in tavola anche il bollito, di non tenerlo nascosto. Si torna a casa a sera tardi, mamma e papà fanno progetti per il futuro. Dopo lungo  tempo sento aria di festa.

 

La settimana successiva arriva a Trieste il signor Motta, un industriale che Bercè ha conosciuto nell’ultimo viaggio a Milano. Possiede un'industria alimentare a Sale Marasino, sul lago d’Iseo, nel Bresciano. E’ interessato ai dadi per brodo che importa dagli Stati Uniti. Assaggia il nuovo brodo preparato da papà, in entrambe le versioni, manzo e pollo,  ne è entusiasta.

 

Prima di ripartire Motta propone a papà di trasferirsi a Sale Marasino per dirigere il nuovo reparto di produzione dei dadi per brodo che intende allestire nella sua fabbrica.

 

 

34. Sale Marasino

 

E’ la sera di martedì 5 dicembre, la vigilia di San Nicolò, la festa dei scolari, la mamma sta preparando lo strudel per il giorno dopo. Papà rientra con i pasticcini, capiamo subito che ci sono novità. Poco dopo si siede in cucina e noi attorno a lui. Siamo tutti eccitati. Papà ci guarda, sorride e finalmente parla:

 

Sabato parto per Sale Marasino e lunedì prossimo inizio il mio nuovo lavoro. Avrò un appartamento tutto per me e uno stipendio quattro volte superiore a quello che guadagno adesso. Fino alla fine della scuola voi resterete qui ed io verrò a trovarvi una volta ogni mese nel fine settimana. Alla sera vi telefonerò. L’estate prossima verrete ad abitare nella nuova casa di Sale Marasino, Giulio deciderà se restare con nonna Marieta e continuare la scuola nautica a Trieste oppure riprendere il liceo scientifico a Brescia.

 

Papà abbraccia mamma, io corro nella mia stanza a prendere l’atlante per guardare, tutti insieme, dove stanno esattamente il lago d’Iseo e Sale Marasino. Non c’è il mare, ma c’è il lago e le montagne sono molto vicine.  Da Trieste sono più di 300 chilometri, dodici volte la distanza da Monfalcone, il confine oltre al quale non ci siamo mai spinti, da quando siamo ritornati dalla Francia.

 

Quella mattina di San Nicolò è gran festa. Dolcetti a parte c’è un mondo nuovo che ci aspetta. Mamma alterna momenti di gioia e speranza per una vita più tranquilla e senza miseria, a momenti di tristezza per dover abbandonare ancora una volta Trieste, i parenti e gli amici più cari. Papà parla di acquistare un’ auto per venire tutti a Trieste ogni due o tre mesi. Sabato pomeriggio andiamo tutti alla stazione ad accompagnarlo. Papà ci abbraccia e promette di telefonare la sera dopo, per parlarci un po’ della casa e del paese. Arriva a Brescia a tarda sera dove lo aspetta  l’autista del signor Motta.

 

Domenica ore 18, ci sediamo sul divano, vicini al telefono. C’è anche Giulio. Finalmente al’atteso squillo. Io allungo il braccio e tiro su la cornetta, gridando pronto. Sento la voce di papà, da lontano. Dopo averlo salutato, passo il telefono alla mamma. Papà parla per un’eternità, quasi 10 minuti, e la mamma si limita a brevi intercalari,   ……sì, ……bello……mi raccomando…… e poi conclude… a presto.

In cucina la mamma ci racconta tutto, quasi avesse registrato la conversazione, con uno di quei misteriosi apparecchi, che arrivano dall’America, il registratore, che parla da solo. A Trieste c’è un via vai di marittimi di tutti i paesi e si vedono in anteprima le novità dell’altro Mondo. Ecco il racconto della mamma:

 

Stamattina papà è andato nella piazza principale, in centro paese, a bere un caffè e poi ha fatto una passeggiata sul lungo lago. L’appartamento è molto bello, con un ampio balcone che si affaccia sul lago. Più tardi è stato a pranzo dal signor Motta che abita in una villa con parco. In onore di papà erano invitate alcune persone importanti, il parroco, il farmacista, il segretario comunale, un professore del liceo di Brescia, un commerciante e due altri industriali, tutti con le loro signore, ad eccezione del parroco. Hanno mangiato un antipasto di affettati, i casonzei, una sorta di ravioloni di ricotta, poi gli arrosti misti, anatra, faraona, carrè di vitello e roast beef con patate arroste e, per concludere, due crostate di frutta. Hanno bevuto tre qualità di vini, uno spumante secco con gli antipasti, vini rossi della Valtellina con le carni e poi uno spumante dolce. Sono stati a tavola fino alle cinque del pomeriggio. Papà telefonerà ancora domani sera per raccontarci la prima giornata di lavoro.

 

Di una sola cosa mamma non parla, della cosa cui si riferiva dicendo…mi raccomando. Durante il pranzo gli invitati hanno discusso di problemi politici e sindacali di attualità, dell’esercito alleato che garantiva la libertà dell’Occidente, dei provvedimenti del governo De Gasperi a favore della ricostruzione industriale, del ruolo di tutela dell’ordine e della sicurezza della Celere, guidata da Scelba (65), contro le manifestazioni dei sindacati socialcomunisti. Papà non è intervenuto nella discussione e mamma gli ha detto…... mi raccomando.

 

La sera dopo, la mamma ed io siamo ancora vicini al telefono, ad aspettare. Arriva la telefonata e papà ci spiega che ha una bella stanza, ufficio e laboratorio insieme, tutta per sé. Ha a disposizione molti tipi di estratti di carne di manzo e di pollo, molte verdure in polvere e anche il famoso glutammato. Dopo una visita allo stabilimento che produce insaccati, insieme al signor Motta e a un ingegnere meccanico, hanno esaminato una serie di modelli di macchine miscelatrici, impastatrici e confezionatrici, per il nuovo reparto dei brodi di pollo Leghorn (66), dal marchio delle galline livornesi, e Beefmeat, carne di manzo. Produrranno una serie di campioni da presentare a un incontro con grossisti alimentari a Brescia.

 

Ancora due settimane e papà sarà a casa per Natale. Passano i giorni. Alla sera la mamma ed io parliamo spesso di come sarà la nostra vita a Sale Marasino. Da un paio di mesi sono molto stanco quando ritorno a casa da scuola e vado a letto presto, alle nove di sera. Ho undici anni e frequento la terza media.

 

Per me è impossibile dimenticare quel Natale del 1948. Papà è arrivato da Brescia al pomeriggio della vigilia. Come sempre si va tutti da nonna Anna verso sera. Ognuno porta qualche cosa, la mamma ha preparato uno strudel di mele e un presnitz.

Siamo più di venti persone attorno al tavolone della grande cucina. Zia Giulia, la mamma di Silvia, ha lavorato tutta la giornata a preparare i buchtel, un dolce cecoslovacco, e i krapfen con la crema. Ci sono gli zii Ottocaro e Romeo con la moglie, siora Pina e Marco il suo compagno con la nipotina Dinorah, gli zii Giulia e Arturo con Silvia, la prozia Virginia, che ha cucinato il ragù con gli gnocchi, insieme al nipote Nevio, nonna Marieta, noi quattro, lo zio Ferrer arrivato da Trento, e altri due amici dello zio Romeo con moglie e figli.

 

Prima di cena tutti vogliono sapere da papà e da Ferrer come si vive in Italia, cioè oltre Monfalcone. Papà racconta della fabbrica, dei nuovi prodotti, del lago di Iseo, dei pranzi della domenica. Ferrer parla di Trento, la città cugina di Trieste, del lago di Garda, ma nelle parole di entrambi si sente la nostalgia della ritrovata Trieste.Dopo cena, è il turno di Marco, il compagno di siora Pina, capo dei palombari ai Cantieri navali. E’ un pozzo di barzellette. Siora Pina gli suggerisce la prima battuta..... quela de l’oculista , Marco si alza in piedi  e ......l(67)

 

‘ Pepi gà disturbi , el va de l’oculista, un professor de fama internazional.  El professor lo fa sentar e rivolgendose a lui: la me disi….Pepi se alza in piedi, se mola la cintura e incomincia a calar le braghe… El professor ziga: cossa la fa, mi son oculista, me ocupo de oci….Pepi rispondi la speti, e intanto el cala le mudande….................el professor ciama l’infermiera …bisogna telefonar a l’ospedal dei mati… e Pepi la prego, la me scolti, xè tuto colegà……el professor e l’infermiera xè palidi…...Pepi se cucia mostrando el da drio e… la vedi, professor, quando me tiro via una cagola me lagrima i oci…con siora Pina che prima suggerisce e poi dice: Marco xè fioi, no semo in porto coi ominazi, certe robe no se pol contar…

 

I dolci sono favolosi. Stasera si gioca tutti al mercante in fiera con zio Romeo che fa il mercante e vende le carte, la prima carta al prezzo di cinque lire e le altre trentadue all’asta, a prezzi sempre più alti, con un monte premi che supera le mille lire. La festa finisce alle cinque del mattino e si va a casa con il primo tram che parte da Barcola .

 

Il giorno dopo Natale, papà riparte. Ci rivedremo dopo l’Epifania, l’anno prossimo, nel 1949, l’anno della svolta nella nostra vita familiare. La mamma ha convinto papà che, con il nuovo stipendio, si può continuare a pagare l’affitto della casa di Trieste, almeno per un anno. Metteremo i mobili in un capannone vuoto dietro la carrozzeria Tlustos., dato che l’appartamento di Sale Marasino è già ammobiliato. 

 

(65)Mario Scelba, ministro dell’interno dal 1947 al 1953, detto l’anticomunista di ferro, costituì il reparto speciale di polizia, la Celere, utilizzata contro le manifestazioni politiche e sindacali.

(66) Leghorn, Livorno a identificare la razza delle galline livornesi; Beafmeat, carne di manzo.

(67) Giuseppe ha quache problema agli occhi, decide di andare dall’oculista, un professore di fama internazionale.Il professore lo fa accomodare e lo invita a parlare....Giuseppe si alza, slaccia la cintura e sta per abassare i pantaloni...Il professore esclama: ma che fa ? Sono oculista, curo gli occhi....Giuseppe risponde, aspetti e, nel frattempo, abbassa le mutande...il professore chiama l’infermiera ....telefoni all’ospedale psichiatrico...ma Giuseppe prosegue.. la prego ascolti, è tutto collegato...il professore e l’infermiera sono pallidi....Giuseppe si china mostrando il sedere......vede professore, quando mi strappo una caccola mi lacrimano gli occhi....

Con Siora Pina che prima suggerisce e poi dice....Marco ci dono bambini, non sei al porto in mezzo agli omaccioni, certe cose non si possono dire....

 

35. Alimentary Products

 

Alla vigilia di Capodanno papà telefona per farci gli auguri e per dirci che quattro grossisti alimentari di Brescia, dopo l’incontro, hanno prenotato una certa quantità di prodotto. Anno nuovo, vita nuova il proverbio è proprio vero. Fra pochi mesi saremo tutti insieme, avremo una casa nuova, l’automobile e andremo in vacanza al mare, in una bella casa .

 

A Sale Marasino però il pranzo di Capodanno nella villa di Motta è foriero di tempesta. Il menù è sfarzoso : patè di fegato d’oca della Francia, bresaola dei Grigioni, gamberoni della Spagna,  cappone in brodo con i tortelli, selvaggina in salmì con polenta, formaggi della Valsassina,  cassata siciliana, babà napoletani e molte bottiglie di champagne.

 

Ci sono gli stessi invitati della domenica. Il parroco dice che Pio XII sta preparando la scomunica per i comunisti. L’industriale parla della necessità di una legge antisciopero. Il professore spiega che socialismo significa miseria e che il governo deve tutelare l’impresa per lo sviluppo economico dell’Italia.  Il segretario comunale dice che molti sindaci socialisti e comunisti sono ignoranti e non capiscono nulla, ma vogliono fare di testa loro. Una signora rimpiange la monarchia, quando tutto era più in ordine. Per fortuna il Fronte Popolare è stato battuto, chiosa il farmacista e Motta puntualizza, ora c’è Scelba a difenderci. Poi Motta si rivolge a papà e gli chiede: Visintini, lei non parla mai, ma che ne pensa di questa situazione?

 

Papà è un purosangue con il morso, in quel momento dimentica completamente mi raccomando… di mamma. Si alza e pronuncia un’appassionata difesa dei socialisti e dei comunisti , del contributo alla guerra di liberazione e al salvataggio di molte fabbriche dalla distruzione, all’affermazione della Repubblica e della Costituzione.  Oggi lorsignori  continuano a godere di tutti i privilegi, pur avendo, quasi tutti, sostenuto il regime fascista. Quindi, seduta stante, presenta le sue dimissioni. Due giorni dopo riparte per Trieste, e arriva a casa senza preavviso e con un mezzo stipendio. Anno nuovo, vita vecchia, mai fidarsi dei proverbi. Mamma reagisce allo choc iniziale. In ogni vicenda, anche quelle apparentemente più critiche bisogna trovare un lato positivo. Si resta a Trieste, le feste in famiglia continuano, al resto si provvederà.

 

Papà, Enrico Bercè e Virgilio Ressauer, un giovane commercialista, costituiscono una società per produrre dadi per brodo a Trieste. La struttura di Bercè, grossista di alimentari, provvederà alla commercializzazione. Nasce così la Alimentary Products. Il laboratorio è un negozio con magazzino annesso.

 

Si torna a fare gli assaggiatori, ma il prodotto è ormai collaudato, c’è da verificare solo che il sapore non cambi. Il brodo Dolly della Alimentary Products si fa conoscere rapidamente a Trieste, grazie ai venditori di Bercè che riforniscono mezza città con il caffè. In meno di un anno lo si trova in vendita nella maggior parte dei negozi alimentari e lo utilizzano anche molte osterie e trattorie.  Papà organizza dimostrazioni e assaggi, spiegando che il dado serve anche a insaporire minestre e sughi.

Diventa un condimento multifunzionale in cucina. E’ un marketing sul campo, ante litteram. Vent’anni dopo queste pratiche arriveranno dall’America, sarà il merchandising (68). Anche in Italia, a Monfalcone e Gorizia, incominciano a richiedere il brodo Dolly. All’Alimentary lavorano sei ragazze a tempo pieno. Oltre ai dadi per brodo si confezionano sacchetti di caramelle e di semi di zucca, un prodotto della tradizione familiare.

 

L’anno 1949 è comunque un anno difficile. Bruno Pincherle è un medico pediatra, esponente del Partito Socialista a Trieste e amico di papà. Dopo la polmonite multipla superata a poco più di un anno, l’apparato respiratorio è rimasto sempre il mio punto debole. Soffro spesso di bronchiti. Da alcuni mesi faccio fatica a salire le scale. Pincherle mi manda all’ospedale per una broncoscopia e mi vengono diagnosticate le adenopatie polmonari. Bisogna andare per alcuni mesi in montagna. C’è il preventorio di Enego, sull’altopiano di Asiago, gestito dalle suore, dove ci stanno ragazzi dai sei ai dodici anni e la scuola elementare interna . Pincherle convince papà e mamma che è l’unica soluzione per curarmi. Vengo ricoverato a metà marzo.

 

Mamma, che mi accompagna, dice alle suore che non troviamo il certificato di battesimo,  essendo io nato in Francia,. In realtà non sono battezzato. Prima di partire ho appreso il padrenostro e l’avemaria. Resto lì da solo. Decidono di assegnarmi a una quinta elementare. Suor Alberta, la maestra, spiega che bisogna avere il coraggio di protestare, quando non si è d’accordo con quanto dice l’insegnante. E cita questo episodio: Quando andavo a scuola io un professore di scienze ci spiegò che gli uomini avevano come antenati le scimmie. Alla lezione successiva, quando entrò in classe nessuna di noi si alzò. Ci guardò e gridò‘In piedi’. A quel punto  mi alzai io e dissi: Noi non ci alziamo quando entra una scimmia.

 

Un altro giorno suor Alberta racconta un fatto di cronaca accaduto nel luglio dell’anno precedente: un giovane, alle porte di Montecitorio, spara a Togliatti che cade in un lago di sangue. Arriva subito un'ambulanza, ma c’è bisogno urgente di un donatore di sangue compatibile. Nessuno vuol dare il sangue per Togliatti, quando improvvisamente si presenta un frate che offre il proprio sangue… Suor Alberta si interrompe, guarda ragazzi e ragazze uno alla volta e improvvisamente chiede: Voi l’avreste dato il vostro sangue per Togliatti?

 

La risposta è naturalmente un coro di Nooo!

 

Non so se tutti gli alunni sono d’accordo, in ogni caso nessuno osa protestare. Questi sono gli insegnamenti di Suor Alberta.

 

Tre settimane dopo il mio arrivo mi ammalo, la febbre sale a 41 gradi. Passa una settimana,la febbre scende, arriva la mamma per la prima volta. Le spiego che non ho potuto né scrivere né chiedere di far telefonare a casa. Ogni lettera viene letta da una suora prima di essere chiusa e spedita. Se dovesse accadere nuovamente decidiamo che firmerò in un certo modo la lettera per segnalare che sto male. Mamma mi ha portato un regalo di Bercè, un volume rilegato con molte immagini, 20 anni dopo (69) di Alessandro Dumas. Fra tutte le immagini ce n’è una di un moschettiere, travestito da frate, che pugnala un uomo a letto.

La mamma riparte, il libro, che tengo sotto il guanciale, mi viene sequestrato, è all’indice. Alla fine di maggio ho un’altra congestione polmonare. Mando una cartolina a casa con la firma in codice ‘sto male’. La mamma arriva con zio Ferrer da Trento e una dottoressa che mi visita e raccomanda di portarmi a casa, se possibile in campagna.

 

Da giugno ad agosto andiamo sul Carso, ad Aurisina, dove papà ha trovato un appartamentino di una stanza e cucina. La mamma starà con me e papà arriverà il sabato sera. Devo stare all’aria, sdraiato il più a lungo possibile. Non posso leggere più di due ore al giorno per non indebolire la vista. E allora la mamma mi insegna a fare la maglia. Divento bravo, tant’è che in due mesi faccio tre maglioni per l’inverno. Resterà un mio hobby che durerà negli anni.

 

La figlia della padrona di casa abita Zagabria. E’ una bella donna nubile di poco più di 40 anni, come la mamma. Viene quasi ogni domenica, diventa amica della mamma e le racconta le sue avventure sentimentali. Quando riparte la mamma mi racconta tutto .

Alla visita successiva io guardo i fondi del caffè nella sua tazzina, le parlo di quello che le accade e divento, ai suoi occhi, uno straordinario indovino.

 

Alla fine di agosto supero l’ultimo controllo al sanatorio di Aurisina. Sono guarito. Mi viene concesso di sostenere l’esame di licenza media a settembre, insieme ai rimandati in una o due materie. A 12 anni da poco compiuti sono iscritto al primo anno del liceo scientifico.

 

I brodi Dolly si vendono abbastanza bene e, almeno sul piano finanziario, ci sono meno preoccupazioni. Io riprendo la scuola. Il professore di tedesco Gregoretti, assessore provinciale della Democrazia Cristiana, chiede a tutti dove abbiamo trascorso le vacanze. Quando arriva il mio turno dice:

 

A Visintini inutile chiederlo, già sappiamo che è andato in Unione Sovietica. Hai visto lo zio Josip? Come sta?

 

(68) merchandising, tecnica di marketing sul punto vendita, rivolta a far provare il prodotto al consumatore

(69) Vent’anni dopo, di Dumas, i  moschettieri si ritrovano, continua la serie di avventure dei tre moschettieri.

 

 

 

 

 

 

 

 

Parte sesta

le certezze si sgretolano

(capitoli 36-43)

 

 

36. Giulio contesta

 

Giulio passa gli esami di abilitazione nautica in luglio, con  voti di eccellenza, qualche mese dopo riceve il premio di miglior diplomato delle scuole nautiche d’Italia.  Nel settembre 1951 si imbarca, allievo ufficiale di macchina, sulla nave mercantile Angelina Lauro della flotta Lauro. Dopo un primo viaggio negli Stati Uniti, dove la nave si ferma per un mese, segue un lungo viaggio nei paesi nordici, Svezia, Danimarca, Finlandia. In Svezia conosce una ragazza finlandese , intrattiene una relazione. E’ tentato di fermarsi in Svezia, ma riprende il posto sulla nave. In meno di un anno è già ufficiale in seconda.

 

Da quando si è imbarcato è venuto a casa una sola volta per pochi giorni. Vuole accantonare un po’ di soldi. Si fa versare lo stipendio su un libretto di risparmio di cui affida la gestione a papà. Nell’estate 1952 si imbarca su un’altra nave della flotta Lauro che trasporta un carico di prodotti in pelle da Costanza, sul mar Nero, a Napoli. Dopo un'andata e ritorno in Romania, il viaggio successivo è per Varna, in Bulgaria. Non esistono le autostrade, i trasporti ferroviari sono problematici, per cui quasi tutto il traffico merci da e per quei Paesi dell’Europa dell’Est avviene via mare.

 

A fine dicembre 1952 Giulio trascorre a casa le feste di Natale e fine anno. Per festeggiare il suo ritorno mamma ha preparato una cena speciale. Siamo curiosi di sapere com’è la vita sul mare, quali città ha visto e, soprattutto, come si vive in Romania e in Bulgaria, due Paesi dove si costruisce il socialismo, dove c’è la dittatura del proletariato.

 

Siamo a tavola, la mamma  tagla la torta, e Giulio, guardando papà,

 

E’ già sera, quando arriviamo a Costanza, la prima settimana di ottobre: dopo cena, insieme ad altri due colleghi vogliamo andare a fare una passeggiata nel centro, ma il comandante lo vieta, è troppo pericoloso per tre giovani disarmati avventurarsi di sera tardi in una città dove c’è un alto tasso di traffico illegale e di piccola criminalità. Ci andiamo il giorno dopo al mattino. Siamo di riposo e possiamo star fuori tutto il giorno. Francamente papà, sono senza parole di fronte alle situazioni di profonda miseria che incontriamo. Case vecchie, quasi cadenti, negozi semivuoti, ragazzi senza lavoro che trafficano e rubano, ragazze che si prostituiscono per pochi denari.Trovo un ragazzo di vent’anni che ha studiato l’italiano e mi porta in un locale dove servono anche qualche piatto caldo da mangiare, conosco molti altri giovani e chiedo a tutti come vivono, ma quasi nessuno mi risponde, sembrano terrorizzati e quei pochi che parlano sono contro il comunismo.

 

Papà reagisce: sei capitato in mezzo a un gruppo di fannulloni. Non giudicare così un Paese dove fino a pochi anni fa c’era la monarchia.

 

Ma Giulio prosegue: infatti voglio capire. Ci fermiamo a Costanza dobbiamo imbarcare della merce che non è pronta. Parliamo con due impiegati della società di export che deve fare la consegna. Non si meravigliano, situazioni così capitano tutti i giorni. La fabbrica è in ritardo di quasi un mese con le consegne. Danno la colpa ai fornitori del pellame. Andiamo anche da loro. Lo stabilimento è fatiscente, i macchinari sembrano usciti da un romanzo di Dickens dell’Ottocento. Vi lavorano anche vecchi e bambini Ritorniamo a Costanza senza merce e partiamo due giorni dopo.

 

E allora? dice papà Non puoi mica pensare che tutte le industrie della Romania siano come quella fabbrichetta di borsette!

 

No certo continua Giulio ma senti cosa ci capita il mese dopo in Bulgaria.E’ il mio secondo viaggio e siamo diretti a Varna, per imbarcare un carico di cereali. Lì sono invitato a pranzo, insieme al primo ufficiale, a casa del corrispondente italiano della flotta Lauro. Esco al pomeriggio con la figlia, che mi porta a visitare l’Università. Mi presenta ai suoi compagni di studi. Tutti si lamentano, per guadagnare qualche soldo bisogna fare mercato nero. Mi chiedono se ho calze nylon, jeans, magliette, se le posso portare al prossimo viaggio. Passo la serata a casa della ragazza. Esco alle 22.15, un quarto d’ora dopo il coprifuoco. All’uscita da casa sua due militari russi si avvicinano, mi chiedono i documenti e mi portano al Comando. Mi chiedono che cosa sto facendo in Bulgaria. Vengo interrogato a lungo e trattenuto,  con la minaccia di mandarmi in Unione Sovietica. A notte inoltrata arriva il comandante della nave per riportarmi a bordo. Caro papà, la tua dittatura del proletariato è uno stato di polizia, c’è miseria, non c’è libertà, c’è disoccupazione, non c’è futuro per i giovani. Io l’ ho visto e sentito personalmente.

 

A questo punto la discussione si accende. Papà sostiene che Romania e Bulgaria non sono esempi validi. In Unione Sovietica è tutto diverso. Ma Giulio, in questi quindici mesi, ha conosciuto dei colleghi che fanno spesso scalo a Odessa sul mar Nero o a Riga e Leningrado sul mar Baltico e raccontano che c’è ancor più controllo della polizia Devono contrastare il mercato nero dilagante. Giulio afferma che non c’è traccia di socialismo al di là della cortina di ferro.

 

Papà parla di fase di transizione difficile in cui è necessaria una grande vigilanza per difendere la costruzione delle basi della società socialista prima (ciascuno dà quello che può e riceve quanto merita) e comunista poi (ciascuno dà quello che può e riceve quanto ha bisogno). Giulio replica che bisogna guardare ai Paesi della Scandinavia, dove c’è la massima attenzione per le categorie più deboli, mentre, per papà, a questi modelli si ispirano i traditori del socialismo, i socialdemocratici come Saragat.

 

La serata di festa si conclude con uno strappo doloroso. Giulio è sicuro di sé, non crede più al comunismo, mentre papà si appella alla storia che non sbaglia, al socialismo che verrà e poi al comunismo che garantirà a tutti libertà e benessere.

 

Più di ogni altra cosa Giulio contesta a papà la divisione del mondo fra Paesi del Male, come gli Stati Uniti, dove invece ci si può muovere liberamente senza problemi, e Paesi del Bene, come l’Unione Sovietica, dove la polizia è onnipresente.

Mamma chiede a Giulio di ripensarci,

 

papà non può sbagliare, abbiamo vissuto insieme a tanti dirigenti del Partito che sono andati in Unione Sovietica e hanno visto come si costruisce il socialismo. Anche Ferrer è stato in Romania l’estate scorsa. Io sto zitto, ma sono dalla parte di mamma e papà.

 

Giulio diventa l’eretico della famiglia.

 

 

37. Giulio e Giorgio in Francia

 

Giulio sceglie un imbarco per il Sud America. Vuole conoscere il mondo , ma ha già in mente un progetto, quello di ritornare in Francia. Nel frattempo lo zio Ottocaro si è sposato con Silvana, originaria di Pordenone. Nonna Marieta ha lasciato l’appartamento di Barcola ed è venuta a stare con noi.

 

Ogni giorno, prima di cena, Luigi si incontra con Enrico Bercè ed altri amici al bar Alzetta in viale Sonnino, diventato ritrovo dei compagni espulsi o fuoriusciti dal Partito Comunista. Nessuno ha aderito ad altri partiti, sono rimasti tutti fedeli al comunismo. Per Luigi queste discussioni alla sera sono uno sfogo, ma spesso rientra a casa agitato. Mamma lo vorrebbe vedere più sereno, non ama quei ritrovi serali. Ora le cose sembrano aggiustate per la famiglia. La Alimentary Products ha allargato il proprio mercato fino a Udine. Si può dimenticare il passato e vivere un po’ meglio. Dopo cena papà fuma una sigaretta dopo l’altra, beve qualche bicchiere di vino in più e si rifugia nel silenzio. Le serate passano senza uscire di casa e senza parlare. E non c’è ancora  la televisione.

 

Nel 1953 la Alimentary Products affronta le prime serie difficoltà. Arrivano le grandi marche, la svizzera Liebig e la Star di Milano, che fanno pubblicità e hanno una forte organizzazione di vendita. Il brodo Dolly resiste a Trieste dove la ditta Maffioli è bene introdotta nei negozi di alimentari. Papà sta pensando già a un nuovo prodotto, un budino pronto. Il prodotto viene lanciato in autunno. C’è interesse per la novità e Virgilio Ressauer prepara un piano di promozioni. Acquistando i due prodotti insieme i commercianti possono risparmiare fino al 10% sul prezzo abituale all’ingrosso.

 

8 marzo 1953, muore Giuseppe Stalin. Il giorno dopo il professor di tedesco Gregoretti propone a tutti i ragazzi di stringersi attorno a Giorgio Visintini, in lutto per la scomparsa dello zio Josip.

 

A fine maggio Giulio si licenzia dalla flotta Lauro, viene a Trieste per una settimana e comunica a tutti noi che ha deciso di ritornare in Francia. Nei due anni di viaggi ha riflettuto a lungo e ha deciso che il suo Paese è la Francia. Purtroppo papà ha investito nella Alimentary Products il capitale accantonato nel libretto.

Giulio è amareggiato, papà non lo ha consultato. Giulio parte subito, senza soldi. A Parigi si iscrive ai corsi serali di ingegneria meccanica del Conservatoire des Arts et Metiers (70). Per mantenersi agli studi è prima facchino ai mercati generali, dalle 4 di notte alle 10 del mattino,  poi  venditore di libri di edizioni scientifiche , quindi traduttore di dispense di un istituto tecnico.

Nella primavera 1954 Giulio viene assunto dalla Simca, la fabbrica di automobili fondata dall’italiano Pigozzi, il direttore della Fiat in Francia prima della guerra.

 

Le manifestazioni per il ritorno di Trieste all’Italia si moltiplicano. Il Partito Comunista locale è il solo, insieme alla minoranza di lingua slovena, a smarcarsi in favore dello statu quo, cioè di Trieste indipendente. Cresce il suo isolamento nella popolazione. Nel 1954 viene raggiunto l’accordo per il ritiro delle truppe di occupazione alleate e per il ricongiungimento di Trieste e della zona A all’Italia e della zona B alla Yugoslavia.

 

Io termino il liceo e accetto l’offerta di Giulio di frequentare l’Università a Parigi.  Ho 17 anni quando parto. A Trieste non c’è la possibilità di mantenermi agli studi, né posso trovare un lavoro compatibile con la mia giovane età e con la frequenza all’Università.

 

Ricordo sempre il sabato del mio arrivo alla gare de Lyon , in un vagone di terza classe, sedili in legno, alle dieci del mattino, dopo un viaggio durato ventiquattro ore. Trovo Giulio ad aspettarmi alla gare de Lyon. Mi porta subito a casa, una stanzetta di circa dieci metri quadri, al settimo piano di rue du Marechal Harispe, una piccola via che finisce nel Champ de Mars (71) a circa cinquanta metri dal pilone sud ovest della Tour Eiffel. I due letti sono disposti a L,  lungo due pareti della stanzetta. In mezzo ai due letti c’è un tavolino con due sedie. Di fronte a un letto c’è la porta e un armadio a un’anta, di fronte all’altro letto c’è un fornello a gaz e,  accanto, un lavandino con un armadietto a due ante, una sotto il fornello e l’altra sotto il lavandino. Di notte, quando c’è vento, si sente l’eco di un ululato, sono le vibrazioni della torre.

 

La sera stessa del mio arrivo Giulio mi porta a Pigalle, per iniziarmi alla vita notturna. In una piccola boite de nuit si esibisce Pamelà, una danzatrice capace di far ruotare velocissimi 8 dischetti applicati con piccoli penduli ai due seni, alle due chiappe, sull’ombelico, sul pube e alle due ginocchia.

 

Il giorno dopo, domenica, andiamo a far visita alle vecchie amicizie di famiglia in rue de Paris à Montreuil, Monsieur Leber che ha sposato Madame Janine, e la famiglia Gandolfi. La domenica successiva ci aspettano Perovskaja e i suoi fratelli Ciarita e Romano a Sevran, non lontano dall’aeroporto Le Bourget.

 

Tre volte alla settimana Giulio rientra a casa molto tardi. Dopo l’orario di lavoro frequenta i corsi serali dell’Università. Io supero l’esame di abilitazione al baccalaureat mathematique-philosophie, l’equivalente della maturità scientifica, per iscrivermi all’Università. Ho scelto l’Institut d’Etudes Politiques in rue Saint Guillaume. C’è il numero chiuso, per cui sostengo anche l’esame di ammissione. Dopo il primo anno, année preparatoire, si sceglie fra quattro sezioni, Economia, Sociologia, Amministrazione pubblica e Relazioni Internazionali.

 

Ci siamo bene organizzati. Al sabato mattina si va a far la spesa, soprattutto per i due pasti del sabato e per la colazione della settimana successiva. A pranzo io mangio al ristorante universitario e Giulio in mensa. Alla sera utilizziamo i ticket del ristorante universitario: i miei quattro  del fine settimana servono a lui per le quattro sere.

 

Alla domenica siamo invitati da amici, e una sera alla settimana, di solito al mercoledì, andiamo a giocare a bridge a casa di Gerard Vée, un deputato socialista, gay, che convive con un ragazzo di poco più di vent’ anni. Lì c’è sempre da mangiare, anche se Giulio mi raccomanda sempre di passare prima dal ristorante universitario che apre alle 18 per cenare e non fare brutta figura con il mio appetito da orco.

 

Romano, fratello di Perovskaja, mi chiede di dare ripetizioni al figlio che frequenta la seconda media. Vuole pagarmi, ma io preferisco farmi invitare a cena. Vado a casa loro nel tardo pomeriggio, facciamo lezione e poi cena. Mangio cento ravioli fatti in casa dalla moglie. A casa , Giulio ed io, cuciniamo mezzo chilo di spaghetti per due.

 

Mandiamo in lavanderia solo i capi più impegnativi e le lenzuola che non si possono stendere nella stanzetta. Ognuno lava e stira i suoi capi. Io non sarei neppure capace di stirare i colletti delle camicie che Giulio indossa in ufficio, ma lui ha frequentato per due anni la scuola del mare, dove tutti imparano a fare tutto.

 

Vado a far un’ improvvisata a Anna Tepsich, in Boulevard Malesherbes. Quasi non la riconosco. Mi abbraccia, piangendo. Anch’io sono commosso. Vive come una reclusa in uno stanzino dove cuce tutto il giorno, talvolta senza mangiare. Solo alla sera sale nell’appartamento di Aline per la cena e per quattro chiacchiere. I suoi documenti sono scaduti, ma se va al Consolato italiano le danno il foglio di via e in Italia non ha nessuno da cui andare.  Non si lamenta mai, c’è sempre un libro o uno spettacolo di cui parlare. Decidiamo che ogni giovedì verrò a pranzo nel ristorante universitario del Parc Monceau, a fianco del Boulevard Malesherbes e poi passerò da lei. Insieme abbiamo visto tanti film, fra cui La Strada di Fellini

 

Allo scadere del primo anno dall’assunzione Giulio riceve un aumento di stipendio. Ci spostiamo a Neuilly, rue Sablons, dove abbiamo due stanze, sempre all’ultimo piano. Giulio acquista una vecchia Fiat Topolino del 1936. Il primo viaggio lo facciamo ad Amiens e Blangy Tronville, dove ci accolgono in gran festa e organizzano una cena dai Langlet, cui partecipano altri paesani. Rivedo anche il mio primo maestro. Tutti si ricordano di noi e chiedono notizie di mamma e papà. E’ commovente rivivere tanti episodi del passato e sentire l’affetto profondo per la nostra famiglia dopo dieci anni.

Si avvicina l’inverno e, con il freddo, il circuito elettrico della nostra Topolino va in tilt.  Ogni sera spingiamo la macchina sul lato opposto della strada per rispettare il divieto di sosta a giorni alterni. A fine mese si può andare dall’elettrauto.

 

All’università entro in contatto con la cellula del Partito Comunista .

 

(70) Arts et Metiers, grande università di ingegneria, fondata nel 1780, attualmente produce circa 1000 diplomati all’anno.

(71) Champs de Mars, vasta area a verde di Parigi, compresa fra la Torre Eiffel et l’Ecole Militaire.

38. Il Partito Comunista Francese

 

Ai primi di novembre, meno di un mese dall’inizio dei corsi, mi avvicinano Claude Michel, uno studente del terzo anno e Marie Claire Brizard, anche lei dell’année preparatoire. Mi hanno visto leggere l’Humanité, quotidiano del Partito Comunista. Racconto in breve la mia storia e mi invitano a presentare domanda di iscrizione al Partito Comunista Francese.

 

Due settimane dopo mi dicono che la sezione del VII arrondissement da cui dipende la nostra cellula ha esaminato la domanda, l’ ha approvata e trasmessa alla Federazione dove il Collegio dei Probiviri si pronuncerà entro un mese. Nel frattempo posso frequentare la cellula che ha sede in una piccola via dietro rue Saint Guillaume. Mi invitano all’assemblea del giorno dopo.

 

E’ il mio battesimo di politica militante. Arrivo mezz’ora prima e trovo Claude Michel che sta preparando la relazione introduttiva sul ruolo del Partito nell’opposizione al governo borghese di Mendes France (72). Dalla lettura de l’Humanité non ho capito perché dobbiamo fare opposizione al governo che ha messo fine alla colonizzazione francese in Indocina, trattando la pace con il Vietnam di Ho Chi Min e del generale Giap.

 

Un quarto d’ora dopo l’ora di convocazione dell’assemblea François Fenal, responsabile dell’organizzazione, fa l’appello. Su ventuno iscritti gli assenti sono quattro, di cui due ingiustificati. Per uno dei due si tratta della terza assenza di seguito. Insieme al segretario, vengono nominati due compagni per far parte della Commissione di verifica incaricata di prendere contatto con questo compagno e valutare le conseguenze di queste assenze ai fini dell’iscrizione al Partito. Dopo questa introduzione, il candidato Visintini viene presentato e tocca a me tracciare il mio profilo politico. Desta grande meraviglia sentire che in Italia comunisti e socialisti sono alleati e entrambi fedeli all’Unione Sovietica. Da quella sera il mio soprannome è Palmirò .

 

Confesso che, dopo aver ascoltato la relazione di un’ora di Claude Michel, ricca di riferimenti storici, mi sembra di essere già stato in Indocina, ma continuano a non essermi chiari i motivi per cui dobbiamo contrastare il governo Mendès France, che tanta popolarità sta conquistando, soprattutto fra i giovani.  Mendès France, sorridente, con un bicchiere di latte in mano è ritratto sui manifesti affissi in tutta la Francia. Mi appare un uomo coraggioso, che, con questa iniziativa irrituale per un primo ministro, ha deciso di dare battaglia a oltranza e in prima persona all’alcolismo, una piaga diffusa in Francia, anche fra i giovani. Già al mattino presto, prima di andare al lavoro, per molti è abituale la scappatina al bistrot per una grappa o un bicchiere di vino. Forse, penso, questo non c’entra con la politica oppure è un modo nuovo e sottile per combattere i lavoratori che hanno queste pessime abitudini.

 

Ho scritto a papà della mia adesione al Partito Comunista Francese.. Giulio non approva la mia scelta, talvolta ne discutiamo, ma non cerca mai di dissuadermi. Capirò molto più tardi che mi stava dando una lezione di tolleranza.

 

Papà viene a trovarci  per qualche giorno a Natale. Jean Ranger un compagno, ritorna dai suoi in Normandia per le feste di fine anno e mi offre il suo monolocale, per ospitare mio padre. Jean è il mio primo reclutato al Partito, proveniente dalle file del nemico, la gioventù socialista. Diventeremo amici fraterni e passeremo tanti fine settimana insieme in Normandia, a casa dei suoi genitori.

 

Papà mi appare invecchiato. Sono trascorsi appena tre mesi dalla mia partenza, ma ben dieci anni da quando ha lasciato Parigi. Allora era giovane, magro e aitante, entusiasta, pieno di speranze. Ora lo vedo un po’ spento, ingrassato, quasi triste. La Alimentary Products non è in grado di reggere la concorrenza delle grandi marche, le vendite sono in calo, il personale deve essere ridotto. Per lui è una sofferenza.

 

Nella prima sessione di giugno supero i sei esami obbligatori. Evito così la sessione di settembre e posso prolungare la mia permanenza a Trieste. Rivedo i miei compagni di liceo. Tutti si meravigliano delle mie prestazioni, che sono del tutto normali nell’ Università francese. Ritorno a Parigi a fine settembre

 

Il rapporto Kruscev al XX Congresso del PCUS scuote la base del Partito. La salle Wagram è superaffollata quando il vicesegretario del Partito Duclos, capo della delegazione francese a Mosca, inizia a parlare in un silenzio totale. Dopo aver illustrato le critiche rivolte da Kruscev a Stalin, esclama (73): Mais le camarade Staline reste un geant du socialisme, qu’ il a reussi de realiser dans un seul pays, de le defendre de l’aggression naziste, et de l’etendre maintenant a d’autres pays de l’Europe . Un boato liberatorio scatena la sala, tutti in piedi ad applaudire per dieci minuti.

 

Nell’ottobre 1956 scoppia la guerra di Suez. A fianco di Israele contro l’Egitto c’è il governo del socialista Guy Mollet. Negli stessi giorni scoppia anche la rivolta d’Ungheria, rapidamente soffocata dall’intervento sovietico. In Francia questo fatto viene derubricato a episodio, manovra tattica, per mettere in difficoltà il Partito Comunista che manifesta contro la guerra di Suez. L’attività del Partito viene messa sotto sorveglianza. La Francia è in guerra. Insieme a Jean Ranger, distribuisco dei volantini davanti ai grandi magazzini Le Bon Marché (74).  Due poliziotti ci fermano  e ci chiedono di seguirli al Commissariato. Per me è un disastro, rischio il foglio di via immediato e l’addio agli studi. Non me ne rendo conto immediatamente . Jean invece capisce la situazione e, prima di arrivare al posto di polizia, simula un tentativo di fuga, dando uno strattone al poliziotto che ci tiene sottobraccio. I poliziotti corrono dietro a lui, io scappo dall’altra parte. Dalla Federazione arriva l’ordine di impegnarmi in attività meno rischiose. Mi occuperò dei rapporti con i lavoratori immigrati italiani, della diffusione del Giornale dell’emigrante.

 

E’ giorno di festa. Mi trovo al villaggio A degli emigranti, sulla Marna, interamente recintato. Sono sei palazzoni di otto piani. Entro dal cancello con un po’ di giornali nel borsone e altri nascosti sotto al cappotto. Saluto il guardiano, qualificandomi nipote di Giacomo, un veneto che sta al quinto piano del terzo palazzo. Una scala senza rampe porta al primo piano, giro a sinistra e, in assenza di porte, eccomi subito dentro casa, in uno stanzone. Nell’angolo un anziano è curvo, sta accendendo la stufa, in mezzo c’è un grande tavolo con tante sedie; altri due seduti stanno radendosi.

Un quarto uomo sta sciacquando delle tazze nel lavandino. Da un’apertura senza porta si intravvedono nell’altra stanza, più grande, una serie di brande a castello. Ci sono otto posti letto, disposti lungo le quattro  pareti, esclusa una finestra con il vetro rotto. Quattro brande sono ancora occupate. Ai giovani piace dormire alla domenica, dice l’anziano addetto alla stufa.

 

Al mio saluto sento addosso lo sguardo sospettoso di tutti. E’ primavera, è da quasi sei mesi che vengo in queste case a portare il giornale, ma sono pochi quelli che conosco. Nessuno resta più di tre mesi nella stessa casa. Vige un sofisticato sistema di rotazione per cui ogni mese arriva qualche nuovo inquilino e altri passano in un altro palazzo o nel villaggio B più a sud. Questi spostamenti servono ad evitare la formazione di gruppi e associazioni.

 

Si alza Carlo, un giovane friulano, che mi conosce bene: amici è uno dei nostri, ci porta il giornale. L’atmosfera si distende, mi invitano a sedere. Metto la copia del giornale sul tavolo e lo sfogliano attenti. Sono tutti muratori, Gennaro di Salerno, Giuseppe di Nicastro in provincia di Catanzaro, Luigi il più anziano viene dalle campagne dell’Umbria, mentre Carlo è di Osoppo in Friuli. Oggi sono di turno in cucina Luigi e Gennaro,

 

una pastasciutta per tutti e dopo, pan e lingua, dice Carlo ridendo.

 

Ora parla Luigi: Scusa se eravamo un po’ sospettosi, ma da 5 giorni scioperiamo anche noi, a fianco dei compagni francesi che hanno chiesto un aumento del 10%; il direttore del cantiere manda ogni giorno un suo uomo a farci delle proposte e c’è sempre qualcuno che gli dà retta. C’è la famiglia lontana che aspetta i soldi. Pensavano che tu fossi uno di quelli.

 

Chiedo a Luigi da quanto tempo è in Francia. Sono qui da appena 3 mesi, vengo da Città di Castello, in Umbria. Prima vivevo nella miseria ma a casa mia. E’ duro abbandonare la propria terra a più di cinquant’anni. Ci ha rovinati il raccolto dell’anno scorso, con le grandini, un disastro. Poi sono venuti i debiti…è stato duro decidere… Coraggio nonno, esclama Carlo, ora vinciamo lo sciopero e, alla fine del mese, avrai qualcosa in più da mandare a casa, forse non il mese prossimo ma quello dopo.

 

A me manca ora il coraggio di vendere il giornale. Mi alzo e dico: tanti auguri compagni, vi lascio una copia del giornale… No, Luigi vuole la sua copia e anche Carlo e Gennaro lo prendono. Se non sosteniamo la stampa del Partito, chi ci difende? dicono tutti. Luigi mi chiama nella stanza delle brande. Accanto alla finestra hanno costruito con alcune tavole una sorta di armadio aperto, con un comparto per ciascuno di loro. Luigi fruga sotto un paio di pantaloni sgualciti e tira fuori un cartoncino con il tricolore, la falce e martello

 

sai, sussurra, qui è pericoloso, ma io non posso distaccarmene.

 

Ora devo andare, Carlo mi accompagna e mi raccomanda: Parlate del nostro sciopero nel prossimo numero e, se vinciamo, ti facciamo pure la sottoscrizione….

 

Oggi questi ricordi mi tornano vivi alla mente ogni volta che leggo episodi di intolleranza verso gli immigrati. Mi auguro che nessuno sia figlio o nipote di quelle decine di migliaia di nostri operai che così vivevano all’estero solo cinquant’anni fa.

 

Passano altri tre mesi e sostengo l’esame di laurea in Relazioni Internazionali. Oltre alla tesi scritta bisogna passare una prova orale, davanti a una Commissione. E’ il mio turno , sono le 17 del 15 giugno 1957. Due uscieri mi scortano in una saletta dove estraggo da una grande urna un foglietto con il tema che devo trattare L’accesso al mare dei Paesi senza confini marittimi. L’argomento è disciplinato da una Convenzione di Ginevra dell’inizio novecento di cui ho poche nozioni confuse. Ho un’ora di tempo per preparare l’ exposé  (presentazione) di 15 minuti.

 

Introduco il tema da un punto di vista storico, quindi lo sviluppo in due parti partendo dalle guerre di Pietro il Grande e Caterina di Russia per il possesso della Crimea. Nella seconda parte parlo dei Paesi del Centro Europa, Svizzera, Austria, Ungheria e Cecoslovacchia e della Società delle Nazioni. Concludo citando appena la Convenzione di Ginevra. Presidente della Commissione è Madame Bastid, ordinario di diritto internazionale e vice Presidente del Tribunale dell’ONU. Mi ascolta sorridendo, poi, insieme agli altri membri della Commissione, mi torchia per un’ora su temi di diritto internazionale. Si complimentano per la mia preparazione in storia moderna, un po’ meno in diritto internazionale, ma mi rilasciano il diploma di laurea.

 

Due sere dopo sono a cena con Jean Ranger e la sua ragazza Jeanine, incinta di otto mesi. Ci sono due altri amici fidanzati di ventuno anni. Io sono il vecchio single di vent’anni. Il giorno dopo mi accompagnano alla stazione. Ritorno a Trieste, non sapendo che cosa farò due mesi dopo. In quell’estate presento almeno una ventina di domande di assunzione. Riprendo il lavoro a maglia e confeziono un completino di lana per Catherine, la figlia di Jean e Jeanine  che nasce a fine luglio.

 

(72) Mendès France, leader radicale, Presidente del Consiglio negli anni 1953-1955, ha firmato la pace e il ritiro della Francia dalle colonie dell’ Indocina

(73)Ma il compagno Stalin resta un gigante del socialismo che ha saputo costruire in un solo Paese, difendendolo dall’aggressione nazista ed estendendolo poi ad altri Paesi europei

(74) Le Bon Marché, il primo grande magazzino aperto a Parigi nel 1852. Si trova vicino alla stazione  del metro Sèvres Babylone,  e alla rue Saint Guillaume.

 

 

39. Luigi e Lidia a Milano

 

Giovedì 26 settembre parto per Milano. Ho con me 40.000 lire, frutto di un prestito con siora Pina che restituirò in undici rate mensili da 4.000 lire. Arrivato a Milano, lascio la valigia in stazione e vado in cerca di una pensione. La trovo in via Padova, vicino al cavalcavia della Ferrovia, al prezzo di 1200 lire a notte. Ho tempo due o tre settimane per trovare lavoro. Se non ci riesco, con le ultime 10.000 lire  prenderò un biglietto per Parigi, dove Giulio mi aspetta.  Ho due indirizzi dove cercare lavoro. Venerdì mattina con il diploma di laurea vado all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, in via Clerici. Mi offrono uno stage di sei mesi senza compenso . Potrebbe essere un buon viatico per un concorso in un consolato all’estero, primo passo per la carriera diplomatica che vorrei. Mi chiedono informazioni sulla mia famiglia. Non ho parentele con alcun ramo nobiliare o industriale, non sono iscritto alla Democrazia Cristiana, le mie aspirazioni sono destinate a restare virtuali.

Venerdì pomeriggio vado in via Lomellina, a casa del professor Kanizsa, direttore dell’Istituto di Psicologia dell’Università di Trieste. E’ partito da poche ore per Trieste, ritorna lunedì. Ho appena perso metà delle mie probabilità di trovare lavoro e mi preparo a trascorrere il primo fine settimana a Milano. Trovo una trattoria dove il pasto completo costa 250 lire , si può fare l’abbonamento a undici pasti per 2.500 lire.

Lunedì pomeriggio incontro Kanitza. Mi scruta sornione e, quindi: I me gà parlà de ti a Trieste…te zerchi lavor…. Vedemo cossa te preferisi….mi conoso ben Adriano Olivetti, te podessi andar là, impiegato, grande azienda, posto tranquilo, carriera sicura…. oppur te pol sceglier un lavoro novo, le ricerche de mercato, se viagia, se lavora e se studia, xè tuto giovani, se cambia ogni setimana argomento… Naturalmente la risposta è ricerche di mercato.

Allora Kanitza diventa pensieroso e, improvvisamente, chiede a bruciapelo:Quando l’ automobilista compra benzina cossa el compra ? Mi sento sprofondare, penso all’opportunità di lavoro che sfuma, vorrei tornare indietro e scegliere l’impiegato alla Olivetti, poi borbotto: El compra el carburante per far andar la macchina. Nooo! grida Kanitza  el compra potenza, scatto, velocità…. No te son adato per le ricerche qualitative…fa niente te metaremo nelle ricerche quantitative.

 

Martedì Kanizsa mi accompagna da Norbedo, un altro triestino, che si occupa di ricerche di mercato. Mercoledì sono già al lavoro, come assistente di ricerca, con uno stipendio di 65.000 lire nette. Giovedì mi trasferisco in una pensione a Porta Romana. Spendo 42.000 lire al mese per mangiare e dormire. Il viaggio a Trieste andata e ritorno costa 8.000 lire, per cui posso andarci ogni mese e restano 15.000 lire. Mi sento ricco.

 

A Trieste la situazione di mamma e papà sta diventando critica. L’appartamento di via XXIV Maggio è stato messo in vendita. Zio Ottocaro ha comperato una vecchia casa con un pezzo di bosco in strada dei Piscianzi, sopra lo stabilimento della Stock a Roiano. La sta ristrutturando per andare ad abitarci con la famiglia. Sul fianco della casa padronale c’è una casetta di due stanze e cucina. Quando arrivo a Trieste a metà novembre, mamma e papà si sono già trasferiti, mettendo in un magazzino la maggior parte dei mobili.

 

Per ora l’Alimentary Products resiste, con personale ridotto al minimo. A Milano nella pensione di Porta Romana faccio amicizia con un giovane avvocato di La Spezia che lavora alle Assicurazioni Zurigo. Gli propongo in subaffitto una stanza nell’appartamento che prendo in affitto dal gennaio 1958, in fondo a via Lorenteggio, dove sorgono molti palazzi nuovi. Da Trieste arriva una parte dei mobili .Facciamo vita da scapoli, io ho qualche esperienza di gestione della casa. Ogni venerdì sera vengono da noi due colleghi di lavoro e passiamo la notte a giocare a poker. A mezzanotte si fa la spaghettata.

Giochiamo fino a quando passa il primo autobus del mattino che li riporta a casa. Le vincite si mettono nel salvadanaio e, a fine mese, si fa festa a spese di chi ha perso.

Mi sono iscritto alla sezione Giambellino del Partito Comunista. C’è stata in aprile un’assemblea in Federazione per presentare il nuovo giovane segretario provinciale, Armando Cossutta. Sostituisce Alberganti, il vecchio leader della sinistra rivoluzionaria. Milano, capitale economica, ha bisogno di un leader aperto a nuove alleanze. Nessuno può immaginare che, venticinque anni dopo, a Roma, sarà Cossutta a far la parte di Alberganti.

 

In agosto trascorro le vacanze a Trieste. Esco con un amico e una delle mie amiche d’infanzia, Dinorah, la nipote di siora Pina, con la sua amica Mara. Il 18 agosto ci ritroviamo per andare a ballare, ma con Dinorah, al posto di Mara indisposta , c’è la sorella Laura, che non conosco. E’ alta, ha un sorriso dolce e i capelli raccolti in una sola treccia che le scende lungo la spalla destra. Quella sera ballo solo con lei. Il giorno dopo andiamo al bagno e la sera in spiaggia a raccogliere le capelonghe (75). Cinquant’anni dopo siamo ancora insieme.

 

La Alimentary Products chiude in dicembre e decidiamo con mamma e papà che l’unica soluzione possibile sia di riunirci a Milano. Io porto a casa dei questionari da codificare e tabulare. A distanza di dieci anni produciamo nuovamente in famiglia. E’ cambiato il prodotto, dalle patatine chips siamo passati alle ricerche di mercato, dall’industria al terziario avanzato.

 

A ottobre 1959 arriva dal Distretto Militare di Trieste la risposta negativa circa l’esenzione dal servizio militare, da me richiesta,  per motivi di salute. Devo fare il servizio di leva a partire dal marzo 1960. Nato nell’aprile 1937 appartengo allo scaglione 1937/I, il primo richiamato a Trieste. Fra i nati fino al dicembre 1936 nessuno ha fatto il servizio militare, perché Trieste non apparteneva all’Italia prima del 1955.

 

I compagni di liceo di Trieste mi sfottono, sono il solo a fare il militare, te son andà a la Sorbona cior la patente de mona (76).

 

Per me è una doccia fredda, occorre organizzarsi per la sopravvivenza a Milano. A quasi sessant’anni papà ha appreso un nuovo mestiere, le ricerche di mercato. La codifica rende poco. Si guadagna di più con le interviste industriali ad aziende, spostandosi in treno nell’Italia settentrionale. Mamma ha trovato un laboratorio di confezioni di abiti per bambini e due volte alla settimana  consegna i vestitini e ritira il pacco di stoffe. Ogni vestitino viene pagato 200 lire, lavorando fino a tarda sera ne fa tre al giorno.

 

Parto per il militare, prima a Casale Monferrato poi Torino e Vercelli. Non esco quasi mai dalla caserma, perché le 200 lire della decima finirebbero in un solo giorno. Guadagno qualche soldo dando lezioni al figlio del maresciallo di fureria. Mi servono per fare una scappata a Milano, una volta al mese,.Papà e mamma resistono. sSno ritornati ai pentoloni di brodo e di ragù di vent’anni prima. Il macellaio sotto casa mette da parte per loro delle ossa con un po’ di ciccia.

 

Sono in una compagnia mortai con l’incarico di tavolettista, cui spetta il calcolo delle traiettorie di tiro. Dopo sei mesi c’è la festa delle promozioni. Al tavolettista spettano di diritto i gradi di caporal maggiore. La sera prima il capitano mi chiama e mi dice:

Sai Visintini, alla mia età, passati i cinquant’anni dovrei essere già maggiore, ma ho un fratello che lavora alla CGIL di Alessandria. A te, con il curriculum di famiglia che ti ritrovi non posso dare la promozione domani.

 

Niente carriera diplomatica, niente caporal maggiore.

 

A fine settimana Laura arriva a Torino per un paio di giorni. Per poche lire ho affittato una stanza senza bagno al terzo piano di una vecchia casa, dietro la caserma. In cambio della mancata nomina il capitano mi concede tre giorni di permesso. Percorriamo Torino a piedi in lungo e in largo, dalla Mole Antonelliana fino a Superga, dal Valentino fino a Venaria Reale. Alla sera non ci reggiamo in piedi; ma siamo ormai certi di essere uniti per sempre.

 

Nell’’agosto 1961 sono congedato. Laura sfidando i pregiudizi di quel tempo è venuta a Milano. Vive a casa nostra, lavora da operaia in una fabbrica. Partecipa a un concorso per entrare nei servizi tecnici della RAI di Corso Sempione, dove viene assunta dal primo settembre. Io trovo lavoro in un’azienda olandese che ha appena costituito la filiale italiana a Milano. Papà, all’età di 61 anni, viene assunto per fare il portiere del palazzo di uffici del nuovo quotidiano Stasera (76).

 

Anche stavolta ce l’abbiamo fatta.

 

(75) capelonghe; un mollusco a forma di cilindro che sta immerso nella sabbia; per pescarlo si inserisce nella sabbia un ago ricurvo in punta

(76) Sei stato alla Sorbona a prendere la patente di fesso (mona)

(77) Stasera, quotidiano di sinistra della sera, viene edito nel novembre 1961 da Amerigo Terenzi e diffuso nell’Italia settentrionale. Lo dirige Mario Melloni, Fortebraccio. Cessa le pubblicazioni nell’ottobre 1962.Uno dei sostenitori era Enrico Mattei

 

40. Budapest, Praga, Varsavia

La rivolta d’Ungheria inizia il 23 ottobre 1956 a Budapest con una manifestazione studentesca a sostegno degli studenti della città polacca di Poznań. In breve si uniscono molte migliaia di operai e contadini e la manifestazione si trasforma in rivolta contro la dittatura di Mátyás Rákosi, una "vecchia guardia" stalinista, e contro la presenza sovietica in Ungheria. Nel giro di pochi giorni la rivolta si estende ad altre città coinvolgendo folle sempre più ampie. Il governo viene messo in crisi. Il Partito Ungherese dei Lavoratori nomina primo ministro Imre Nagy (78) che apre alle richieste dei manifestanti. Nagy incontra i dirigenti sovietici, ma, improvvisamente, viene arrestato e l’Armata Rossa entra a Praga.

Il Partito Comunista Franceseparla di una manovra diversiva per spostare l’attenzione sull’Ungheria rispetto alla guerra di Suez, condotta da Francia e Inghilterra, insieme ad Israele, contro l’Egitto. In Italia la stampa del partito definisce gli insorti ‘teppisti e provocatori al servizio dell’imperialismo‘.

L’intervento delle truppe sovietiche come un contributo alla stabilizzazione internazionale e al consolidamento della pace nel mondo. Nella relazione al Congresso Nazionale del PCI di fine novembre Palmiro Togliatti afferma:

È mia opinione che una protesta contro l'Unione Sovietica avrebbe dovuto farsi se essa non fosse intervenuta, nel nome della solidarietà che deve unire tutti i popoli a difesa del socialismo.

Contro l’intervento sovietico nelle file comuniste c’è solo il manifesto dei 101, firmato da intellettuali, molti dei quali, Antonio Giolitti, Eugenio Reale, Natalino Sapegno e altri escono dal PCI, a conclusione dei lavori del Congresso che approva l’intervento militare. A 50 anni di distanza da quei fatti Napolitano, nella sua autobiografia politica Dal PCI al socialismo europeo, parla del suo "grave tormento autocritico" riguardo a quella posizione, nata dalla concezione del ruolo del Partito comunista come "inseparabile dalle sorti del campo socialista guidato dall'URSS", contrapposto al fronte "imperialista".

Dodici anni dopo c’è la primavera di Praga. Il programma dei riformisti "Socialismo dal volto umano", conquista consensi nel Partito Comunista Cecoslovacco. Il leader è Alexander Dubcek (79). Il suo programma, noto come Primavera di Praga, resta fedele all’alleanza con l’Unione Sovietica, e mantiene il sistema economico collettivista, ma prevede una maggiore libertà di stampa e di espressione, con la possibilità di creare partiti non alleati al partito comunista.

Queste riforme sono viste dalla dirigenza sovietica come una grave minaccia all'egemonia dell'URSS sui paesi del blocco orientale, e, in ultima analisi, come una minaccia alla sicurezza stessa dell'Unione Sovietica La stagione delle riforme termina nella notte fra il 20 e il 21 agosto 1968, quando le forze armate del Patto di Varsavia invadono il Paese. L'invasione coincide con l’apertura del congresso del Partito Comunista Cecoslovacco, che deve sancire le riforme e sconfiggere l'ala stalinista.  In Italia l’invasione della Cecoslovacchia scuote dalle fondamenta il Partito comunista.

Il segretario Luigi Longo condanna l'invasione, ma non si schiera a favore della Primavera di Praga, salutata con favore sei mesi prima.

 

In quei giorni io mi trovo in vacanza vicino a Ponte di Legno. Ritorno a Novate Milanese dove dirigo il Comitato Cittadino del PCI. Nella Federazione di Milano, in via Volturno, i dirigenti presenti non mettono il naso fuori dalla sede, nessuno vuol andare nelle sezioni dove i compagni chiedono di riunirsi in assemblea e discutere di un fatto così grave. Solo Enea Cerquetti, sindaco di Cinisello ed esperto di cose militari accetta di tenere qualche assemblea spostando il discorso sugli equilibri da salvaguardare fra NATO e Patto di Varsavia. Il Patto di Varsavia obbedisce all’Armata Rossa ed è strumento di dominio nei Paesi dell’Est, dove il socialismo è presidiato dai soldati sovietici.

Alcuni dirigenti del partito decidono che la presa di posizione di Longo non è sufficiente. Bisogna dire di più, bisogna schierarsi dalla parte di Dubcek, mandato a fare l’operaio in fabbrica. Nasce il gruppo del Manifesto. I fondatori sono radiati dal partito con l'accusa di frazionismo nella sessione notturna del Congresso di Bologna, il 24 novembre 1969, dopo la pubblicazione sulla rivista dell'editoriale Praga è sola.

Come dodici  anni prima, anche questa volta, non succede nulla. L’Unione Sovietica resta il Paese di riferimento. Prevale la paura di abbandonare un mito, l'Unione Sovietica, che è molto forte, per il quale tanti sono morti o hanno patito il carcere durante il fascismo.

Passano altri dodici  anni e, nel 1980,  si apre la crisi della Polonia. C’è lo sciopero ad oltranza dei cantieri di Danzica proclamato da alcuni esponenti dell’opposizione e la risposta del Paese di fronte al tentativo di Jaruselsky di reprimere lo sciopero con la forza. A fine agosto viene riconosciuta dal Governo la costituzione del sindacato Solidarnosc, che, sotto la guida di Lech Walesa (80), diventa un movimento politico.

Durante una Tribuna politica, Berlinguer, commentando i fatti di Polonia, la fondazione del sindacato libero Solidarnosc e la reazione, guidata dal generale Jaruzelski (81), dichiara che la capacità propulsiva di rinnovamento delle società che si sono create nell'Est europeo è venuta esaurendosi.

Sono stati necessari ben 24 anni, dalla rivolta d’Ungheria, per avviare nel Partito una seria riflessione sul ruolo dell’Unione Sovietica in Europa e nel mondo e sulla natura del socialismo reale. Qualche dirigente, come Armando Cossutta, il comunista liberale del 1958, ritiene che si tratti di uno strappo dannoso per il movimento operaio.

 

(78) Imre Nagy, è stato negli anni 1948-1953 ministro dell’Agricoltura e degli interni; sostenuto dalla Russia di Malenkov nel 1954 diventa primo ministro; viene emarginato da Krusciov nel 1955.

 (79) Aleksander Dubcek, ha vissuto fino a 35 anni nell’Unione Sovietica; negli anni ’50 è segretario del Partito Comunista Slovacco; viene nominato segretario del Partito cecoslovacco nel gennaio 1968.

(80) Lech Walesa, operaio e sindacalista dei cantieri di Danzica; nel 1980 fonda il sindacato autonomo, Solidarnosc; è premio Nobel per la pace nel 1983 e Presidente della Repubblica nel 1990.

(81) Jaruzelski sarà per molti anni capo del Governo polacco .

 

41. Novate Milanese (82)

Novate Milanese è un comune della periferia Nord di Milano. Sono attive due grosse cooperative edificatrici, la cooperativa Benefica della Legacoop, a proprietà indivisa, e la cooperativa Casa Nostra delle ACLI, a proprietà individuale da riscattare nel tempo. Insieme hanno edificato oltre 50% del volume abitativo. La Benefica affida la costruzione delle proprie case a un’altra cooperativa della Lega, la Edilizia, fatta di soci muratori, dove Luigi trova lavoro come contabile nell’autunno 1962, quando viene messo in liquidazione il quotidiano Stasera.

Nell’aprile 1962 Laura ed io ci sposiamo a Milano. Abbiamo scelto il venerdì 20 perché a metà della settimana successiva c’è il 25 aprile e poi il 1 maggio, per cui con pochi giorni di assenza dal lavoro si copre un periodo di 10 giorni. Non abbiamo tenuto conto che domenica 22 aprile è Pasqua e il 20 aprile è venerdì santo. Per gli zii e cugini di Laura questa è una provocazione diabolica dell’ateo milanese e nessuno partecipa al matrimonio. Lidia va dal fioraio a prenotare un cesto di rose per il venerdì, e fatica a convincerlo che di matrimonio si tratta.

Ci dispiace per il malinteso, non intendevamo  offendere i sentimenti religiosi, eravamo preoccupati di non avere problemi sul lavoro, essendo da poco assunti.

Il matrimonio è celebrato da Aldo Tortorella, consigliere comunale e condirettore de l’Unità. I testimoni per la sposa sono Luigi e Ninetta la compagna di Ferrer, i testimoni dello sposo sono Ferrer e Giordano. Finita la cerimonia, Luigi corre a casa per preparare il pranzo di nozze.

Anche Laura ed io ci trasferiamo a Novate Milanese, perché sono stato eletto Consigliere comunale. Laura lavora nei servizi tecnici della RAI di Corso Sempione. Io ritorno alle ricerche di mercato. Vengo assunto alla Doxa . dove mi viene affidato un incarico di dirigente nel 1972. Luigi si iscrive al Partito Comunista da cui era uscito quindici anni prima. Ottiene il riconoscimento di perseguitato politico e un vitalizio mensile pari alla pensione minima. Nel frattempo la CGIL, d’intesa con il Ministero dell’Interno e con l’INPS, gli riconosce il diritto a una contribuzione minima per i 16 anni di assenza forzata dal lavoro, dal 1929 al 1945.Può andare in pensione. Luigi e Lidia lasciano Novate Milanese, si stabiliscono a Colle Brianza(83).

Nel 1967 la Direzione Nazionale del Partito invita entrambi a far parte di una delegazione di fondatori del PCI che si reca per tre settimane in Unione Sovietica, per il Cinquantesimo della Rivoluzione di Ottobre. Le visite a Mosca, Leningrado, e Soci sul mar Nero sono rigidamente organizzate con ampia scorta. Visitano strutture modello del welfare socialista, case di riposo, asili nido e scuole materne, ospedali e biblioteche, villaggi e servizi per operai di grandi fabbriche. Chissà se sono le stesse strutture da cui passano tutte le delegazioni che vengono in Unione Sovietica. Al ritorno Luigi e Lidia sono entusiasti, hanno visto con i loro occhi le opere del socialismo per cui hanno sacrificato tanti anni e un’intera prospettiva di vita.

Giulio si sposa a Parigi con Micheline e nasce la figlia Katia. I nostri rapporti sono rarefatti. Ci si incontra qualche volta d’estate quando vengono in vacanza in Italia per stare un po’ con mamma e papà, ma le incomprensioni sono frequenti. Apparteniamo a due mondi diversi  e ci allontaniamo sempre più l’uno dall’altro.

Io sono eletto consigliere comunale a Novate Milanese nel 1964. Qualche anno dopo, chiedo al sindaco il rilascio di una carta d’identità intestata ad Anita Tepsich, che io stesso le consegno a Parigi alla vigilia del maggio ’68. E’ l’unico favore che ho chiesto durante la mia vita politica. All’età di  65 anni Anna rientra legalmente in Italia, evitando l’umiliazione del foglio di via. Si stabilisce a Novate Milanese dove ritrova Lidia. Qui si ricostruisce una clientela affezionata di ragazze e giovani donne, la sua prima e grande famiglia, che le saranno vicine fino alla morte, all’età di 95 anni.

In ottobre nasce nostra figlia Viviana.

Ottocaro studia i materiali emergenti nel settore della plastica e con un socio, perito chimico, fonda un’ azienda, che brevetta il processo di produzione di un materiale resistente al calore , la Plastidite.. E’ minato nel fisico per la presenza di piombo nel sangue, una conseguenza degli anni in Unione Sovietica nella fabbrica di motori . Muore nel 1976, senza aver più avuto notizie della prima moglie e della figlia dall’ Unione Sovietica.

Laura ed io ci trasferiamo a Novate Milanese. Qui trasferisco anche l’attività di Partito,. La mia giornata si divide in 3 parti: lavoro,  Comune e Partito,  famiglia.

Ho un lavoro che mi piace, cui dedico molte energie, una moglie innamoratissima e capace di qualsiasi sacrificio, sempre con il sorriso, una figlia bella, vivace e intelligente. Purtroppo riservo troppo poco tempo alla famiglia e alla figlia. Viviana trascorre la sua giornata con la famiglia che abita di fronte a noi, i coniugi Restelli ed i loro due figli. Presto diventano per Viviana mamma Franca e papà Gino.

Oggi mi interrogo spesso sul perché ho dedicato così poco tempo e attenzioni alla mia famiglia negli anni in cui mia figlia attraversava l’infanzia e l’adolescenza. La risposta è sempre la stessa. Il Partito mi possedeva, il comunismo era l’eden che mi rendeva insensibile, a questa fede sentivo di dover dare il meglio di me stesso. Così avevano fatto mio nonno, mio zio, mio padre e mia madre. Fondamentalmente ero un egoista, cercavo di realizzare me stesso in quel mondo perdendo ogni capacità critica e trascurando gli affetti più cari che arricchiscono la persona, sia nel privato che nel sociale.

Quante serate, quante discussioni attorno a un tavolo ho passato nel 1970, da assessore all’urbanistica, con i dirigenti della Cooperativa la Benefica e della Cooperativa Casa Nostra. Si trattava di convincerli a progettare congiuntamente un nuovo quartiere residenziale, diventato poi un modello di applicazione della legge 168 o legge Sullo. Discussioni interminabili fra uomini che erano comunisti da un lato e democristiani dall’altro. Ci si scontrava, ma si dialogava, perché quando si confrontano fra loro uomini di buona volontà si finisce sempre per trovare un accordo.

Man mano che si sale nella scala delle responsabilità politiche, dai livelli locali fino ai livelli nazionali, si perdono di vista i problemi della vita quotidiana, si perdono di vista le persone, si perde la capacità di costruire insieme delle soluzioni, ci si contrappone su questioni di principio. Si diventa sempre meno responsabili, se responsabilità vuol dire capacità di affrontare e risolvere i problemi dei propri rappresentati, in quanto individui in carne ed ossa. Non nel senso deteriore del clientelismo, ma della capacità di ascoltare ed elaborare soluzioni su misura, per singole categorie, per quel territorio. Il dirigente politico oggi è più lontano dalla realtà quotidiana. Alcune battaglie appartengono a un mondo virtuale, dove la gente è sempre meno disposta a seguirlo.

 

Gli anni 1975 e 1976 sono per me gli anni della svolta. Il Partito Comunista entra nell’area del potere, conquista l’amministrazione di molte grandi città, provincie e regioni. Aderiscono molti giovani. Il PCI diventa un buon partito per la carriera politica. Si apre la stagione del terrorismo, delle brigate rosse. Con la decisione nel 1978 di sostenere il governo Andreotti, subentrato a Moro, la mia passione politica incomincia a raffreddarsi. Sto convincendomi che prima di cambiare le istituzioni devono cambiare le persone. Ogni individuo deve imparare a vivere non solo per sé e la propria famiglia, ma anche per la società civile.

Nasce il progetto di cooperativa, la Abacus . Siamo sette ex colleghi, fra i quali  Vittorio Casati, Enrico Robbiati ed io. L’ottavo socio è Laura. Il nono socio è Renzo Butazzi, che non si occupa più di ricerche, ma è un amico e compagno fidato. 

Nell’arco di 5 anni diventiamo una delle maggiori società di ricerche di mercato in Italia. Abacus è una cooperativa a proprietà indivisa, che aderisce alla Lega delle Cooperative. Siamo oltre 30, tutti soci e dipendenti, dal fattorino al Presidente. Abbiamo concordato che non vi siano preclusioni all’entrata di un socio, pur che non sia fascista. Numerosi giovani soci vengono da esperienze di Comunione e Liberazione, ma tutti insieme, nelle nostre assemblee, discutiamo e prendiamo decisioni importanti per la vita della Cooperativa.

Nel 1975 Laura ed io, con nostra figlia, ritorniamo a Milano, ma resto nel Consiglio Comunale di Novate Milanese, prima come capo gruppo e poi, dopo la fondazione di Abacus, come semplice consigliere fino al 1984. Luigi e Lidia, soci della Benefica, diventano assegnatari di un appartamento nel 1978 e ritornano a Novate Milanese.

 

(82) Novate Milanese, cittadina dell’hinterland nord di Milano

(83) Colle Brianza, piccolo comune in provincia di Como, sul più alto Colle della Brianza, a circa 30 chilometri da Milano.

 

42. Abacus e gli anni ‘80

10 ottobre 1980,  a Novate Milanese il Partito organizza una serata al Circolo Sempre Avanti per festeggiare le nozze d’oro di Luigi e Lidia. Oltre cento compagni e compagne si stringono attorno a loro dimostrando un affetto che ci commuove.

Gli anni 1984 e 1985 segnano la maggior crescita della Abacus. Insieme a un socio francese costituiamo la società Abacam che si occupa di ricerche nel settore medico. Ne diventa direttore Vittorio Casati. Abacus è presente in televisione con il programma di Mike Bongiorno e gestisce le giurie del Festival di San Remo.  Questa popolarità diffusa ci consente di costruire un campione di 10.000 famiglie che accettano di collaborare con noi, compilando un questionario sul consumo e il possesso in famiglia di oltre 500 prodotti. Nasce la Banca Dati Consumi. Per gestirla viene creata una società di capitale in cui entrano come soci, accanto a Abacus, la FINEC, una finanziaria della Legacoop, e la Makrotest, un’altra società di ricerche di mercato, diretta dal mio amico Mario Gallotti. Per la direzione commerciale assumiamo un dirigente della AC Nielsen, cui viene affiancato un giovane ricercatore della Abacus, Nando Pagnoncelli. Insieme a GPF&Associati e Makrotest, costituiamo la Sintel una società per le interviste telefoniche .

Abacus, Doxa e Makrotest si accordano per presentare insieme un progetto di gestione del nuovo panel di rilevazione dell’ascolto televisivo, il costituendo Auditel. Siamo in competizione con AGB e ACNielsen. Abacus è fornitore di Fininvest.  Incontriamo Silvio Berlusconi, allora presidente Fininvest. Insieme alla RAI Fininvest ha una voce importante nella Committenza che assegnerà l’incarico.  Berlusconi ci propone di fare un investimento, pari a circa 200 milioni di lire, per installare 50 apparecchi in altrettante famiglie, allo scopo di  sperimentare sul campo il nostro meter. Noi siamo d’accordo, ma Doxa è contraria. Sei mesi dopo l’incarico Auditel viene affidato a AGB.

Giustino Cortiana è un ex pubblicitario, che ha dato le dimissioni dall’azienda dove lavorava,  entrando a far parte delle Brigate rosse nel 1975. Tre anni dopo viene arrestato e condannato a 10 anni di carcere. Beneficia poi di uno sconto della pena per essersi dissociato dalla lotta armata, senza essere un pentito. Ritorna a Milano nel 1985. Ma nessuno risponde alle sue domande di lavoro. Mi telefona un amico e, dopo una discussione animata in assemblea dei soci Abacus , decidiamo, a maggioranza, di offrirgli un posto da ricercatore.

Abacus, Makrotest, Doxa e Demoskopea presentano insieme un progetto per rilevare la lettura dei quotidiani e vincono la gara. Ma i rappresentanti delle quattro società vengono convocati dalla FIEG. E’ emersa una opposizione alla presenza della Abacus. Doxa e Demoskopea accettano la nostra esclusione, Makrotest è sola a difendere  Abacus, purtroppo senza successo.  Qualcuno mi dirà che è stata la presenza di Cortiana in Abacus ad aver suscitato perplessità. Perdiamo una quota importante di fatturato.

 

La mia attività politica è molto ridotta. Tutte le mie energie sono per l’Abacus. Al sabato pomeriggio, con il nostro cane San Bernardo, andiamo ai piani d’Erna sopra Lecco, dove possediamo  un monolocale. Talvolta non esco neppure di casa, scrivo progetti, questionari, rileggo rapporti. Trascuro mia moglie e mia figlia. A 14 anni Viviana non vuol più venire con noi, rimane a Milano nel fine settimana . Non parlo mai con lei dei suoi problemi di adolescente. Mi capita di avere anche una sbandata sentimentale che fa soffrire Laura. Tace, ma queste ferite lasciano il segno.

La perdita di due grandi progetti, Auditel e stampa quotidiana, crea in Abacus non poche difficoltà. Io compio 50 anni, mi sento stanco ed amareggiato. Ho speso molte energie negli ultimi dieci anni. Non trovo la forza di reagire né di confidarmi con l’amico Casati , direttore di Abacam, colui che mi ha convinto, nel 1978, a costituire la cooperativa, diventandone il vice presidente.

Commetto l’errore più grande della mia vita professionale, non do fiducia ai soci che vorrebbero continuare. Mi autoconvinco che la via d’uscita è quella di cedere Abacus a un gruppo internazionale interessato ad avere una filiale in Italia. In realtà sto fuggendo dalle mie responsabilità di dirigente, non mi confronto con i soci, cerco solo di convincerli.

 

Con il senno di poi penso che, invece di cedere l’attività e il marchio, avremmo dovuto chiedere un incontro con la Presidenza Nazionale della Legacoop, perché Abacus poteva diventare un fiore all’occhiello del movimento cooperativo. La cessione viene attuata nel 1989 e un gruppo di soci coraggiosi, tutte donne, guidate da Manila Masetti e Luisa Linati, decidono di mantenere in vita la cooperativa. Il capitale realizzato con la vendita viene utilizzato per andare avanti.  Cambiano il nome, Koinè, e lo scopo sociale, nell’area dei servizi per l’infanzia.  Oggi, 20 anni dopo, Koinè è una splendida cooperativa con più di 100 soci, che gestiscono alcune decine di asili nido. Quando mi capita di andarli a trovare mi sento orgoglioso anch’io, come penso tutti gli ex soci della cooperativa, di aver contribuito alla nascita e allo sviluppo di una struttura moderna e socialmente utile.

I soci che incontro negli anni successivi ricordano con gioia e con un po’ di rammarico gli anni della Abacus . Pensano di aver fatto una bella esperienza umana e professionale. Nando Pagnoncelli, Presidente IPSOS e autorevole rappresentante del mondo delle ricerche di mercato,  mi ricorda come uno dei suoi maestri.

Nel 1989 cade il muro di Berlino. Io non ho più responsabilità politiche, sono un iscritto di base. Con l’Abacus ho svolto alcuni lavori per conto della Direzione Nazionale del Partito e dell’Unità. Un altro partito deve nascere al posto del Partito Comunista. Esprimo il mio parere anche sul nuovo nome da scegliere per il Partito. Secondo me è il momento di abbandonare il concetto di Partito per sposare quello di movimento, meno strutturato, più aperto alla società civile, adottando il nome SD, Sinistra Democratica.

 

Sull’Unità, che continua a perdere copie, le ricerche Abacus condotte negli anni ottanta evidenziano la necessità di trasformare la testata di Antonio Gramsci, da giornale del Partito Comunista in giornale nazionale di opinione, aperto all’intera sinistra. Bisognerebbe chiudere le redazioni regionali , un salasso per le casse del giornale, senza possibilità di competere con le testate locali.  Questa scelta editoriale de l’Unità è perdente, forse è un tributo al potere del Partito in alcune regioni.  Il posizionamento di quotidiano nazionale della sinistra democratica viene definitivamente presidiato da Repubblica.

Dal 1984, con la morte di Enrico Berlinguer, l’uomo dello strappo, seppur tardivo, con l’Unione Sovietica, il Partito continua a perdere seguito nell’elettorato e a perdere iscritti. Il grande valore etico rappresentato dall’appello all’austerità di Enrico Berlinguer viene dimenticato, vince la corsa sfrenata verso la società dei consumi, trionfa il craxismo e si moltiplicano le commistioni fra classe politica e imprenditoria, nasce il mito di Berlusconi. Con la svolta della Bolognina il Partito Comunista diventa Partito Democratico della Sinistra, PDS. Dietro al nome nuovo resta però pressoché intatto il vecchio Partito. Sono passati quasi trent’anni da quando è stato eretto il muro di Berlino, da quando i dirigenti del Partito già dovevano sapere che quel muro era pieno di crepe. Il cambiamento ora è troppo brusco, la fiducia fino a ieri granitica subisce uno scossone.

 

43. La scomparsa di Lidia e Luigi

10 ottobre 1988, è una data che ricorderò sempre. Quella sera ceniamo tutti, Laura, Viviana ed io con mamma e papà per brindare al cinquantottesimo anniversario del loro matrimonio. Siamo allegri, pensiamo già al programma da organizzare per il sessantesimo, le nozze di diamante.

In famiglia abbiamo sempre dato grande rilievo a questo anniversario, perché ricordava  a tutti le circostanze di quell’evento, a Ponza, nel lontano 1930. Suggellava l’inizio di una vita in comune che, sia pure attraverso pericoli, sacrifici e tante battaglie doveva condurr a una società più equa, più solidale, la società socialista.

Non una chimera, bensì una realtà esistente, l’Unione Sovietica, per la quale ognuno era pronto a fare qualsiasi sacrificio. Nell’autunno 1988 si percepiscono già segnali preoccupanti che vengono dai Paesi dell’Est europeo, tutti insieme, non più uno alla volta.

Il giorno dopo parto per Barcellona. Partecipo a un Convegno. Alle dieci del mattino , mentre sono nella sala Convegni, una hostess mi avvicina e mi invita a recarmi con urgenza alla reception. C’è Laura al telefono, mi chiede di rientrare con il primo aereo disponibile, perché mamma è stata ricoverata in gravi condizioni all’ospedale di Bollate.

Arrivo alle 18. Papà, Laura e Viviana sono attorno al suo letto. Mamma mi vede e tenta un sorriso che si infrange sulla parte destra del viso e del corpo paralizzate. Non posso scoppiare in pianto davanti a lei, devo farmi forza e sorridere anch’io. Oltre ad Anna e ai compagni di Novate, da Trieste, da Roma e da Parigi arrivano tutti, Romeo, Nerina e Giorgio, Ferrer, Silvia e Franco, Giulio, Micheline, Katia e Pierre per abbracciarla. Resiste  poco più di un mese. Mentre sto cercando una struttura di lungo degenza che la accolga, le sue condizioni peggiorano improvvisamente per una polmonite. Muore il 19 novembre 1988.

Quando penso alla cerimonia di commemorazione, al cimitero di Novate, mi viene sempre in mente la stessa immagine: mia moglie Laura che si stacca da noi, scoppia in lacrime e, in ginocchio, abbraccia la bara prima che venga issata per la tumulazione. Per lei Lidia è stata la mamma che l’ha aiutata a vivere con me a Milano, all’arrivo da Trieste, lontana dalla zia e dallo zio, la sua famiglia di adozione, e da tutti gli amici e parenti.

Una dirigente locale del Partito conclude così il suo discorso nella cerimonia funebre:

Questa è stata Lidia, una donna di grande coraggio, che, con modestia e profonda umanità, insieme a tante altre donne, ha contribuito alla sopravvivenza del nostro Partito contro le persecuzioni del fascismo e alla vittoria del movimento operaio nella guerra di liberazione, trasmettendo gli ideali di libertà, solidarietà e giustizia presenti ora nella Costituzione repubblicana. Da lei non ci congediamo perché il suo ricordo resterà vivo in noi, esempio e stimolo di una scelta di vita.

 

Papà parte per un mese in Francia, prima a Parigi da Giulio e Micheline e poi a Amiens da amici. Al suo ritorno mi comunica la decisione di andare in una Casa di riposo a Lecco.

Gli ultimi anni della sua vita sono una sofferenza. Si è richiuso in se stesso, parla poco e ripensa alla vita passata insieme a Lidia. Prima sta nella Casa di riposo a Lecco per un paio d’anni, poi mi esprime il desiderio di ritornare a Trieste. Rimane per quasi un anno in una casa di riposo in riva al mare, vicino a Muggia. Un po’ alla volta lo assale l’angoscia di essere ancora perseguitato. Guarda nell’armadio, sotto il letto, mi telefona di notte per raccomandarmi di non raccontare nulla, neppure agli amici più fidati, di non rivelare a nessuno il suo indirizzo.

Nel 1990 Viviana interrompe gli studi di architettura dopo aver superato diciassette esami. Da qualche anno abbiamo affittato una casa in Valsassina. Lei e la mamma hanno entrambe un cavallo e condividono con  altri una cascina con molte stalle. C’è bisogno di un guardiano, Viviana si propone a tempo pieno. Va a vivere da sola in quella cascina con 24 cavalli. Organizza delle passeggiate nel fine settimana. Lì conosce Dino, un allevatore della zona. Un anno dopo nasce Greta, la nostra nipotina.

Io concludo il mio accordo di collaborazione con la nuova Abacus, conseguente alla cessione della società precedente. Convinco Laura a dare le dimissioni, andiamo a vivere in Toscana, dove abbiamo acquistato una porzione di casa rurale. Nello stesso comune prenoto anche la residenza per papà , una casa di riposo ai confini fra Sarteano (84), dove abitiamo, e Chianciano.

5 marzo 1993, Luigi muore, all’età di 93 anni. Ha fatto lo sciopero della fame per due giorni, protestava contro un piccolo disservizio a cena. Laura ed io siamo a Roma, vengo informato con ritardo di questa vicenda assurda. Quando arriviamo papà è in uno stato di prostrazione. Viene ricoverato in ospedale, muore due giorni dopo.

 

Con la sua scomparsa termina anche questa storia di famiglia. Laura ed io viviamo a Sarteano. A Chiusi lavora e vive anche nostra figlia Viviana insieme a Greta, dopo aver lasciato Dino e la Valsassina nel 1996. Tre anni fa ha incontrato Paolo, una persona straordinaria. Si sono sposati a Ponza il 10 ottobre 2010, lo stesso giorno, ottant’anni anni dopo il matrimonio dei nonni. Paolo saprà darle serenità e fiducia . Ora siamo due famiglie come tante altre.

Mio fratello Giulio vive in Francia, ci siamo riavvicinati, ci separa solo la distanza geografica.  Ci siamo rivisti più volte , anche con i suoi figli Katia e Pierre. Vorrei vederli più spesso. Sul socialismo reale nei Paesi dell’Est Giulio ha visto più lontano di noi tutti. Ha avuto coraggio. Mi rammarico di non avergli creduto. Oggi manteniamo opinioni diverse, nonostante le delusioni io resto ottimista nel valutare le prospettive di uno sviluppo democratico della società.Giulio è più pessimista sulla natura dell’uomo e sulle possibilità di cambiamento. Secondo lui, tutto dipende dalle capacità di chi è al potere.

Io non posso vivere senza pensare alla  possibilità di un cambiamento, anche lento, della natura umana. Per cambiare le cose, ne sono convinto, non basta il Governo sono necessari comportamenti diversi dei cittadini. Ma se mi guardo attorno vedo poche persone disponibili a fare un sacrificio personale, anche modesto, per contribuire alla soluzione dei tanti problemi che affliggono la società di oggi. E allora mi chiedo se non ha nuovamente ragione lui.

Ci sono organizzazioni di volontariato cui molte persone dedicano del tempo, c’è una propensione diffusa ad offrire qualche  contributo in denaro, ci sono parrocchie impegnate nel prestare soccorso ai disagiati, ma nella vita di ogni giorno la maggioranza guarda solo al giardino di casa sua. Centinaia di immigrati bussano ogni giorno alle porte dell’Italia, una parte di loro muoiono in mare, altri più fortunati entrano e si disperdono per andare a vivere in condizioni disumane, lontane dagli affetti più cari, in un ambiente che resta ostile

Per loro solo parole di comprensione dai pulpiti più alti, religiosi e laici , la maggioranza vota chi parla di protezione, di porte sbarrate, di difesa del benessere conquistato. Chi non  possiede questo benessere, i giovani in cerca di lavoro, i disoccupati, gli immigrati, si dia da fare per ottenerlo.

Siamo entrati nella società del terzo millennio. Con quali prospettive?

 

(84) Sarteano, comune del sud della provincia di Siena. Nel 1983 il PCI raccoglieva da solo il 64% dei voti e oltre 80% insieme al PSI;  nel 2008 il Partito Democratico supera di poco il 50%.

 

 

 

Parte settima

epilogo

 (cap 44-46)                                 

 

 

44 L’eredità di una generazione

 

Luigi e Lidia, Ferrer, Ottocaro, e le centinaia di migliaia di giovani che nel periodo  fra le due guerre mondiali e in paesi diversi hanno fatto scelte di vita dettate da un ideale,  senza mai pensare al tornaconto personale, sembrano oggi personaggi di un altro mondo. Quale insegnamento lasciano alle nuove generazioni 

I tempi sono cambiati, viviamo in democrazia, le dittature sono state abbattute nei nostri Paesi, ma alcuni valori sono sempre attuali. Il primo insegnamento mi pare  sia non scambiare una scelta di vita civile con una scelta di fede. La scelta fatta con la ragione richiede un costante riscontro critico, la fede si abbraccia senza discutere. Su questo punto anche i personaggi di questa storia hanno commesso degli errori. Possano servire ad evitarne altri. Un secondo insegnamento è il rigore etico, per cui ogni comportamento individuale deve essere improntato a criteri di onestà e trasparenza, anche quando  richiede sacrificio, senza farne pubblica esibizione. Un terzo insegnamento ci ricorda l’importanza di vivere avendo sempre in mente il bene sociale, convinti che la nostra vita migliora se migliora la vita di tutti

 

Il capitalismo si è imbarbarito, Il socialismo ha fallito.

 

I governi di centro sinistra e di centro destra si alternano in Italia e in Europa, ma poco cambia nella vita dei cittadini. Oggi è vincente la cultura del successo personale, misurabile in denaro, sia a livello individuale che di impresa.

 

Perché possa cambiare la società devono cambiare gli uomini ed i loro valori di riferimento nei comportamenti di ogni giorno,  nei traguardi che si propongono nella vita. C’è bisogno di una nuova etica, di una diversa gerarchia delle ambizioni.  I valori dell’ onestà, della conoscenza, del rispetto del prossimo, della tutela dei beni collettivi devono essere in primo piano nella formazione dei ragazzi.

 

E’ necessario un cambiamento non a parole, ma nei fatti. Chi evade le tasse dovrebbe sentirsi un ladro.  Chi discrimina un immigrato dovrebbe sentirsi indegno di vivere nella società. Chi ostacola la giustizia, un complice. Chi imbroglia, un malfattore. Chi è ignorante dovrebbe sentire il bisogno di leggere, studiare, chi insegna deve amare i ragazzi, chi dirige un’azienda deve sentire la responsabilità di garantire, oltre ai risultati, il benessere e la sicurezza dei dipendenti. Chi lavora deve avere a cuore il successo della propria azienda, chi sta a uno sportello deve ascoltare e impegnarsi a soddisfare i bisogni di chi si rivolge a lui. Chi è un dirigente politico deve sentire la responsabilità del suo mandato e  farsi da parte quando non può mantenere le promesse fatte.

Gli uomini di quella generazione sono stati ingannati, hanno creduto nella scorciatoia della presa del potere, della dittatura del proletariato, per arrivare alla società socialista. In questo hanno sbagliato. Ma non ho dubbi nell’affermare che possedevano molti di questi valori, altrimenti avrebbero fatto scelte diverse. Sapevano di combattere contro il fascismo e il nazismo, per la giustizia sociale e la libertà e, per questi ideali, molti hanno sacrificato anche la vita.

 

 

45. Le responsabilità dei dirigenti

 

All’inizio del Novecento, quando inizia la nostra storia, il socialismo rappresenta per i lavoratori la nuova società equa e solidale, profetizzata da Marx e Engels, che si sta realizzando in Russia sotto la guida di Lenin e Trozkij. Nei Paesi europei , in nome dell’Unione Sovietica e del comunismo, si costituiscono i Partiti Comunisti , per scissione dei Partiti socialisti, che mantengono invece una posizione di scetticismo verso le esperienze rivoluzionarie.

 

I partiti comunisti vengono associati nella Terza Internazionale, che cambia più volte orientamento  negli anni successivi , anche in modo improvviso e inatteso, con il consenso dei massimi dirigenti. Chi non condivide viene escluso, perseguitato o ignorato.

 

Molti dirigenti del Partito, prima e dopo la guerra, sono stati più volte a Mosca, alcuni vi hanno vissuto per qualche tempo . Forse non hanno capito quello che stava accadendo e, in quel caso, vanno assolti, ma  non erano adatti a dirigere un partito. Se hanno capito, ma hanno taciuto per paura di pagarne le conseguenze, potevano essere compresi, ma  anche in questo caso,  erano inadatti a una funzione dirigente. Se hanno capito, ma hanno taciuto pensando di far del bene al Partito e al Paese, sono doppiamente colpevoli, per aver ingannato chi aveva fiducia in loro e per aver contribuito a distruggere il mito della società comunista.

 

In tutti i casi hanno mancato di coraggio. La trasparenza è un bene irrinunciabile, sempre. Se avessero avuto più coraggio il sole dell’avvenire forse non sarebbe tramontato con il crollo del Muro di Berlino.  Dopo la guerra i partiti comunisti sarebbero rientrati nell’alveo dei partiti socialisti e sarebbe stata un’altra storia.

 

La responsabilità dei dirigenti nazionali è dunque stata enorme. C’è stata anche una responsabilità dei dirigenti di base. La responsabilità è stata anche di mio padre, di mio zio, mia. Ci è mancato lo spirito critico, vedevamo tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra.

 

Sono convinto che la funzione dirigente è inseparabile dai concetti di trasparenza e responsabilità, in tutte le organizzazioni, imprese, istituzioni, enti pubblici o partiti.

Quando un’impresa guadagna, un ente o un’istituzione migliora i servizi  e acquisisce prestigio, un partito conquista consensi, i dirigenti vanno premiati, ma quando un’impresa va in perdita, un’istituzione o un ente non mantiene gli impegni, un partito perde consensi , la responsabilità va ricercata nei dirigenti. Devono essere sostituiti.

In ogni caso deve esserci sempre trasparenza, piena conoscenza da parte di tutti di ciò che è accaduto. Questi principi elementari sono costantemente disattesi, ma pochissimi dirigenti ammettono di aver sbagliato facendosi da parte e proseguendo la loro attività in seconda fila. Il principio della responsabilità non vale solo per i vertici nazionali, vale anche per i dirigenti locali.  Molti segretari provinciali del Partito Democratico  avrebbero dovuto farsi da parte dopo le elezioni del 14 aprile 2008, per manifesta incapacità di comprendere i bisogni di lavoratori, studenti, pensionati, piccole imprese che, attorno a loro, stavano affrontando mille difficoltà.

 

Una settimana dopo le elezioni il quotidiano la Repubblica ha pubblicato una serie di servizi che analizzavano le ragioni del successo della Lega in molte provincie del settentrione. In provincia di Lecco, fra gli intervistati, un piccolo imprenditore diceva:

 

Cinquant’anni fa ho cominciato a fare il maniscalco quando si ferravano i cavalli con i ferri in acciaio, difficili da lavorare e pesanti da portare per il cavallo; dopo una serie di sperimentazioni e prove ho messo a punto per primo il ferro d’alluminio, più facile da adattare allo zoccolo del cavallo e più leggero da portare. Ho costruito una piccola azienda che produceva questi nuovi ferri e li abbiamo venduti in tutto il mondo; dieci anni fa questi ferri sono stati copiati dai cinesi che da qualche anno li producono a prezzi molto più bassi. Ormai ho 75 anni, non mi interessa più lottare, ho ridotto l’attività, lasciando a casa la maggior parte dei dipendenti. Con le tecnologie avanzate di oggi non basta più la creatività di un artigiano per realizzare un nuovo prodotto e introdurlo sul mercato. Occorre affrontare il problema su scala più vasta. Ma nessun dirigente politico ha mai mostrato interesse ad affrontare il tema dello sviluppo della ricerca industriale, di cui le nostre piccole aziende hanno tanto bisogno. Questi problemi li conoscono solo quelli della Lega che vivono sul territorio, per questo votiamo Lega.

 

Dando uno sguardo alla storia del Partito Comunista Italiano , fino agli anni ottanta solo la morte o la grave malattia sono state cause di cambiamento al vertice. Negli ultimi 15 anni, dalla nascita dell’Ulivo a oggi, soltanto Prodi ha scelto di farsi da parte. Altri dirigenti del Partito hanno perso più battaglie ma continuano a proporsi come punti di riferimento.  Così si alimenta la confusione, si genera sfiducia.

 

Dalla campagna elettorale di Veltroni nel 2008 fino a oggi il Partito Democratico  si è occupato un po’ troppo di tattica - quale posizione assumere su questo o quel provvedimento, con chi allearsi, ecc- e troppo poco di strategia - l’identità del Partito Democratico è sfuocata, la dirigenza sostiene spesso posizioni diverse, manca un programma alternativo di governo .  Penso sia diffusa la nostalgia del discorso del Lingotto del 2007. Purtroppo, in vista della campagna elettorale successiva, nel tentativo disperato di vincere le elezioni si è puntato sulla lista unica prima con l’Italia dei Valori e poi con i Radicali. Sarebbe stato meglio proseguire da soli, pur sapendo di perdere le elezioni, per costruire la grande forza politica alternativa.

 

Grazie ai disastri della maggioranza di centro destra oggi è possibile ricuperare quegli errori, proponendo subito al Paese un programma alternativo di governo, Prima delle elezioni del 2013 il Partito Democratico pensi a rafforzarsi, a darsi un’identità.  Le altre forze politiche, da sinistra o dal centro,   gli verranno incontro .

 

A quel punto potranno essere decise le alleanze, in funzione delle affinità di programma e della consistenza nell’elettorato. Le elezioni amministrative di fine maggio sono un buon punto di partenza. Ora il Partito Democratico si affretti ad andare fra la gente con un suo programma di alternativa, altrimenti cresceranno i contestatori della politica e i disimpegnati , delusi da tutti. Dopo potrebbe essere tardi per un dialogo.

 

46. Che fare ?

 

I protagonisti della nostra storia e gli avvenimenti recenti ci insegnano che il percorso verso una società più giusta è lungo e faticoso. Scrive Gherardo Colombo (85) :

 

La storia è un percorso fatto di prima e dopo, di ieri, oggi e domani. E’ un tragitto fatto di  infiniti passi... un lungo e faticoso sentiero di montagna, del quale non si vede la fine. Purtroppo nei confronti della storia l’individuo è impaziente, vuole una soluzione immediata, esige cambiamenti repentini. Se non li coglie, si demoralizza, si rifiuta di continuare il cammino. Manca l’idea del costruire, del collocare uno sull’altro i mattoni perché alla fine si possa vedere la casa… Più si procede e più si allargano le possibilità di vedere se stessi e ognuno degli altri come soggetti e non come oggetti, di essere liberi e non sottomessi, di essere cittadini e non sudditi...........è un percorso infinito, nel quale, più ancora della meta che non si vede, conta il modo di stare sulla strada, la coerenza di ogni gesto e di ogni parola rispetto al risultato finale. E’ il percorso, non il traguardo a riempire la persona del proprio valore e della propria dignità.....dipende da ognuno di noi dove ci porterà questo percorso..

 

A questo obiettivo dobbiamo dedicare le nostre energie, chiunque sia al governo. L’Italia  non può cambiare se non cambiano gli Italiani. Un governo di sinistra non può governare con successo un Paese in cui i governati siano attenti solo agli interessi personali e la classe dirigente nazionale e locale non risponda ai principi della trasparenza e della responsabilità. C’è da essere solo pessimisti ?  La mia  risposta è no, mi auguro che sia anche quella di tanti altri, soprattutto giovani.

 

Andiamo avanti dando l’esempio ai nostri figli, ai nostri amici, alle persone con cui lavoriamo e discutiamo. Qualcuno ci seguirà. Altri incominceranno a riflettere. Cammin facendo diventeremo sempre più numerosi e  troveremo anche le modalità di organizzazione più adatte.  Forse ci ispireranno nuovamente  Jean Jacques Rousseau e gli Illuministi, con forme sempre più diffuse di democrazia diretta, accompagnate  da un rigoroso  controllo dell’attività di chi è stato delegato all’esercizio del potere.

 

Libertà, solidarietà e uguaglianza, le parole d’ordine della Rivoluzione francese, tornano di attualità nel terzo millennio. Lungo questo percorso riscopriremo l’etica della generazione di Luigi, Lidia, Ferrer, Ottocaro e tanti altri. Sentivo un debito nei loro confronti. Per lasciare una modesta testimonianza  ho scritto questa storia.

 

(85) Gherardo Colombo, ex magistrato di mani pulite.  Dal 2007 si dedica ad attività di formazione, nelle scuole e in altri ambiti, in tutta Italia. Questa citazione è tratta dal volume Sulle regole  .

 

 

 

 

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