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Venezia, sulla tradizione non si specula, un lettore scrive a Repubblica

17.12.2016 08:54

 

il programma I Dieci Comandamenti, su Raitre, ha proposto un servizio accorato su una città a me molto cara, Venezia. Ci sono tornato questa estate e la mesta impressione che mi ha fatto l’ho ritrovata come filo conduttore della trasmissione. Il centro lagunare è un grande luna park del consumo, svuotato del suo tessuto storico. Per le strette calli tutti i negozi vendono la stessa paccottiglia. Le vetrerie di Murano stanno chiudendo sia per carenza di manodopera specializzata, sia per la concorrenza dei prodotti taroccati: «Impossibile competere con chi vende un set di quattro bicchieri a 6 euro». Si parla spesso del rapporto sbilanciato tra tradizione e sviluppo economico e non si sa quanto la prima abbia ceduto il passo alla seconda o sia stata quest’ultima ad imporsi di forza. Va detto che, sempre dai miei ricordi, in passato sul marchio veneziano si è lucrato tanto, con i turisti trattati da beoti in finti tour tra le aziende del vetro, dove al massimo ti potevi permettere il soprammobilino souvenir pagato a peso d’oro. Per non parlare dei percorsi turistici studiati per far passare l’inesperto visitatore dai negozietti più influenti, o dei trasporti in barca improvvisati, letali per il portafoglio di una famiglia normoreddito. La tradizione va coltivata, resa accessibile, condivisa. Sulla tradizione non si specula, altrimenti basta una leggera brezza innovatrice a far piazza pulita di tutto e tutti

 

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