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La postmodernità, eccesso di informazioni, superficialità delle conoscenze

20.10.2016 15:40

 

In un articolo del New York Times, “The Age of Post-Truth Politics”, si afferma che nel corso del ’900 i governi si sono avvalsi sempre più spesso di scienze statistiche ed economiche sapientemente usate dagli addetti ai lavori, per essere aiutati nella scelta delle politiche pubbliche. Però la situazione è cambiata: «Siamo nel mezzo di una transizione da una società di fatti ad una società di dati, abbonda la confusione che circonda l’esatto stato della conoscenza e dei numeri nella vita pubblica, esasperando il senso che la verità stessa sia in una fase di abbandono». Il motivo viene poi spiegato, mentre i fatti sono inconfutabili, i dati indicano il “sentiment”, la tendenza. Come può quindi nascere un consenso sulle soluzioni ai problemi relativi alle questioni sociali, economiche e ambientali, se i dati sono soltanto degli indicatori e non affermazioni concernenti la realtà?. Una via d’uscita c’è e passa nel mettere nuovamente al centro l’uomo. Nessuno sceglie solo in base a dati o interpretazioni, ma anche in base all’empatia, ai valori e alla passione, tutti fattori che nessun algoritmo e nessuna metodologia statistica possono estrapolare. A guidare le nostre scelte non può esserci né solo la paura, né soltanto la ragione dell’analista, ma il coinvolgimento empatico con la politica, la passione e la storia personale di ciascuno che si fa collettiva. Il cittadino non è solo l’uomo che aspetta di vedere il personaggio pubblico cadere in contraddizione per confermare i suoi sospetti o verosimilmente, quello che verifica mille fonti per capire di chi fidarsi. No, egli è innanzitutto un i9ndividuo, non solo spettatore o controllore, che presta ascolto alle proposte che parlano dei problemi suoi e dei suoi figli, cioè del nostro futuro.

 

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