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La conferenza di un professore di Manfredonia sull’accoglienza

15.01.2016 08:51

 

Il prossimo, chi è per me? Un avversario, uno straniero, un nemico, un carico pesante, una spesa sociale, o è l’altro? Fino a che punto la sua fragilità, la sua debolezza, mi ‘interessa’ (I care) al fine di prendermi cura, di occuparmi, di preoccuparmi, di sentirmi responsabile? Sono alcune domande che hanno accompagnato una conferenza: “Alterità e fragilità: alle ragioni dell’accoglienza”, tenuta oggi a Ferrara, con relatore il prof. Michele Illiceto (Docente di filosofia presso la Facoltà teologica Pugliese e Liceo Classico “A. Moro” di Manfredonia).«Non intendo dare risposte né ri-soluzioni desidero condividere la complessità di un’epoca che ci vede tutti spiazzati», con queste parole, il relatore, ha aperto il suo intervento.«Ho vissuto sulla mia pelle cosa vuol dire essere povero, escluso. Quando ho avuto la fortuna di passare dall’altra parte grazie alle persone che mi hanno aiutato, continuavo a portarmi dentro questa ferita che mi ha salvato. Attraverso questa ferita mi sono aperto alle ferite degli altri».«Aiutare gli altri, essere solidali, esprimere quella solidarietà presente e viva anche nella nostra Costituzione…» -come anche per i credenti, nel Vangelo o in altri testi Sacri- «è frutto di un percorso interiore, di consapevolezza di sé, di chi ha fatto i conti con se stesso, con i propri limiti e le risorse, e sa che l’altro fa parte di sé. Di qui l’importanza del lavoro culturale nella comunità a partire dalle scuole, per formare futuri cittadini liberi, non manipolabili dai poteri economici. Ecco perché l’accoglienza non si improvvisa. Senza l’altro interiore, l’altro esteriore diventa nemico, rivale, fa paura, diventa peso, costo, minaccia. Non ha più senso aiutare gli altri».

 

 

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